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Elefante di Jaipur
Foto di Annie Spratt, Unsplash

La festa senza elefanti

Tempo di lettura: 8 minuti

Il 18 agosto 2026, in un’aula della Corte Suprema indiana, il giudice Joymalya Bagchi si è rivolto agli avvocati con una frase che le cronache giudiziarie hanno riportato quasi parola per parola: se l’elefante viene venerato, allora va trattato come una divinità e non come un servitore, perché il rispetto per il divino deve estendersi anche a lui. Il collegio, presieduto dal giudice capo Surya Kant, stava pronunciando una sentenza sul benessere degli elefanti in cattività, che in India sono 2.725 distribuiti tra privati, dipartimenti forestali, templi, circhi, zoo e centri di recupero. La frase del giudice contiene in poche parole il nodo che attraversa questa storia: un animale che la cultura indiana ha innalzato a simbolo di regalità e di buon auspicio, e che nella vita concreta ha continuato a lavorare, a portare pesi, a sfilare per chi paga il biglietto. A Jaipur, capitale del Rajasthan, quel nodo ha avuto per anni la forma di una festa.

Il Festival degli Elefanti si teneva a Jaipur alla vigilia di Holi, nel giorno in cui si accendono i falò di Holika Dahan, il giorno prima che le strade si riempiano di polveri colorate. Il programma diffuso per l’edizione del 2013 da Rajasthan Tourism, insieme all’amministrazione del distretto e all’associazione dei proprietari di elefanti, descriveva un pomeriggio di sfilate: elefanti bardati e dipinti dai loro mahout, accompagnati da cammelli, cavalli e danzatori popolari, un concorso per l’animale meglio decorato, una partita di polo a dorso d’elefante, un tiro alla fune tra uomini e pachidermi, un’esposizione dei gioielli e dei finimenti tradizionali. Alla fine, il lancio dei colori di Holi, anche sugli animali.


L’istituzione dell’elefante da guerra ha contribuito a salvare la specie nel subcontinente, mentre in Cina, dove quel legame tra corona e foresta non
si formò, gli elefanti si ritirarono verso
sud fino quasi a scomparire

Quell’edizione non si tenne come previsto. Il giorno prima dell’appuntamento, fissato per il 26 marzo, le autorità del Rajasthan annullarono la parte con gli elefanti e la manifestazione andò avanti senza di loro, ribattezzata festa di Holi. Il 27 marzo The Hindu pubblicava un articolo sull’annullamento. Nel marzo del 2014, a pochi giorni dalla data, il Times of India riportava un nuovo annullamento. Le proteste erano state guidate da PETA India, che rivendica di aver lavorato con le autorità dello Stato per cancellare una festa che, a suo giudizio, perpetuava la crudeltà verso gli elefanti. Tra le obiezioni sollevate c’erano i colori sintetici versati sulla pelle degli animali. Il sospetto non era campato in aria: nel 2007 un gruppo di ricercatori guidato da Thirumurthy Velpandian, pubblicando sul Journal of Hazardous Materials, aveva trovato verde malachite, un colorante tossico, in sedici campioni su diciotto di polveri verdi vendute a Delhi per Holi. Sugli elefanti non esistono studi specifici, ma sugli occhi e sulla pelle delle persone i danni sono documentati.

Oggi la pagina ufficiale delle feste del Rajasthan non elenca più il Festival degli Elefanti, mentre molti siti turistici continuano a pubblicizzarlo con date sempre nuove, come se la festa fosse sopravvissuta alla propria sospensione almeno nell’immaginario di chi vende viaggi. Il filosofo russo Michail Bachtin, studiando il carnevale medievale in L’opera di Rabelais e la cultura popolare, lo descriveva come qualcosa che il popolo vive in prima persona e a cui tutti partecipano, anziché uno spettacolo osservato da fuori. Holi appartiene a questa prima specie di feste: si gioca per strada, ci si sporca, le gerarchie si confondono per un giorno. Il Festival degli Elefanti apparteneva invece alla seconda. Gli elefanti non partecipavano alla festa, la rendevano visibile, e chi la guardava sedeva sugli spalti.

