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Renna in paesaggio con neve su gategate.it
Foto di Daniel Mirlea per Unsplash

La neve che pensa: i pastori di renne Sámi e l’intelligenza dell’inverno

Tempo di lettura: 7 minuti

C’è un momento, nel cuore dell’inverno artico, in cui un pastore si inginocchia sulla crosta gelata, toglie il guanto e affonda le dita nella neve. Non lo fa per gioco né per abitudine. Sta leggendo. Sotto quello strato bianco che a noi appare uniforme e muto si nasconde un intero alfabeto: la densità dei cristalli, la presenza di lamine di ghiaccio, la distanza che separa la superficie dai licheni sepolti di cui le renne si nutrono. Da quella lettura dipende una decisione che può valere la sopravvivenza di centinaia di animali. Spostare la mandria, o restare. Attendere, o migrare. In quel gesto silenzioso, ripetuto migliaia di volte lungo il corso di una vita, si condensa un sapere che l’Occidente ha impiegato secoli a riconoscere come tale, e che oggi, proprio mentre rischia di scomparire, comincia finalmente a comprendere.

I Sámi sono l’unico popolo indigeno riconosciuto all’interno dell’Unione Europea. Il loro territorio, il Sápmi, si estende attraverso il nord di Norvegia, Svezia, Finlandia e fino alla penisola russa di Kola: una vastità di tundra, foresta boreale e altopiani che ignora i confini nazionali tracciati dagli Stati moderni. Non tutti i Sámi allevano renne, anzi oggi è una minoranza a farlo. Ma l’allevamento della renna, il boazodoallu, resta il cuore pulsante dell’identità culturale di questo popolo, il filo che lega la lingua, il paesaggio e una cosmologia intera. E la renna, la boazu, non è propriamente un animale domestico nel senso in cui lo sono una vacca o una pecora: è un animale semi-selvatico, che vaga libero per gran parte dell’anno e che il pastore non possiede tanto quanto accompagna, sorveglia, conosce. Circola da tempo una suggestione linguistica: gli eschimesi avrebbero decine, forse centinaia di parole per dire “neve”. La formula è stata ripetuta così spesso da diventare quasi un luogo comune, e come tutti i luoghi comuni merita cautela. Ma nel caso del sámi settentrionale la ricchezza terminologica non è leggenda: esiste davvero un vocabolario vastissimo, stimato in oltre trecento termini, che descrive la neve e il ghiaccio in tutte le loro trasformazioni. La differenza rispetto al mito, però, è cruciale, e vale la pena soffermarcisi. Quelle parole non sono sinonimi accumulati per capriccio, e nemmeno etichette poetiche. Sono strumenti di lavoro. La maggior parte di esse è compresa e usata soltanto da chi pratica l’allevamento, perché descrive precisamente l’interazione tra la neve e la renna: la possibilità, per l’animale, di raggiungere il cibo scavando.


È una forma di conoscenza che i teorici dell’apprendimento chiamano incarnata, e che mal si presta a essere trascritta in un manuale.

Il termine che meglio racchiude questa intelligenza è guohtun. Tradurlo con “pascolo” sarebbe fuorviante, perché mentre la parola europea evoca un prato, una comunità di piante, il concetto sámi indica qualcosa di più sottile e relazionale: la condizione complessiva di accesso al foraggio attraverso il manto nevoso. Guohtun è buono quando la renna riesce a scavare con facilità e raggiungere i licheni. È cattivo quando qualcosa – una lastra di ghiaccio, uno strato troppo compatto – glielo impedisce. È, in altre parole, una parola che tiene insieme in un solo respiro la fisica della neve e la fame dell’animale, la geologia dello strato nevoso e la strategia del pastore. Attorno ad essa ruota un lessico di straordinaria precisione: vahca, la neve fresca appena caduta; seaŋáš, la neve granulosa e cristallina che si forma alla base del manto; geardni, la sottile crosta di ghiaccio; njáhcu, il tempo del disgelo; e all’estremo negativo bodneskárta, la lastra di ghiaccio che sigilla il terreno e condanna la mandria alla fame.

