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Rüppell, Eduard, 1794-1884, Public domain, via Wikimedia Commons
Rüppell, Eduard, 1794-1884, Public domain, via Wikimedia Commons

Il lupo che abita la soglia: il canide più raro del mondo e i pastori degli altopiani

Tempo di lettura: 8 minuti

A più di 3000 metri di quota, dove l’aria si fa sottile e il terreno gela ogni notte per poi sciogliersi a mezzogiorno, vive un animale che la maggior parte di noi non saprebbe nominare. Non ha la fama del lupo grigio né l’aura del licaone. Ha il muso lungo e affilato, le zampe esili, un mantello color ruggine con il ventre bianco e una mezzaluna chiara sotto gli occhi. È elegante e improbabile, una creatura che sembra disegnata per un altro continente e finita per errore sul tetto d’Africa. Si chiama lupo etiope, Canis simensis, e di lui restano meno di cinquecento esemplari adulti. È il canide più raro del pianeta e il carnivoro più minacciato dell’intero continente africano.

La sua storia è una delle più istruttive che si possano raccontare a chi voglia capire cosa significhi davvero coesistere con il selvatico. Perché il lupo etiope non è in pericolo per le ragioni che immagineremmo. Non lo si caccia per sport, non lo si stermina per odio, non lo si insegue con la stessa furia teologica che per secoli si è abbattuta sul lupo grigio nell’emisfero settentrionale. Il lupo etiope rischia l’estinzione per un motivo molto più sottile e molto più moderno: la prossimità. La vicinanza fisica, quotidiana, all’uomo e ai suoi animali domestici. Ed è proprio questa prossimità a renderlo un caso di studio formidabile, perché costringe a ripensare l’idea stessa di confine tra ciò che è addomesticato e ciò che resta libero.


Il lupo etiope rischia l’estinzione per un motivo molto più sottile e molto più moderno: la prossimità.

Per comprendere la fragilità di questo animale bisogna prima capire quanto sia specializzato. A differenza della maggior parte dei canidi – opportunisti, adattabili, capaci di mangiare quasi tutto e di vivere quasi ovunque – il lupo etiope ha una dieta estremamente selettiva. È composta per oltre il 90% da roditori afroalpini: in particolare il grande ratto talpa gigante, Tachyoryctes macrocephalus, e altre specie di topi d’erba che popolano in densità altissime le praterie d’altura. Per cacciarli ha sviluppato un cranio allungato, mascelle strette e una grande pazienza che lo porta a restare immobile accanto a una tana, in attesa, prima di lanciarsi con uno scatto preciso o di scavare freneticamente nel terreno bucherellato di gallerie.

Questa specializzazione lo lega a doppio filo a un solo tipo di ambiente: la brughiera afroalpina compresa fra i 3000 e i 4500 metri, un ecosistema che in Etiopia esiste solo a isole, frammentato in pochi rilievi separati. Il lupo etiope sopravvive oggi in sei o sette di queste enclavi montane – le montagne del Bale e dell’Arsi a sudest, il massiccio del Simien a nord, e poche altre – e più della metà della popolazione mondiale si concentra nel solo Parco nazionale dei Monti Bale. Vive in branchi territoriali di tre fino a una dozzina di adulti, che pattugliano insieme i confini all’alba e al tramonto ma cacciano da soli per il resto della giornata. È un animale diurno, sociale e al tempo stesso solitario nel suo mestiere quotidiano, che dorme all’aperto e affida la cura dei cuccioli all’intero gruppo familiare.

Il vero pericolo

La specializzazione, in biologia, è una scommessa. Funziona magnificamente finché le condizioni restano stabili, e diventa una trappola mortale appena qualcosa cambia. La brughiera afroalpina è esattamente ciò che sta cambiando: l’espansione dell’agricoltura di sussistenza e il sovrappascolo del bestiame erodono l’habitat dal basso, spingendo i lupi sempre più in alto, in spazi sempre più stretti. E in questi spazi compressi avviene l’incontro che decide tutto.

Il vero pericolo per il lupo etiope non è un fucile. È un altro canide: il cane domestico. Negli altopiani etiopi i cani da pastore vivono a migliaia, liberi di vagare, e funzionano come un serbatoio inesauribile di due malattie letali: la rabbia e il cimurro. Quando questi virus passano dal cane al lupo, il risultato è una strage. Dal 1990 quattro grandi epidemie di rabbia hanno colpito la popolazione del Bale, la più numerosa al mondo, e ogni volta hanno ucciso fra il cinquanta e il settantacinque per cento degli animali della sottopopolazione interessata. A queste si aggiungono i focolai di cimurro, che dal 2008 hanno contribuito a un calo di circa il trenta per cento nel Bale. Per una specie che conta poche centinaia di individui distribuiti in popolazioni minuscole e isolate, ciascuna di queste ondate è una catastrofe da cui è difficilissimo riprendersi.



