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Il volo del berkut: i cacciatori di aquile della Mongolia

Tempo di lettura: 6 minuti

L’alba sulle montagne dell’Altai ha un colore che non esiste altrove: un rosa polveroso che si mescola al grigio delle rocce e al bianco delle cime innevate. In questo paesaggio che sembra anteriore alla storia, un uomo a cavallo solleva il braccio destro, protetto da un guanto di cuoio spesso. Sul suo pugno, immobile come una statua di bronzo, un’aquila reale femmina scruta l’orizzonte con occhi che vedono ciò che ai nostri resterebbe invisibile. Tra qualche istante, con un gesto antico quanto le montagne che li circondano, l’uomo lancerà l’uccello verso il cielo e insieme compiranno un atto che sfida le nostre categorie di pensiero: una caccia che è anche una danza, una collaborazione che è anche una forma di parentela.

I berkutchi dell’Altai

I kazaki della provincia di Bayan-Ölgii, nell’estremo ovest della Mongolia, praticano la falconeria con l’aquila reale da almeno duemila anni. Si chiamano berkutchi, dal nome kazako dell’aquila – berkut – e rappresentano una delle ultime comunità al mondo a mantenere viva questa tradizione nella sua forma più pura. A differenza della falconeria europea, che nel Medioevo divenne privilegio aristocratico regolamentato da rigide gerarchie sociali, la caccia con l’aquila tra i kazaki è sempre rimasta una pratica comunitaria, trasmessa di padre in figlio attraverso un apprendistato che inizia nell’infanzia e non termina mai veramente.

L’aquila reale (Aquila chrysaetos) è tra i più formidabili predatori alati dell’emisfero settentrionale. Le femmine, preferite dai berkutchi per le loro dimensioni superiori, possono raggiungere i sei chilogrammi di peso e un’apertura alare che supera i due metri. I loro occhi possiedono una capacità visiva da quattro a otto volte superiore a quella dell’uomo: là dove noi percepiamo solo l’uniformità della steppa, l’aquila distingue il movimento di una lepre a tre chilometri di distanza. In picchiata, durante la caccia, può raggiungere velocità comprese tra 240 e 320 chilometri orari, e i suoi artigli – che misurano fino a sei centimetri – esercitano una pressione tale da immobilizzare istantaneamente la preda.


Non si tratta di domesticazione nel senso classico del termine: l’aquila rimane un animale selvatico, dotato di istinti predatori intatti, capace in qualsiasi momento di scegliere la fuga verso le montagne. Eppure, non lo fa.

Il paesaggio dell’Altai mongolo partecipa a questa pratica come un attore silenzioso ma determinante. Le montagne si ergono fino a quattromila metri, creando un labirinto di valli, gole e altipiani dove d’inverno la temperatura precipita a quaranta gradi sottozero. È un territorio che non perdona l’improvvisazione, dove ogni decisione può avere conseguenze fatali. I kazaki che lo abitano sono giunti qui a metà dell’Ottocento, migrando dalle steppe del Kazakistan per sfuggire all’espansione dell’Impero russo. Hanno portato con sé la loro lingua turca, la fede islamica – che li distingue dalla maggioranza buddhista mongola – e naturalmente le loro aquile.

L’aquila e il berkutchi

Il rapporto tra il berkutchi e la sua aquila solleva interrogativi profondi sulla natura delle relazioni tra specie diverse. Non si tratta di domesticazione nel senso classico del termine: l’aquila rimane un animale selvatico, dotato di istinti predatori intatti, capace in qualsiasi momento di scegliere la fuga verso le montagne. Eppure, non lo fa. Gaston Bachelard, nella sua meditazione filosofica sull’elemento aereo, descriveva il volo come un’ascesi, una liberazione dalla pesantezza terrestre. Per i kazaki dell’Altai, questa dimensione verticale dell’esistenza non appartiene soltanto all’uccello: attraverso l’aquila, anche il cacciatore partecipa al cielo.

L’addestramento dell’aquila

L’addestramento di un’aquila richiede un investimento di tempo e attenzione che pochi occidentali potrebbero comprendere. I berkutchi catturano i giovani esemplari – quasi sempre femmine – a circa quattro mesi di età, quando sono già in grado di volare ma non ancora completamente indipendenti. Seguono settimane di contatto costante: il cacciatore porta l’aquila sul pugno per ore, le parla, le canta, dorme accanto a lei nella ger, la tradizionale tenda di feltro. Questo processo, che i kazaki chiamano semplicemente “farsi conoscere“, stabilisce un legame che durerà dai sette ai dieci anni, al termine dei quali l’aquila verrà liberata perché possa riprodursi in natura.


Il cacciatore porta l’aquila sul pugno per ore, le parla, le canta, dorme accanto a lei nella ger, la tradizionale tenda di feltro.

Buoni da pensare

Claude Lévi-Strauss, nel suo studio sul totemismo, osservava che gli animali sono scelti come simboli non perché buoni da mangiare ma perché buoni da pensare. L’aquila, per i kazaki, è certamente buona da pensare: incarna qualità – fierezza, potenza, visione acuta – che la comunità riconosce come proprie virtù ideali. Ma la relazione va oltre il simbolismo. Gregory Bateson, nei suoi studi sulla comunicazione tra specie, ha descritto come uomini e animali possano sviluppare forme di comprensione reciproca che trascendono il linguaggio verbale. Nel silenzio delle montagne dell’Altai, questa comunicazione raggiunge una raffinatezza che ha dell’incredibile: un movimento impercettibile del polso, un cambiamento nel ritmo del respiro, e l’aquila comprende, risponde, agisce.