Per capire perché proprio l’elefante sia diventato il simbolo della Jaipur in festa bisogna risalire alla storia che lega questo animale al potere. Lo storico statunitense Thomas R. Trautmann, in Elephants and Kings: An Environmental History (University of Chicago Press, 2015), ricostruisce 3.000 anni di rapporti tra sovrani indiani ed elefanti e parte da un’osservazione che ribalta un luogo comune. «Gli uomini non hanno mai addomesticato gli elefanti», ha spiegato in un’intervista del 2021, «dovevano andare a catturarli nella giungla». Un elefante mangia quantità enormi di cibo, e allevarlo dalla nascita non conveniva. I re indiani catturavano quindi adulti selvatici e li addestravano uno per uno, e proprio per questo erano costretti a proteggere le foreste in cui gli elefanti vivevano e a vietarne la caccia. Secondo Trautmann l’istituzione dell’elefante da guerra ha contribuito a salvare la specie nel subcontinente, mentre in Cina, dove quel legame tra corona e foresta non si formò, gli elefanti si ritirarono verso sud fino quasi a scomparire. L’India ospita oggi più elefanti asiatici selvatici di qualsiasi altro paese.

Attorno a questa alleanza forzata si è sedimentato un sapere tecnico e religioso. La Mātaṅgalīlā, trattato sanscrito attribuito a un autore di nome Nīlakaṇṭha e di datazione incerta, dedica 263 strofe in dodici capitoli all’origine degli elefanti, ai segni che ne rivelano il carattere, all’età, alla cattura e alla cura. Il sanscritista Franklin Edgerton la tradusse in inglese nel 1931 con il titolo The Elephant-Lore of the Hindus. Trautmann osserva che il sapere sugli elefanti dei testi sanscriti è strettamente legato alla pratica, lontano dalle fantasie dei letterati. Nella mitologia, Airavata, l’elefante bianco del dio Indra, emerge dalla zangolatura dell’oceano cosmico. Ganesha, il dio dalla testa d’elefante, rimuove gli ostacoli e si invoca all’inizio di ogni impresa. Nelle corti rajput l’elefante era sia la cavalcatura del sovrano che una macchina da guerra. Jaipur, fondata nel 1727 dal maharaja Sawai Jai Singh II, ereditò questa tradizione da Amer, la vecchia capitale dei Kachwaha, arroccata sulle colline a nord della città. Il festival turistico prendeva in prestito quell’immaginario regale e lo offriva a un pubblico internazionale, un giorno all’anno.

Tra l’elefante e il potere c’è sempre stata una terza figura, il mahout, l’uomo che vive con l’animale, lo guida e ne dipende. L’antropologo Piers Locke, che ha fatto ricerca sul campo nelle stalle governative degli elefanti del Nepal, ha proposto di chiamare etnoelefantologia lo studio integrato di questi rapporti, fondandolo su tre principi: uomini ed elefanti abitano mondi dotati di sensibilità ed emozioni, le loro storie sociali ed ecologiche si sono evolute intrecciandosi, e per capirle servono insieme le scienze naturali e quelle sociali. Nel suo lavoro del 2013 su Environment and Society, Locke descrive come i conduttori nepalesi attribuiscano ai loro elefanti, di volta in volta, uno stato di animalità, uno di persona e uno di divinità, e come a ciascuno corrisponda un modo di relazionarsi: il dominio, la compagnia, la venerazione. Le tre dimensioni convivono nello stesso uomo e nello stesso giorno, a seconda che l’elefante vada domato, accudito od onorato.


Gli elefanti restati in città lavorano oggi soprattutto ad Amer, dove portano i turisti su per la rampa che sale al forte, e a Hathi Gaon, il villaggio degli elefanti costruito nel 2010 alla periferia di Jaipur.

Lo schema di Locke aiuta a leggere anche Jaipur, dove i tre registri si sovrappongono senza risolversi. L’elefante dipinto per la festa era venerato e insieme messo al lavoro e il mahout che lo decorava poteva essergli affezionato e insieme dipendere dalla sua fatica per mantenere la famiglia. Gli elefanti restati in città lavorano oggi soprattutto ad Amer, dove portano i turisti su per la rampa che sale al forte, e a Hathi Gaon, il villaggio degli elefanti costruito nel 2010 alla periferia di Jaipur e oggi gestito dal dipartimento forestale, che offre passeggiate e sessioni in cui i visitatori nutrono e dipingono gli animali. I rappresentanti dei proprietari stimano in circa 20.000 le persone che vivono di questa economia. Qualunque discorso sulla fine degli elefanti turistici che ignori queste famiglie rischia di spostare il peso da un problema a un altro.

