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La parola condivisa: gli Yao e l’uccello che parla con gli uomini

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Una lingua condivisa

Prima ancora che la luce si posi sulle chiome delle miombo, un suono attraversa la foresta secca del Mozambico settentrionale. È un trillo lungo, prolungato, chiuso da un grugnito breve e sordo: brrr-hm. Non è un canto, non è una preghiera, non è nemmeno del tutto un richiamo umano. È una frase pronunciata in una lingua a due voci, dove una delle due voci appartiene a un uccello. Chi lo emette è un cacciatore di miele Yao, in cammino tra le acacie e i baobab della Riserva Speciale del Niassa. Chi lo attende, invisibile fra le fronde, è un piccolo passeriforme di colore bruno e grande come un merlo: Indicator indicator, l’indicatore golanera, che l’italiano fatica a chiamare senza mediazione: “guida-miele” è la traduzione più fedele. Da qualche parte, in un tronco cavo, brulica un alveare di api africane. L’uomo lo desidera per il miele; l’uccello lo desidera per la cera. Nessuno dei due, da solo, potrebbe averlo.

Il paesaggio in cui questa alleanza si consuma è tra i più intatti dell’Africa australe. La Riserva del Niassa, che si estende per oltre 42.000 chilometri quadrati, più della Svizzera, copre da sola quasi un terzo delle aree protette del Mozambico ed è ricoperta in gran parte da foreste di miombo, un ecosistema che ospita circa 4.000 elefanti, oltre mille leoni, licaoni, iene maculate e una popolazione di 60.000 persone distribuita in quarantadue villaggi. Fra questi c’è Mbamba, duemila anime dove vivono più di venti cacciatori di miele professionisti. Il popolo Yao – Wayao nella loro autodesignazione – è un gruppo bantu di lingua ciyawo che conta circa due milioni e ottocentomila persone distribuite fra Malawi, Tanzania e Mozambico, e affonda le proprie origini nelle colline della provincia del Niassa. Convertiti all’Islam attraverso i contatti con i mercanti swahili della costa fra Otto e Novecento, gli Yao mantennero un’identità politica forte nel periodo coloniale, rifiutando l’evangelizzazione portoghese e conservando un’articolata rete di sapere legata alla foresta.


Il cacciatore Yao, appreso l’arte da padri
e zii materni, si inoltra nella foresta con una torcia fumogena di corteccia intrecciata, un’ascia
e un contenitore per il bottino. Il suo compito
è chiamare l’uccello, seguirlo, aprire il nido,
sedare le api con il fumo.

L’Indicator indicator è un uccello anomalo per più ragioni, la prima delle quali riguarda la sua alimentazione. È fra i pochissimi vertebrati capaci di digerire la cera d’api, grazie a una simbiosi con batteri intestinali che ne scompongono le lunghe catene idrocarburiche. Il problema, per lui, è che senza aiuto quella cera non riesce a raggiungerla: si stima che fino al novantasei per cento degli alveari selvatici sia inaccessibile a un uccello di quel peso, protetto da migliaia di api armate. Serve fuoco, servono strumenti, servono braccia. E qui entra in scena il secondo partner della relazione. Il cacciatore Yao, appreso l’arte da padri e zii materni, si inoltra nella foresta con una torcia fumogena di corteccia intrecciata, un’ascia e un contenitore per il bottino. Il suo compito è chiamare l’uccello, seguirlo, aprire il nido, sedare le api con il fumo. In cambio, lascia sull’albero abbattuto o accanto al favo esposto una porzione di cera intatta: la ricompensa dovuta.

Il primo europeo che mise questa scena per iscritto fu un missionario domenicano portoghese, João dos Santos, in servizio a Sofala, nell’attuale Mozambico centrale, alla fine del Cinquecento. Nel 1588 dos Santos notò che un piccolo uccello scuro entrava di continuo dalle fessure della sua chiesa per rosicchiare le candele di cera dell’altare, e apprese dagli abitanti del luogo che lo stesso uccello aveva l’abitudine di guidare gli uomini agli alveari selvatici volando di ramo in ramo con un richiamo insistente. Ne parlò nella sua Ethiopia Oriental, una relazione della costa africana orientale che circolò a lungo nel Seicento. Per 400 anni l’Occidente considerò quella descrizione una fantasia missionaria, un cascame di credenze indigene ammantate di verosimile. Fu solo nel 1989 che l’ornitologo keniota Hussein Adan Isack, in collaborazione con lo zoologo svizzero Heinz Ulrich Reyer, pubblicò lo studio pionieristico che confermava la realtà della guida in Kenya, misurando la riduzione del tempo di ricerca degli alveari quando i cacciatori Boran seguivano un uccello anziché operare da soli. La scienza aveva finalmente ammesso ciò che i cacciatori sapevano da sempre.

