Nella valle dell’Omo, poco prima del tramonto, un ragazzo si spoglia di ogni indumento e avanza verso una fila di buoi allineati fianco a fianco. Gli etnografi Jean Lydall e Ivo Strecker, che hanno vissuto a lungo tra gli Hamar dell’Etiopia meridionale, hanno raccolto le parole con cui la comunità descrive quell’istante: il giovane sta in mezzo agli animali “nudo come un morto”, e i buoi del padre attendono “come a una sepoltura”. L’immagine spiazza, perché tutto intorno parla di vita – la festa, i canti, le ragazze che danzano, i dorsi degli animali lucidi di sterco – mentre il linguaggio del rito evoca una fine. È la prima chiave per comprendere l’Ukuli Bula, il salto dei tori: prima di diventare uomo, il bambino che si era deve cessare di esistere.
Gli Hamar (o Hamer) sono una comunità agro-pastorale di poche decine di migliaia di persone, stanziata tra le colline e le pianure aride della bassa valle dell’Omo, nel sud dell’Etiopia. Parlano una lingua omotica meridionale che non si insegna a scuola né si usa negli uffici, e organizzano la propria vita intorno a una certezza diffusa in tutta l’Africa orientale pastorale: il bestiame è ricchezza, parentela e misura di ogni cosa. Una mandria non si conta come si conta il denaro; si conosce capo per capo, per mantello, corna, indole e discendenza. Le vacche danno latte e sangue, i buoi danno forza e prestigio, e l’intera economia delle nozze si regge sul trasferimento degli animali da una famiglia all’altra: un matrimonio costa decine di capre e una ventina di bovini.
È la prima chiave per comprendere l’Ukuli Bula, il salto dei tori: prima di diventare uomo, il bambino che si era deve cessare di esistere.
L’antropologo Edward Evans-Pritchard, studiando i Nuer del Sudan negli anni Trenta, coniò un’espressione rimasta celebre per questo tipo di legame: l’“idioma bovino”. Presso simili popoli, scriveva, gli esseri umani pensano sé stessi attraverso il bestiame, prendono il nome dal proprio bue prediletto, leggono nelle bestie il proprio onore e la propria storia. Qualche anno prima Melville Herskovits aveva descritto un vero e proprio “complesso del bestiame” dell’Africa orientale, un sistema in cui l’animale eccede di gran lunga la funzione alimentare per diventare cardine simbolico dell’esistenza. Gli Hamar, di lingua omotica e non nilotica, appartengono comunque a questa grande famiglia culturale: condividono l’idea che si diventi persone compiute soltanto entrando in una relazione precisa, codificata e rischiosa con gli animali che si allevano.
La cerimonia
Il salto dei tori è la soglia di quella relazione. La data la stabiliscono i genitori del giovane, di norma dopo il raccolto, e perfino l’invito assume la forma di un legame con il tempo: agli ospiti si consegna una striscia di corteccia annodata, e per ogni giorno che manca alla cerimonia se ne scioglie un nodo, finché la corda non resta liscia e il momento è giunto. Nei giorni della festa scorre la birra di sorgo, si danza fino all’alba, le donne fanno risuonare campanelli alle caviglie e lunghe trombe. Poi, nel pomeriggio decisivo, il ragazzo viene preparato: gli si rade in parte il capo, gli si friziona il corpo con la sabbia per lavarlo da ogni colpa, lo si cosparge di sterco perché ne tragga vigore, e gli si annodano attorno al busto strisce di corteccia incrociate, come richiesta di protezione. Gli uomini allineano sette, otto, dieci buoi castrati, li tengono per le corna e ne ungono il dorso di sterco perché diventi scivoloso. Il giovane prende la rincorsa, balza sul primo animale e percorre la fila camminando sui dorsi, di norma quattro volte avanti e indietro, senza cadere. Cadere significa attendere un altro anno, e riversare la vergogna sull’intera famiglia.
All’inizio del Novecento l’etnografo francese Arnold van Gennep diede un nome alla grammatica nascosta in gesti come questo. Ne I riti di passaggio mostrò che ogni mutamento di stato – la nascita, l’iniziazione, le nozze, la morte – segue la stessa sequenza in tre tempi: una separazione dall’identità precedente, un margine sospeso in cui non si è più ciò che si era né ancora ciò che si sarà, e infine una riaggregazione nel nuovo ruolo. Il ragazzo Hamar “morto” tra le bestie abita esattamente quel margine, spogliato del proprio nome di bambino e non ancora rivestito di quello di adulto. I quattro passaggi sul dorso degli animali sono il ponte gettato sopra il vuoto. Quando ridiscende, dall’altra parte ha il diritto di sposarsi, di possedere bestiame, di generare figli; e gli zii materni e le donne del villaggio lo benedicono mentre, raccontano Lydall e Strecker, volge lo sguardo verso le montagne degli Hamar e tutti invocano per lui il barjo, la parola densa che significa insieme sorte, benedizione e benessere.
