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Ape che entra nel favo
Ape che entra nel favo

L’elisir della vertigine: i cacciatori di miele dell’Himalaya

Tempo di lettura: 5 minuti

C’è un momento, nell’osservare una fotografia dei cacciatori di miele nepalesi, in cui il respiro si ferma. Un uomo sospeso a centinaia di metri di altezza, aggrappato a una scala di corde e bambù che oscilla nel vento, circondato da un nugolo di api furiose. Sotto di lui, il vuoto; sopra, una parete di roccia su cui si aggrappano favi dorati grandi quanto porte. È un’immagine che sfida ogni logica di autoconservazione, eppure racconta una storia millenaria di coraggio, spiritualità e profonda connessione con il mondo naturale.

I Gurung sono un popolo di origine tibetana che abita le colline della provincia di Gandaki, nel Nepal centrale. Si chiamano tra loro Tamu – tuono e cielo – e le loro origini si perdono nelle nebbie di migrazioni avvenute oltre duemila anni fa, quando i loro antenati discesero dall’altopiano tibetano. In questa terra di valli profonde e vette innevate hanno sviluppato una cultura unica, un intreccio di buddhismo tibetano, animismo e pratiche sciamaniche.

La caccia del miele

Tra le loro tradizioni più straordinarie c’è la caccia al miele selvatico, che coinvolge un protagonista altrettanto eccezionale: l’Apis laboriosa, l’ape gigante dell’Himalaya. Con i suoi tre centimetri di lunghezza, è la più grande ape mellifera del mondo, un insetto maestoso dal corpo scuro e dal torace dorato che costruisce i propri favi sulle pareti verticali delle falesie, a quote comprese tra i 2.500 e i 4.000 metri. Queste api hanno evoluto adattamenti straordinari per sopravvivere alle condizioni estreme: un folto pelo protettivo, ali più robuste per l’aria rarefatta, e un comportamento difensivo collettivo in cui migliaia di api ondeggiano all’unisono per intimidire i predatori.

Il miele che producono non è un miele qualsiasi. Raccolto dai fiori di rododendro che tingono di rosso le pendici himalayane, contiene grayanotossine, composti neurotossici che conferiscono al miele proprietà psicoattive. Questo «miele pazzo» è stato usato per secoli come rimedio tradizionale contro l’ipertensione e i dolori articolari. A piccole dosi provoca una leggera euforia; a dosi maggiori, può indurre allucinazioni e rallentamento del battito cardiaco. È una sostanza che richiede rispetto e conoscenza.

La caccia al miele avviene due volte l’anno, in primavera e in autunno, in corrispondenza delle fioriture e delle stagioni propizie. Ma prima che qualsiasi cacciatore possa avvicinarsi alla falesia, deve compiersi un rituale. Ganga Bahadur Gurung, capo di un gruppo di quindici cacciatori del villaggio di Naiche, prega in silenzio prima di ogni spedizione. Si rivolge al dio dell’acqua, della terra, del fuoco, del vento e del serpente, chiedendo la loro benedizione. «Le api selvatiche costruiscono i loro nidi solo sulle falesie dove risiedono gli dei», spiega. Poi chiede perdono alle api stesse per la distruzione dei loro nidi, e invoca protezione per i bambini del villaggio. Non è superstizione, ma il riconoscimento di una relazione complessa con il mondo vivente, in cui ogni azione ha conseguenze e ogni prelievo richiede una forma di restituzione.

La preparazione della caccia è un’opera collettiva. Gli uomini tagliano bambù selvatico nella foresta, lo riducono in strisce sottili e lo intrecciano in corde robuste. Servono circa 1.600 metri di bambù per produrre 100 metri di corda, e il processo richiede almeno due giorni. La scala che ne risulta, chiamata parang, è un capolavoro di ingegneria tradizionale: flessibile abbastanza da adattarsi alla roccia, resistente abbastanza da sostenere il peso di un uomo e il suo carico di favi.

