Idee

Leoni nella Savana
Gruppo di leoni nella Savana

Io sono perché noi siamo

Tempo di lettura: 5 minuti

Attraversare una strada tenendosi per mano con un guerriero Masaai. Non in Kenya, ma a Beverly Hills, in California. Dall’altra parte del viale una mandria di cento elefanti indiani a grandezza naturale, sculture viaggianti della Great Elephant Migration, e in cima alla mandria un elefante africano. Lo si riconosce dalle grandi orecchie, più grandi e scenografiche di quelle del cugino asiatico, e dalla testa possente.

La coesistenza disegna queste favole, le trasforma in realtà e sposta i confini del dialogo nella geografia come nei termini. Coesistere implica adottare un linguaggio comune, che non ha un grande bisogno di parole: gli animali sono per natura l’oggetto del discorso, mentre i conflitti e le soluzioni, quando si opta per la coesistenza, sono lì, a portata di esperienza.

Io e Lu non parliamo la stessa lingua. Lui parla swahili e io non ne conosco una singola parola.  Ma in un lungo viaggio attraverso gli USA io e Lu ci abbracciamo e sorridiamo spesso, e alla fine siamo amici. Lu ha ucciso molti leoni. Per molte generazioni, tra i Masaai, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta aveva un leone come portale di accesso. Non dipinto, né scolpito nel legno: un vero leone, libero tra l’erba alta e fluttuante della savana e l’intricato groviglio di rami del bush. Per dimostrare di essere pronti al passaggio verso la vita adulta, i giovani guerrieri, i moran, si preparavano con canti, digiuni e benedizioni degli anziani.

Lion Guardians

A questi rituali faceva seguito il rito vero e proprio, l’Ala-mayo: un rito sacro, una prova di coraggio e disciplina che consisteva nell’affrontare l’animale forse più temuto del continente africano. Uccidere un leone, armati degli strumenti tradizionali e rudimentali di una caccia antica e tribale, significava guadagnarsi il prestigio, il rispetto e il diritto di rappresentare la propria comunità, poiché si dimostrava di essere in grado di proteggerla. La criniera, scalpo di un nemico-non nemico, veniva utilizzata come ornamento dal forte significato spirituale, in una sorta di immedesimazione o metamorfosi uomo-animale. La tradizione dei moran, nel tempo, ha contribuito insieme ad altre cause a una drastica riduzione del numero di leoni.

In alcune comunità Masaai potevano essere uccisi fino a otto leoni l’anno in nome dell’antico rituale, ma la vendetta nei confronti dell’attitudine predatoria della specie giocava altresì un ruolo importante. I leoni, come molte altre specie di grandi carnivori, sono attratti dal bestiame domestico: una preda facile, che rende più semplice la sopravvivenza nelle condizioni spesso ostili degli ecosistemi naturali.

Negli anni 2000 la ricerca aveva evidenziato come i leoni fossero scesi a meno di 20.000 esemplari, un decimo rispetto ai numeri di un secolo prima. In quegli stessi anni, due donne sono impegnate full-time sul campo, nella zona di Amboseli, per studiare il comportamento dei leoni e il conflitto tra comunità locali e specie selvatiche. Queste donne sono Leela Hazzah e Stephanie Dolrenry, e vent’anni fa segnano il punto di rottura con la tradizione, creando un nuovo sentiero di coesistenza pacifica tra tribù indigene e predatori.

Nel 2007 fondano la NGO Lion Guardians: durante le loro ricerche incontrano diversi guerrieri Masaai che mostrano una profonda conoscenza della specie e un grande rispetto nei suoi confronti. Un ex moran in particolare, si dimostra desideroso di mettere il proprio coraggio a favore della conservazione dei leoni piuttosto che nella loro uccisione. Da questo dialogo, l’idea e poi la svolta nella tutela di uno degli animali più iconici e amati al mondo. Fin da subito, il coinvolgimento dei guerrieri si dimostra vincente: con la loro conoscenza tradizionale delle aree di passaggio, delle piste, dei segni di presenza e dell’uso del territorio da parte dei leoni, i Masaai si rivelano essere una risorsa straordinaria per la loro tutela.