Ma la vera svolta arrivò nel luglio del 2016, quando Claire Spottiswoode dell’Università di Cambridge, insieme a Colleen e Keith Begg del Niassa Carnivore Project, pubblicò su Science un esperimento controllato tanto elegante quanto rivoluzionario. Attrezzata di registrazioni di tre suoni diversi – il tradizionale brrr-hm Yao, alcune parole pronunciate a voce alta senza intento comunicativo, e il richiamo di un altro uccello locale – Spottiswoode li fece riprodurre in cammino attraverso il miombo. I risultati non lasciarono spazio a interpretazioni fantasiose: il brrr-hm aumentava la probabilità di essere guidati da un honey guide dal 33 al 66%, e la probabilità complessiva di trovare un alveare dal 16 al 54%. In altre parole, quel richiamo passato di padre in figlio da secoli – “trillo con grugnito”, secondo la descrizione asciutta dell’articolo – triplicava le probabilità di successo dell’interazione. Gli uccelli non solo lo riconoscevano come tale: ne comprendevano il significato specifico, distinguendolo da altri suoni umani. Era la prima volta che veniva scientificamente documentata una comunicazione codificata fra la nostra specie e un animale selvatico non addomesticato.

Quando la cooperazione attraversa le specie

Vale la pena fermarsi su questa distinzione. La nostra specie coopera da millenni con cani, cavalli, falchi, cormorani e molte altre specie: sono relazioni potenti, ma tutte innestate su una qualche forma di addomesticamento o addestramento individuale. Con l’Indicator indicator non c’è nulla di tutto questo. L’uccello è pienamente selvatico, non ha vincoli genealogici, non è mai stato istruito da nessuno in senso stretto: ha semplicemente appreso culturalmente che il brrr-hm Yao significa “sono pronto a seguirti, se hai un nido da mostrarmi”. Una successiva ricerca di Brian Wood e colleghi, pubblicata su Science nel 2023, ha mostrato che nella zona degli Hadza della Tanzania gli honey guide rispondono meglio al fischio Hadza che al brrr-hm Yao, e viceversa: dialetti locali di una comunicazione interspecifica coevoluta, insegnata all’uccello dalla propria comunità umana di riferimento. Una biodiversità culturale nel senso letterale del termine, dove le tradizioni sonore di un popolo modellano il repertorio comportamentale di un uccello selvatico.

C’è un pensiero, oggi poco letto in Italia, che aiuta a inquadrare la portata teorica di quanto accade nelle miombo. Nel 1902 Pëtr Kropotkin, geografo russo e teorico anarchico, pubblicò a Londra Mutual Aid: A Factor of Evolution, un lungo saggio nato dalle sue osservazioni sul campo negli spazi immensi della Siberia orientale. La sua tesi, allora eretica, era che l’interpretazione hobbesiana della natura come guerra di tutti contro tutti – rilanciata dai social-darwinisti alla Herbert Spencer e da Thomas Huxley – fosse una lettura parziale e ideologicamente orientata dell’opera di Darwin. «La socialità», scrisse Kropotkin, «è tanto una legge della natura quanto la lotta reciproca». Le steppe siberiane gli avevano mostrato che gli animali cooperano fra loro tanto quanto competono, e che il mutuo appoggio è un fattore evolutivo di primo piano, non un’eccezione romantica. Per gran parte del Novecento la tesi rimase marginale; solo negli ultimi decenni la biologia evoluzionistica – attraverso la teoria del mutualismo, della selezione multilivello, della coevoluzione – ha di fatto dato ragione al vecchio anarchico. Ciò che accade fra i Yao e gli honey guide non è dunque una curiosità etnografica: è un caso da manuale di quella “legge di natura” che Kropotkin intuì camminando su terre gelate a 10.000 chilometri di distanza.

Il paradosso è che a lungo la scienza ha dovuto imparare a fare all’uccello la domanda giusta. La filosofa belga Vinciane Despret, in What Would Animals Say If We Asked the Right Questions? ha mostrato come la relazione fra osservatore e osservato sia un dispositivo produttivo di verità o di equivoco a seconda della postura con cui viene istituita: gli etologi che interrogano gli animali come oggetti passivi ottengono risposte da oggetti passivi, quelli che li trattano da soggetti dotati di intenzioni, memoria, cultura ricevono risposte molto più interessanti. I cacciatori Yao rivolgono all’Indicator indicator la domanda esatta da secoli, senza saperlo formulare in termini accademici: sanno che l’uccello riconosce chi ricompensa e chi no, che memorizza gli alveari attivi, che segnala la distanza rimanente con l’inclinazione del volo. La ricerca contemporanea sta rincorrendo, con misurazioni e statistiche, un sapere ecologico che nella foresta di miombo è patrimonio condiviso da almeno 500 anni documentati.



un promemoria salutare che la cooperazione interspecifica non è un valore etico universale ma una strategia ecologica che convive con la violenza, e che ogni idealizzazione di questi patti antichi rischia di misconoscerne la complessità.