Il giorno della caccia, i cacciatori si incamminano verso la falesia portando le loro scale, lunghi bastoni di bambù e torce fumogene. Due uomini salgono in cima alla parete rocciosa e fissano la scala, che viene poi calata lungo la verticale fino a raggiungere i favi. Qui inizia la parte più pericolosa: un cacciatore, il kuiche, scende lungo la scala oscillante, sospeso nel vuoto a decine di metri di altezza. Con una mano regge la torcia fumogena per stordire le api, con l’altra manovra il lungo bastone per staccare i favi. Sotto di lui, altri membri del gruppo attendono con cesti di bambù per raccogliere il miele che cola.


I Gurung non vedono le api come nemiche
da sconfiggere, ma come guardiane di un tesoro sacro, creature con cui negoziare attraverso
il rispetto e il rituale.

Una rete di relazioni

Tim Ingold ha descritto il rapporto tra organismi e ambiente come un meshwork, una rete di relazioni in cui ogni essere si costituisce attraverso le sue connessioni con gli altri. I cacciatori Gurung incarnano questa visione: non esistono come entità separate dalle api, dalla falesia, dal bambù, dal vento. La loro conoscenza non è astratta, ma incarnata nei muscoli che sanno come bilanciare il peso sulla scala, nelle mani che riconoscono la consistenza del favo maturo, negli occhi che leggono il comportamento delle api.

C’è qualcosa di profondamente trasformativo in questa pratica, qualcosa che va oltre la semplice raccolta di un alimento. Il dolore delle punture – inevitabile, nonostante il fumo – diventa una forma di iniziazione, un prezzo da pagare per accedere a un dono della montagna. I Gurung non vedono le api come nemiche da sconfiggere, ma come guardiane di un tesoro sacro, creature con cui negoziare attraverso il rispetto e il rituale. È una forma di reciprocità che Robin Wall Kimmerer riconoscerebbe: ogni dono ricevuto dalla terra porta con sé un obbligo morale di restituzione.

Questa tradizione millenaria è oggi minacciata da molteplici fronti. I cambiamenti climatici stanno alterando i pattern di fioritura dei rododendri e spingendo le api sempre più in alto. Gli scienziati stimano un declino annuo del 70% delle popolazioni di api himalayane. La commercializzazione del miele pazzo ha attirato mercati internazionali disposti a pagare prezzi esorbitanti, spingendo alcuni a praticare raccolte insostenibili. E poi c’è il turismo: gli honey hunting tours trasformano una pratica sacra in spettacolo.

I giovani Gurung, attratti dalle città, sono sempre meno interessati ad apprendere un’arte che richiede anni di pratica e comporta rischi mortali. «Se le api delle falesie himalayane scompariranno, anche tutte le specie di rododendro, il fiore nazionale del Nepal, le seguiranno» avverte Ratna Thapa, scienziato dell’Università di Tribhuvan. Le api giganti sono impollinatrici essenziali per l’ecosistema himalayano, e la loro scomparsa avrebbe conseguenze a cascata.

Eppure, come scrive Anna Tsing, la vita trova modi di prosperare anche nelle rovine. Alcuni villaggi stanno sviluppando forme di turismo responsabile che coinvolgono le comunità locali e destinano parte dei proventi alla conservazione. Si sperimentano pratiche di raccolta sostenibile che lasciano metà dei favi intatti. I cacciatori più anziani insegnano ai più giovani non solo le tecniche, ma anche i rituali, la cosmologia, il rispetto.

C’è qualcosa di profondamente umano in questa pratica. È il desiderio di raggiungere l’irraggiungibile, di ottenere un dono prezioso attraverso il coraggio e la fatica. È il riconoscimento che siamo parte di una rete di relazioni che ci precede e ci sopravviverà. È la consapevolezza che ogni prelievo dal mondo naturale ha un costo e richiede gratitudine.

Quando un cacciatore Gurung scende lungo la scala di bambù verso i favi dorati, circondato dal ronzio delle api e dall’immensità della montagna, sta compiendo un gesto che è insieme pratico e sacro, antico e urgentemente contemporaneo. Ci ricorda che la coesistenza con il mondo naturale non è mai stata facile né sicura, ma è sempre stata possibile – a patto di essere disposti a rischiare, a rispettare, a restituire. L’elisir della vertigine non è solo il miele: è questa lezione, dolce e amara insieme, che i cacciatori dell’Himalaya continuano a offrirci.

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