Proteggere il leone significa proteggere la propria identità e riconoscere che la coesistenza è una dimostrazione più alta di forza individuale e collettiva.

In un paio di decenni il progetto Lion Guardians ha trasformato un gesto di morte in un gesto di custodia. Proteggere il leone significa proteggere la propria identità e riconoscere che la coesistenza è una dimostrazione più alta di forza individuale e collettiva. Il filosofo Martin Buber scriveva che l’essenza della vita è nella relazione Io-tu, nel rapporto autentico con l’altro, visto non come oggetto ma come presenza viva. Così è accaduto tra i pastori e i leoni: un tempo l’altro era il nemico, ora è invece l’interlocutore, la creatura con cui condividere il paesaggio, la notte, la sete dell’acqua e la paura della fame. Secondo questo approccio, gli animali sono soggetti con cui entriamo in relazione, non oggetti da utilizzare per uno scopo. Coesistere assume un significato non solo socio-biologico, ma profondamente spirituale. È il riconoscimento di una parentela invisibile tra uomo e animale. Forse il simbolismo universale del leone ha aiutato. È forza regale nei miti antichi, emblema di Cristo nella tradizione medievale, incarnazione del Sole in molte cosmologie. Nei racconti africani rappresenta la saggezza e la vigilanza e custodirlo, allora, significa custodire un archetipo che appartiene a tutta l’umanità. Rilke diceva che «ogni creatura vede in noi un riflesso dell’invisibile», e forse il compito del nostro tempo non è più dominare, ma restituire dignità a questo riflesso. Imparare a con-vivere, vivere insieme, senza sopraffare.

I guerrieri trasformati in custodi attraverso le terre di Kenya e Tanzania, oggi percorrono quotidianamente centinaia di chilometri quadrati di savana, seguendo tracce impresse sulla sabbia e segnali GPS per monitorare oltre cento esemplari di leoni, ognuno identificato per nome. I risultati, rispetto agli inizi, sono straordinari: le uccisioni sono diminuite del 90% e a partire dal 2010, nella sola regione di Amboseli, la popolazione di leoni è aumentata del 300%. Grazie alle recinzioni di protezione per i bovini, le boma, le predazioni ai danni del bestiame domestico sono diminuite del 60%, riducendo così l’intensità del conflitto e le sue ovvie conseguenze. Ogni guardiano riceve uno stipendio regolare, che gli permette di sostenere la propria famiglia, e preserva il proprio prestigio e dignità: l’onore non deriva più dal sangue versato, ma dalla vita risparmiata. Un coraggio che oggi si misura nella custodia invece che nella distruzione.


Rilke diceva che «ogni creatura vede in noi
un riflesso dell’invisibile», e forse il compito
del nostro tempo non è più dominare,
ma restituire dignità a questo riflesso.

La vita appartiene alla comunità

Il filosofo africano John Mbiti ha riassunto efficacemente lo spirito delle tradizioni Masaai, che vedono la vita non appartenere al singolo, ma alla comunità, a un flusso che scorre unito come un fiume: «Io sono perché noi siamo».

Nei racconti orali dei Masaai, il leone è al tempo stesso fratello e antagonista: un compagno che mette alla prova il coraggio umano, ma anche un custode del paesaggio, che è un paesaggio con-diviso. In Ecologia oscura, Timothy Morton ci lascia in eredità alcune chiavi di lettura del presente, per superare gli apparenti paradossi che osserviamo nel relazionarci con la natura. Questo genere di ambivalenze, diffuse attraverso le culture di ogni angolo del mondo, riconfermano semplicemente che viviamo tutti nello stesso mesh, l’intreccio dell’essere.

L’illusione moderna della separazione uomo-animale si dissolve dinnanzi la realtà della savana africana, dove uomini e leoni si contendono le stesse risorse, ma finiscono con il dipendere gli uni dagli altri. Il leone non è esterno alla vita dei pastori, né il pastore è esterno alla vita dei leoni. In questo senso, per concludere, il passaggio dalla caccia rituale all’atto della custodia (non la conseguenza di una manipolazione occidentale dettata dalla biologia della conservazione, ma un seme germogliato in seno al problema come soluzione) non è banalmente solo una scelta pratica, ma una rivelazione spirituale.

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