L’antropologo americano Hugh Beach, che nei primi anni Settanta andò a vivere per diciassette mesi tra i pastori Tuorpon della Lapponia svedese e ne ricavò uno dei più intimi resoconti mai scritti sul mondo sámi, comprese che questo sapere non si trasmette a parole ma attraverso il corpo, l’esperienza, la ripetizione. Si impara facendo: seguendo la mandria, marchiando i vitelli in estate, dividendo i branchi in autunno, leggendo il cielo prima che cambi. È una forma di conoscenza che i teorici dell’apprendimento chiamano incarnata, e che mal si presta a essere trascritta in un manuale. Il pastore anziano non spiega la neve: la mostra, la fa toccare, corregge il gesto del più giovane finché la mano non impara da sola a riconoscere ciò che l’occhio non vede.

La neve e il pastore

Se la neve è il primo interlocutore del pastore, il secondo è l’animale stesso. Qui il rapporto si fa ancora più affascinante, perché la renna non è una creatura passiva da guidare, ma un soggetto dotato di una propria natura, di reazioni, di volontà. I pastori sámi hanno un’espressione per questo – bohcco luondu, la natura della renna – che designa l’insieme dei comportamenti, dei riflessi, delle abitudini dell’animale nelle diverse stagioni e condizioni. Conoscere la renna significa saper prevedere come reagirà al vento, a un rumore improvviso, alla presenza di un predatore, alla qualità del terreno sotto le zampe. Significa, in un certo senso, pensare come lei.

Questa capacità di assumere il punto di vista dell’animale trova un’eco profonda in altre culture di pastori e cacciatori del grande Nord. L’antropologo Rane Willerslev, che ha vissuto tra gli Yukaghir della Siberia nordorientale, ha descritto un mondo in cui cacciatori e prede si specchiano gli uni negli altri in un gioco continuo di imitazione e identificazione, un universo popolato da uomini, animali e spiriti concepiti come “doppi” reciproci. Il cacciatore che per attirare l’alce ne imita i movimenti, i suoni, persino l’odore, non smette per questo di essere sé stesso: abita, secondo la formula di Willerslev, uno stato ambiguo in cui è al tempo stesso “non un animale e non non-un animale”. Il pastore sámi non è un cacciatore, e la sua relazione con la renna è di accompagnamento più che di predazione. Ma condivide con quel mondo circumpolare la stessa premessa fondamentale: che l’animale sia un interlocutore, non un oggetto, e che per vivere accanto a lui occorra la disponibilità a vedere il mondo attraverso i suoi occhi.

Va detto con onestà che la dimensione più propriamente spirituale di questo rapporto – il tamburo cerimoniale del noaidi, gli antichi spiriti dei luoghi, il culto dell’orso – appartiene in larga parte al passato. La cristianizzazione forzata e le politiche di assimilazione condotte dagli Stati nordici tra il diciassettesimo e il ventesimo secolo repressero duramente queste pratiche, e sarebbe una falsificazione presentarle come se sopravvivessero intatte nella quotidianità dei pastori di oggi. Ciò che resta vivo, e che non ha bisogno di alcuna aura mistica per essere straordinario, è il rapporto pratico, quotidiano, sapiente con l’animale e con il paesaggio. È lì, nel gesto della mano che legge la neve, che si conserva l’eredità più autentica.



Esistono forme di intelligenza del mondo profondamente diverse dalla nostra, e non per questo meno rigorose: anzi, capaci di una precisione che la scienza contemporanea sta cominciando a integrare nei propri modelli climatici.