Quando si passa dal simbolo all’animale in carne e ossa, i numeri raccontano un’altra storia. Tra il dicembre del 2017 e il marzo del 2018 un’ispezione commissionata dall’Animal Welfare Board of India esaminò 102 elefanti usati per le salite al forte di Amer: 19 erano ciechi o con gravi problemi di vista a uno o a entrambi gli occhi, dieci risultarono positivi alla tubercolosi, e tutti portavano carichi superiori al limite di legge di 200 chili. Nel giugno di quell’anno il dipartimento forestale ritirò dal servizio i dieci animali malati, e a luglio l’Alta Corte del Rajasthan chiese conto al governo dello Stato, su ricorso di PETA India. Un comitato istituito dopo un’ordinanza della Corte Suprema del marzo 2020 visitò di nuovo le stalle e, nel febbraio del 2021, dichiarò 20 elefanti inadatti al trasporto dei turisti. Le corse sono proseguite. Nell’agosto del 2026, in occasione della Giornata mondiale dell’elefante, World Animal Protection ha scritto al Chief Minister del Rajasthan per chiederne la fine.

La ricerca sul benessere degli elefanti in cattività fornisce il contesto di questi dati. Nel 2008 uno studio guidato da Ros Clubb e pubblicato su Science confrontò la sopravvivenza degli elefanti asiatici negli zoo con quella degli animali impiegati nei campi del legname in Myanmar: la durata di vita mediana era di 18,9 anni nei primi e di 41,7 nei secondi. Nel 2016 un gruppo di ricercatori indiani guidato da Vanitha osservò 144 elefanti in cattività nel Tamil Nadu e registrò comportamenti stereotipati, come il dondolio ripetuto del corpo e della testa, nel 49% degli elefanti dei templi, nel 25%di quelli privati e nel 7% di quelli del dipartimento forestale, collegandoli alla separazione dalle madri e all’isolamento.

La filosofa Martha Nussbaum, nella Holberg Lecture del 2021 che anticipava il libro Giustizia per gli animali (Il Mulino, 2023), ha definito l’ingiustizia verso gli animali come l’ostacolo illegittimo posto allo slancio vitale di un essere senziente. La definizione non richiede di scegliere tra venerazione e utilità: chiede soltanto se l’animale abbia la possibilità di vivere secondo la forma di vita della propria specie. Un elefante asiatico in natura cammina per chilometri ogni giorno, vive in gruppi di femmine imparentate, sceglie cosa mangiare. La salita di Amer, ripetuta ogni mattina sotto il sole del Rajasthan, misura la distanza da quella forma di vita.

Nel 2026 un’immagine ha riportato Jaipur al centro del dibattito. Mostrava Chanchal, un’elefantessa di Hathi Gaon di quasi settant’anni, interamente coperta di gulal, la polvere di Holi, color rosa, per un servizio fotografico realizzato alla fine del 2025 dalla fotografa russa Julia Buruleva. Chanchal è morta il 4 febbraio 2026: l’autopsia ha indicato un arresto cardiaco legato all’età. Nei mesi successivi la foto ha diviso i commentatori tra chi vedeva un omaggio estetico alla tradizione della decorazione e chi vi leggeva la riduzione dell’animale a oggetto di scena. Ad aprile PETA India ha organizzato a Jaipur una protesta dedicata alla sua memoria.

Il caso mostra quanto poco sia cambiato il meccanismo che reggeva il festival. La festa è stata sospesa, la sua estetica sopravvive: il colore sulla pelle, la regalità evocata, l’animale come sfondo di un’immagine destinata a chi guarda da lontano. Nel frattempo, la specie arretra. L’elefante asiatico è classificato come in pericolo dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Nell’ottobre del 2025 il Wildlife Institute of India ha pubblicato la prima stima nazionale basata sul DNA, 22.446 elefanti selvatici, un dato che gli stessi ricercatori considerano una nuova base di partenza, non confrontabile con i censimenti precedenti. Nel 2010 l’India ha dichiarato l’elefante animale del patrimonio nazionale, mentre nel 2022 una modifica alla legge sulla fauna selvatica ha consentito il trasferimento degli elefanti in cattività «per scopi religiosi o per qualsiasi altro scopo», una formula duramente contestata dalle associazioni animaliste.

La sentenza di agosto chiude per ora questa storia con una serie di obblighi concreti: controlli sanitari per ogni elefante in cattività, cartelle cliniche, ambulatori specializzati, standard minimi per le stalle, rinnovo dei certificati di proprietà con la verifica del profilo genetico. Sono misure amministrative, lontane dalla solennità di una processione, e forse per questo più vicine a ciò che il giudice Bagchi chiedeva in aula. Trautmann ricorda che per 3.000 anni la corona indiana ha protetto le foreste perché aveva bisogno degli elefanti. La domanda che Jaipur lascia aperta è se una società possa continuare a proteggerli quando non ne ha più bisogno per la guerra né per la festa, e riconoscere loro un valore che non dipende dallo spettacolo che offrono.

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