La cerimonia ha però un secondo volto, più duro da raccontare e impossibile da addolcire. Prima del salto, le parenti del ragazzo – sorelle, cugine, zie – vanno incontro ai Maza, i giovani che hanno già compiuto il rito e vivono per un periodo in disparte, spostandosi di festa in festa. Alle ragazze, i Maza non porgono carezze ma colpi di frusta: e sono loro a chiederli, offrendo la schiena, rifiutando di mostrare il dolore, portando poi le cicatrici come un titolo d’onore. Ogni segno dichiara un debito, perché il fratello per cui si è sofferto sarà tenuto, per tutta la vita, a sostenere quella donna nei momenti difficili. La pratica turba lo sguardo occidentale, a ragione, tanto più che il consenso convive con una pressione sociale fortissima: chi si sottrae rischia il disonore e l’esclusione dal matrimonio. Vale però la pena sospendere per un attimo il giudizio e ascoltare ciò che il filosofo e antropologo Pierre Clastres aveva intuito osservando le iniziazioni dolorose di altre società. Ne La società contro lo Stato descrive il corpo come la superficie su cui la collettività incide la propria legge: il dolore inflitto e accettato funziona da dispositivo di memoria. La cicatrice dice “appartieni” e dice “nessuno è più grande del gruppo”. Letta così, la frusta degli Hamar va intesa meno come crudeltà fine a sé stessa che come la scrittura di un’alleanza: un’alleanza che, lo si può riconoscere senza alcun compiacimento, costa più alle donne che agli uomini.
Compiuto il salto, il ragazzo viene condotto via dai Maza, che gli radono del tutto il capo e lo accolgono tra loro. Da quel momento appartiene a una condizione nuova: alla danza notturna che segue, l’evangadi, potrà incrociare lo sguardo delle ragazze e lasciarsi scegliere, anche se il primo matrimonio resta una faccenda decisa dagli anziani. La sua infanzia si è chiusa sul dorso di un animale, e su quel dorso è cominciata la sua età adulta.
Una società non eredita i propri adulti: li costruisce, con cura e con dolore, in un luogo e in un giorno precisi, davanti a tutti.
I bovini dell’Omo e un mondo che muta
Vale la pena fermarsi un istante sugli animali che fanno da ponte. I bovini dell’Omo sono zebù, Bos taurus indicus, riconoscibili per la gobba muscolo-adiposa sul garrese e per l’ampia giogaia che pende dal collo. Sono il frutto di millenni di adattamento alle terre calde e secche: la gobba serve da riserva nei periodi di magra, e l’animale sopporta calore, siccità e parassiti meglio dei bovini di origine europea. Sotto i piedi del giovane Hamar, però, lo zebù smette di essere un capolavoro di fisiologia e diventa il banco di prova di una vita intera, la materia stessa di cui è fatta la sua appartenenza.
Qui la storia degli Hamar tocca anche chi la legge da lontano, da una città in cui l’ingresso nell’età adulta si è fatto vago e diluito, una somma di scadenze, esami e contratti senza una soglia visibile che il corpo attraversi una volta per tutte. John Berger, in un saggio celebre sul perché guardiamo gli animali, osservava che la modernità ha spinto le bestie ai margini della vita fino a renderle quasi invisibili: le incontriamo come immagini, come compagnia addomesticata o come carne anonima sullo scaffale, di rado come presenze da cui dipende il nostro destino. Il ragazzo dell’Omo, all’opposto, deve letteralmente reggersi in piedi sopra gli animali che lo sosterranno per il resto dei suoi giorni. Non si tratta di invidiare un mondo durissimo, fatto di siccità, faide per il bestiame e gerarchie pesanti; semmai di accorgersi di quanto poco, nelle nostre esistenze, gli animali contino ancora come interlocutori e non soltanto come sfondo o risorsa.
Anche il mondo degli Hamar, del resto, sta mutando sotto i loro piedi. A monte, sull’Omo, la grande diga di Gibe III, completata nel 2016, ha interrotto la piena annuale da cui per secoli sono dipese l’agricoltura sui limi lasciati dalle acque in ritirata e i pascoli di tutta la valle. A valle, vasti progetti statali di canna da zucchero, come il Kuraz Sugar Development Project, hanno sottratto terre, deviato l’acqua nei canali d’irrigazione e imposto il reinsediamento a diverse comunità vicine, dai Bodi ai Mursi ai Kwegu. Più legati alle colline e alle mandrie che alle rive, gli Hamar subiscono questa trasformazione in modo meno diretto, ma ne respirano la stessa aria: i pascoli si contraggono, le siccità si fanno più dure, e un’economia che misura il valore in tonnellate di zucchero preme contro un’economia che lo misura in capi conosciuti per nome. E c’è una minaccia più sottile, che li riguarda da vicino: il turismo. Le jeep arrivano per il salto dei tori e per le cicatrici delle donne, gli obiettivi trasformano una soglia sacra in spettacolo a pagamento, e il rito rischia di sopravvivere come cartolina dopo aver perso il proprio centro.
Forse è proprio questo il cuore segreto della cerimonia. Una società non eredita i propri adulti: li costruisce, con cura e con dolore, in un luogo e in un giorno precisi, davanti a tutti. Gli Hamar hanno scelto di farlo sul dorso vivo dei loro animali, là dove il rischio è reale e la bestia è insieme giudice, alleato e misura. Quando il ragazzo ridiscende e cerca con gli occhi le montagne, mentre le voci invocano per lui il barjo, riceve qualcosa che le nostre vite hanno smarrito quasi senza accorgersene: la certezza di un confine attraversato, l’esperienza fisica di essere stato condotto – da una comunità e da una mandria – da una riva all’altra dell’esistenza.
Non serve idealizzare la valle dell’Omo per sentire la domanda che ci rivolge: dove sono, nelle nostre vite, le soglie che meritano di essere attraversate, e chi le attraversa accanto a noi?
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