Minaccia e salvezza

La filosofa francese Simone Weil scrisse, in una lettera del 1942 all’amico poeta Joë Bousquet, che l’attenzione è la forma più rara e più pura di generosità. Pensava alla capacità di rivolgersi pienamente all’altro essere umano, di riconoscerne l’esistenza e la sofferenza. Ma quelle parole si prestano a essere trasportate su un altro terreno, quello del rapporto tra la specie umana e il vivente non umano. Perché ciò che il pastore sámi pratica, ogni giorno dell’inverno, è precisamente una forma di attenzione: una vigilanza costante, paziente, disinteressata verso la neve, il cielo, la mandria. Non l’attenzione distratta e frammentaria che caratterizza le nostre esistenze urbane, sempre interrotta da mille sollecitazioni, ma una concentrazione totale che è insieme sapere tecnico e cura, competenza ed etica. In questo senso il boazodoallu è molto più di un mestiere: è un modo di stare al mondo, una scuola di presenza.

È proprio questa attenzione a essere oggi minacciata, non nell’animo dei pastori ma nel mondo esterno che li circonda. Il riscaldamento climatico sta rendendo l’inverno artico imprevedibile in modi che il vocabolario tradizionale fatica a contenere. Le piogge invernali, un tempo rare, cadono ora su un terreno gelato e vi formano quelle lastre di ghiaccio – il temuto bodneskárta – che sigillano i licheni e affamano le mandrie. Gli anziani raccontano che il guohtun non è più prevedibile come una volta: la neve arriva più tardi, cambia struttura, si comporta in modi nuovi. Un sapere costruito attraverso migliaia di anni di osservazione si trova a fare i conti con un ambiente che muta più in fretta di quanto la conoscenza tramandata riesca a seguire. E accanto al clima premono le pressioni dell’economia: le miniere, le strade, i grandi impianti eolici che, in nome della transizione verde, occupano proprio i pascoli invernali di cui le renne hanno bisogno.

Il caso più emblematico è quello di Fosen, in Norvegia. Nel 2021 la Corte suprema norvegese stabilì, all’unanimità, che le concessioni per due grandi parchi eolici costruiti su antichi pascoli sámi violavano il diritto di quel popolo a vivere la propria cultura, tutelato dall’articolo 27 del Patto internazionale sui diritti civili e politici. Fu una sentenza storica, la prima in cui i Sámi vincevano davanti al massimo tribunale del paese appellandosi ai diritti umani. E tuttavia – è qui che la vicenda si fa amara – le turbine hanno continuato a girare per anni dopo il verdetto, mentre lo Stato cercava una mediazione. Solo alla fine del 2023 e nella primavera del 2024 si è giunti ad accordi parziali, con compensazioni e la promessa di nuovi pascoli. Uno dei pastori del gruppo settentrionale ha descritto la trattativa come l’essere seduti a un tavolo “con una pistola puntata in faccia”, perché rifiutare avrebbe significato anni di ulteriori battaglie legali. La transizione energetica, necessaria e giusta nei suoi fini, rischia così di ripetere su scala nuova un’antica ingiustizia, scaricando i propri costi sulle spalle di chi ha contribuito meno di tutti alla crisi che quella transizione vuole risolvere.

Guardare ai pastori di renne Sámi, dalle nostre città riscaldate e illuminate, non significa cedere alla nostalgia di una vita che non ci appartiene, né trasformare un popolo in cartolina. Significa piuttosto riconoscere che esistono forme di intelligenza del mondo profondamente diverse dalla nostra, e non per questo meno rigorose: anzi, capaci di una precisione che la scienza contemporanea sta cominciando a integrare nei propri modelli climatici. La mano che affonda nella neve per leggerne gli strati sa qualcosa che nessun satellite può ancora dire con la stessa immediatezza. E forse la lezione più urgente che possiamo trarre da quel gesto non riguarda l’Artico, ma noi stessi: la possibilità di riabituarci all’attenzione, di tornare a leggere il mondo invece di limitarci a sfruttarlo. Finché ci sarà un pastore capace di distinguere il vahca dal bodneskárta, la neve continuerà a essere non una massa inerte, ma qualcosa che pensa, parla e chiede di essere ascoltato.

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