Un’alleanza fragile

Sarebbe pericoloso, però, dipingere l’Indicator indicator come una creatura idilliaca. C’è un altro versante della sua biologia che va raccontato senza edulcorarlo. L’honey guide è un parassita di covata brutale: la femmina depone il proprio uovo nel nido di gruccioni, martin pescatori o barbetti, spesso dopo aver forato con il becco quelle dell’ospite. Il pulcino che ne nasce, cieco e implume, è dotato di ganci acuminati alla punta del becco, con cui uccide sistematicamente i fratellastri appena schiusi per monopolizzare le cure dei genitori adottivi, ganci che cadranno una volta esaurito il loro macabro compito. Lo ha documentato per la prima volta la stessa Spottiswoode in uno studio del 2011 su Biology Letters. La stessa specie che pratica il mutualismo più raffinato con la nostra si comporta da assassina spietata nel nido di un altro uccello: un promemoria salutare che la cooperazione interspecifica non è un valore etico universale ma una strategia ecologica che convive con la violenza, e che ogni idealizzazione di questi patti antichi rischia di misconoscerne la complessità.

Le minacce che incombono su questa alleanza sono molte e vengono tutte dalla nostra parte del patto. La deforestazione avanza lungo i margini della Riserva del Niassa, alimentata dal disboscamento illegale e dall’estensione agricola. Il bracconaggio di elefanti, che a inizio anni Duemila aveva raggiunto livelli disastrosi, è oggi arginato grazie a un lavoro congiunto della Wildlife Conservation Society, del Niassa Carnivore Project e del governo mozambicano, ma altre pressioni restano forti: l’estrazione mineraria artigianale di oro, l’avvelenamento dei carnivori per il commercio illegale di parti animali, la caccia di sussistenza sregolata. Sul mutualismo con gli honey guide pesano altre forze più sottili. In tutta l’Africa la caccia al miele selvatico sta cedendo il passo all’apicoltura razionale, promossa dalle organizzazioni non governative come alternativa economica per le comunità rurali. È un’alternativa comprensibile: garantisce rese maggiori, riduce il tempo di ricerca, non richiede ore di cammino nella boscaglia. Ma la sostituzione ha un costo che il PIL non registra. Se i giovani Yao non imparano più il brrr-hm, gli honey guide non hanno più chi lo pronunci, e, se gli honey guide smettono di ricevere ricompense, perdono progressivamente la motivazione a guidare. Studi recenti condotti in Malawi, Ghana ed Eswatini mostrano che il declino della pratica è correlato in modo statisticamente significativo alla perdita di trasmissione culturale intergenerazionale. Non è un problema di conservazione della specie – l’Indicator indicator è ancora classificato come “Least Concern” dalla IUCN – ma di conservazione di una relazione. E una relazione, una volta perduta, non si ricrea in laboratorio.

La cera che il cacciatore Yao lascia sul favo aperto non è solo un compenso. È la conferma quotidiana di un patto che si rinnova a ogni caccia, la ricevuta di una comunicazione riuscita, l’anello che chiude un cerchio inaugurato secoli fa nelle stesse foreste, forse decine di migliaia di anni fa in un tempo che non sappiamo più immaginare. Ciò che i due partner scambiano non è soltanto miele e cera: è la possibilità di comprendersi. Kropotkin, guardando lupi e cinghiali nelle taighe siberiane, aveva intuito che la vita procede quanto per opposizione tanto per alleanza. La foresta del Niassa mostra che quell’alleanza può travalicare la linea di specie, che una parola può essere condivisa fra un uomo e un uccello, che l’evoluzione non ha mai smesso di cucire fili invisibili fra creature tra loro profondamente diverse e distanti evoutivamente milioni di anni. Perderli, questi fili, sarebbe una tragedia silenziosa, di quelle che nessun bilancio ambientale registra. Custodirli è forse il modo più antico e più radicale di praticare la conservazione: non salvando specie isolate, ma proteggendo le lingue che le tengono insieme. pastore capace di distinguere il vahca dal bodneskárta, la neve continuerà a essere non una massa inerte, ma qualcosa che pensa, parla e chiede di essere ascoltato.

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