Non lo schianto improvviso e spettacolare dell’ultimo esemplare, ma il lento, opaco logoramento di un intero modo di vivere, che si consuma generazione dopo generazione attraverso processi protratti e quasi invisibili.

C’è poi una seconda forma, più insidiosa, della stessa prossimità: l’ibridazione. Dove lupi e cani convivono troppo a stretto contatto, gli accoppiamenti tra le due specie diluiscono l’integrità genetica del lupo, già impoverita da un isolamento millenario. E infine il conflitto diretto, ancora limitato ma in crescita: nelle aree dove il pascolo incontrollato degrada la brughiera e riduce i roditori, alcuni lupi cominciano a rivolgersi agli agnelli, attirando su di sé l’ostilità dei pastori. Tradizionalmente il lupo etiope non era un nemico del bestiame — gli Oromo del sud lo chiamano jedalla farda, lo “sciacallo del cavallo”, per l’abitudine attribuitagli di seguire le giumente e le vacche prossime al parto, non certo per predarne le greggi. Ma la fame e lo spazio ristretto sanno trasformare le abitudini.

Il filosofo ambientale Thom van Dooren ha coniato un’espressione che descrive con esattezza ciò che accade qui: il dull edge of extinction, il “bordo sordo dell’estinzione”. Non lo schianto improvviso e spettacolare dell’ultimo esemplare, ma il lento, opaco logoramento di un intero modo di vivere, che si consuma generazione dopo generazione attraverso processi protratti e quasi invisibili. Non è un caso che van Dooren, nel suo lavoro sulle specie che vivono su questo bordo, dedichi un intero capitolo agli avvoltoi indiani sterminati dal diclofenac: anche lì, come per il lupo etiope, la morte arriva non dalla mano armata dell’uomo, ma dai sottoprodotti silenziosi della sua attività quotidiana. La specie umana, in questi scenari, non uccide. Avvelena lo sfondo. E la fauna selvatica scivola via senza che nessuno abbia mai puntato un’arma.

Minaccia e salvezza

È qui, però, che la vicenda del lupo etiope smette di essere soltanto una cronaca di declino e diventa qualcosa di più interessante. Perché la stessa prossimità che minaccia il lupo è anche l’unica leva che può salvarlo. Se la malattia viaggia attraverso il cane del pastore, allora è il pastore – e nessun altro – a custodire la soglia attraverso cui essa passa.

Su questa intuizione si fonda il lavoro dell’Ethiopian Wolf Conservation Programme, nato nel 1995 dall’Università di Oxford insieme alle autorità etiopi e attivo ininterrottamente da allora. La strategia non punta a separare l’uomo dal lupo, cosa impossibile in un territorio così densamente abitato, ma a gestire l’interfaccia tra i due. Da un lato, campagne capillari di vaccinazione dei cani domestici contro la rabbia: per essere efficaci devono raggiungere e mantenere una copertura del settanta per cento, un’impresa ardua in un paesaggio remoto dove la popolazione canina cambia di continuo. Dall’altro, una svolta scientifica di portata mondiale: la vaccinazione orale dei lupi stessi. Un sacchetto di vaccino nascosto in un’esca di carne, distribuito di notte ai branchi. Era la prima volta che il vaccino orale SAG2 veniva impiegato su un carnivoro selvatico in via di estinzione – un metodo già usato in Europa e Nord America per controllare la rabbia nelle volpi e in altri carnivori, ma mai prima applicato a una specie tanto rara. I risultati delle prime campagne hanno mostrato un’assunzione delle esche superiore all’ottanta per cento, e questo ha permesso di passare da una logica reattiva — vaccinare solo dopo che un focolaio era già esploso e aveva già condannato decine di animali — a una logica preventiva, che mira a tenere le popolazioni, come ha detto il fondatore del programma Claudio Sillero, fuori dal vortice dell’estinzione.

Ma la tecnologia, da sola, non basta. La chiave è umana. Il programma forma membri delle comunità locali come Wolf Ambassadors, “ambasciatori del lupo”: uomini e donne degli altopiani che monitorano i branchi, registrano gli avvistamenti, segnalano le minacce, fanno da ponte fiduciario fra i conservazionisti e i villaggi. Sono spesso ex pastori, persone che conoscono ogni piega del terreno e ogni pista, e che mettono questa conoscenza incarnata al servizio della specie. A loro si affiancano i tecnici professionisti: in una sola stagione documentata, sedici tecnici esperti e diciassette ambasciatori comunitari hanno raccolto insieme quasi 5000 avvistamenti di lupi. A ciò si aggiungono i progetti di sostentamento alternativo – come la produzione di un miele d’altura dal sapore unico – pensati per far sì che le comunità traggano un beneficio concreto dalla presenza del lupo, anziché percepirla come una minaccia da eliminare. Perché la coesistenza, lontano da ogni retorica, è anche e soprattutto una questione economica: si custodisce ciò che conviene custodire.