La stagione della caccia

La stagione della caccia si concentra nei mesi più freddi, da ottobre a febbraio, quando le volpi invernali sfoggiano il loro pelo più folto e prezioso. All’alba, i berkutchi cavalcano verso le alture, l’aquila appollaiata sul braccio destro, protetto da un guanto che può pesare diversi chili. Raggiunta una posizione favorevole, il cacciatore scruta la valle sottostante in cerca di movimento. Quando individua una preda, toglie il cappuccio di cuoio che copre gli occhi dell’aquila e la lancia verso il basso. Quello che segue è uno spettacolo di precisione letale: l’uccello piomba sulla preda, la immobilizza con gli artigli, attende l’arrivo del cacciatore. La pelliccia della volpe o della lepre servirà a confezionare indumenti contro il gelo; una parte della carne andrà all’aquila, suo compenso per la collaborazione.

È opportuno soffermarsi sulla complessità etica di questa pratica. La caccia con l’aquila comporta la cattura di un animale selvatico, la sua sottomissione a un addestramento intensivo, il suo impiego per uccidere altri animali. Nell’Occidente contemporaneo, dove il rapporto con la fauna selvatica oscilla tra il sentimentalismo e l’indifferenza industriale, queste pratiche possono suscitare disagio. Invece, i berkutchi non si percepiscono come dominatori delle loro aquile, né come semplici utilizzatori di uno strumento di caccia. Il legame che descrivono assomiglia piuttosto a quello tra compagni di viaggio: due esseri diversi che hanno scelto – ciascuno a proprio modo, con i propri limiti di comprensione – di condividere un tratto di cammino.

La liberazione dell’aquila, al termine del periodo di collaborazione, rappresenta forse l’aspetto più significativo di questa tradizione. Dopo anni di caccia condivisa, il berkutchi accompagna l’aquila in montagna, le offre un ultimo pasto, poi apre la mano e la lascia andare. L’uccello, ormai nel pieno della maturità, potrà cercare un compagno, costruire un nido, generare nuove aquile che forse, un giorno, verranno a loro volta catturate e addestrate. È un ciclo che si ripete da generazioni, un patto non scritto tra la specie degli uomini e quella delle aquile che abita queste montagne.

La tradizione dei berkutchi oggi

Negli ultimi decenni, la tradizione dei berkutchi ha attraversato trasformazioni profonde. Il Golden Eagle Festival, istituito nel 2000 nella città di Ölgii, ha portato questa pratica all’attenzione internazionale: ogni ottobre, decine di cacciatori si riuniscono per competere in prove di abilità che attraggono turisti e fotografi da tutto il mondo. L’UNESCO ha riconosciuto la falconeria come patrimonio immateriale dell’umanità nel 2010, conferendo alla tradizione kazaka una visibilità senza precedenti. Il documentario The Eagle Huntress del 2016, incentrato sulla giovane Aisholpan Nurgaiv, ha fatto conoscere i berkutchi a milioni di spettatori, suscitando anche un dibattito accademico sulla partecipazione femminile a questa pratica – storicamente attestata, come ha dimostrato la storica Adrienne Mayor, ma divenuta rara nei secoli più recenti.

Questa visibilità globale porta con sé rischi e opportunità. Da un lato, il turismo offre ai berkutchi una fonte di reddito che può incentivare la trasmissione della tradizione alle nuove generazioni. Dall’altro, la spettacolarizzazione rischia di trasformare una pratica vivente in folklore cristallizzato, esibito per soddisfare le aspettative di visitatori in cerca di esotismo. Le sfide più serie, tuttavia, vengono dall’interno: l’urbanizzazione attrae i giovani verso la capitale Ulan Bator, il cambiamento climatico altera gli ecosistemi montani, la modernizzazione erode le basi economiche del nomadismo pastorale.

Oggi si stima che circa 250 berkutchi pratichino ancora attivamente la caccia con l’aquila nella provincia di Bayan-Ölgii. Sono custodi di un sapere che non può essere trasmesso attraverso libri o video, ma solo attraverso l’esperienza diretta, il contatto quotidiano con l’animale, l’immersione nel paesaggio. Ogni volta che un giovane kazako decide di apprendere quest’arte, un filo sottile si allunga verso il passato, collegando il presente a generazioni di uomini che hanno guardato il mondo attraverso gli occhi delle loro aquile.

Nel momento che precede il lancio, quando l’aquila è ancora sul pugno del cacciatore e i loro sguardi si incrociano, accade qualcosa che le parole faticano a catturare. È un istante di comunicazione silenziosa tra due forme di intelligenza radicalmente diverse, un riconoscimento reciproco che trascende la distanza evolutiva che separa mammiferi e uccelli. Poi il braccio si solleva, l’aquila si stacca, e per qualche secondo uomo e uccello condividono lo stesso cielo – uno con gli occhi, l’altra con le ali. È in questo spazio sospeso, forse, che risiede il senso più profondo della tradizione dei berkutchi: il ricordo, mai del tutto sopito, che non siamo soli su questo pianeta, e che altre intelligenze, altri sguardi, altre forme di essere nel mondo continuano a esistere accanto a noi.

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