Vale la pena notare un dettaglio non secondario per chi guardi a questi temi dalle nostre latitudini: la figura del pastore-custode che emerge negli altopiani etiopi non nasce da una tradizione cerimoniale antica, ma da una costruzione recente, negoziata, fragile. Non c’è qui il romanticismo di un popolo che da sempre venera il proprio predatore. C’è qualcosa di più onesto e, forse, di più utile da pensare: persone comuni che, davanti a un animale che a volte gli porta via un agnello, scelgono – perché aiutate a farlo, e perché ne ricavano qualcosa – di diventarne i guardiani.

In questo passaggio dalla diffidenza alla custodia c’è un’eco che vale la pena ascoltare. Il popolo Oromo, che abita gran parte di questi altopiani, possiede nella propria cosmologia tradizionale, la Waaqeffannaa, un concetto che illumina la posta in gioco meglio di molte teorie occidentali. È il safuu: l’idea che ogni essere abbia un proprio posto nell’ordine cosmico e sociale, un posto conferito dall’ayaana, la presenza spirituale ricevuta dal dio creatore Waaqa, e che ciascuno debba rispettare il proprio posto e quello degli altri. L’antropologo Lambert Bartels lo descrisse come un principio fondamentale e pervasivo, che governa al tempo stesso le relazioni dentro la famiglia, fra le comunità e fra gli uomini e la natura. Il safuu, scriveva, implica insieme diritti e doveri.

Coesistenza

Non si tratta di un culto del lupo: quel culto non è mai esistito, e sarebbe disonesto inventarlo. Si tratta di qualcosa di più profondo e più applicabile, una sorta di grammatica morale dei confini. Coesistere, nella logica del safuu, non significa abbattere ogni distanza fra le specie né fonderle in un’indistinta fratellanza. Significa riconoscere che ciascuno ha una collocazione, e che il compito etico consiste nel mantenere quelle collocazioni in equilibrio. Il dramma del lupo etiope è precisamente un dramma di confini saltati: il cane che porta il virus dove non dovrebbe arrivare, il pascolo che invade la brughiera, il gene domestico che contamina quello selvatico. E la sua possibile salvezza è un lavoro paziente di ricostruzione delle soglie, non muri, ma membrane permeabili e sorvegliate, attraverso cui la vita possa continuare a passare senza che passi anche la morte.

L’antropologa Deborah Bird Rose, che ha dedicato gran parte della sua opera alle estinzioni e ai legami fra le specie, parlava di double death, la “doppia morte”: non la morte singola che fa parte naturale del ciclo della vita, ma quella morte amplificata che, spezzando le relazioni fra i viventi, divora anche il futuro, impedendo alla vita di rigenerarsi. Quando un lupo muore di rabbia, non muore soltanto quell’animale: muore una parte della trama genetica già esilissima della specie, muore una possibilità di branco, di territorio, di generazioni a venire. Ma Rose, che da giovane studiò un popolo aborigeno australiano per il quale il dingo – un altro canide a metà strada fra il domestico e il selvatico – era parte costitutiva dell’essere umani, sapeva anche riconoscere l’opposto: ciò che lei chiamava shimmer, il luccichio, la vibrazione di un mondo ancora vivo e capace di richiamarci dentro le sue relazioni. Gli altopiani etiopi, all’alba, quando un branco di lupi color ruggine pattuglia i propri confini fra le distese di lobelie giganti, sono uno di quei luoghi che ancora luccicano.

Non sappiamo se basterà. Le popolazioni restano minuscole, l’habitat continua a frammentarsi, le strade costruite nell’ultimo decennio attraverso le brughiere portano nuovi rischi, e la malattia resta una minaccia latente, mai del tutto sopita. Ma il lupo etiope ci consegna una lezione che vale ben oltre i suoi monti: che nell’epoca in cui viviamo la coesistenza non è quasi mai una scelta fra il selvatico e il domestico, ma la gestione attenta, faticosa e profondamente politica della soglia che li separa e li tiene insieme. Il pastore che vaccina il proprio cane perché il lupo non muoia compie un gesto antico quanto il safuu e moderno quanto la biologia della conservazione. Sta tenendo ogni cosa al suo posto. Sta, semplicemente, abitando bene il confine.

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