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Bansoa, Camerun, foto di Edouard Tamba
Bansoa, Camerun, foto di Edouard Tamba

La foresta che inizia: i Baka e lo spirito che danza tra gli alberi

Tempo di lettura: 5 minuti

“Il mondo della foresta era il mondo reale, l’unico che contasse”.

Colin Turnbull, The Forest People

Nella foresta pluviale del Camerun sudorientale, dove la volta arborea si chiude così fitta da trasformare il mezzogiorno in crepuscolo, il confine tra il visibile e l’invisibile si assottiglia fino a scomparire. Qui, in comunità di circa cinquanta persone che si spostano tra accampamenti temporanei fatti di rami piegati e foglie larghe, vive un popolo che ha costruito la propria intera cosmologia intorno a un’idea tanto semplice quanto radicale: la foresta è viva, senziente, abitata da presenze che si manifestano attraverso la danza e il canto. I Baka – circa trentamila persone distribuite tra Camerun, Gabon e Repubblica del Congo – sono cacciatori-raccoglitori che la letteratura coloniale ha a lungo chiamato “pigmei”, un termine oggi giustamente abbandonato.

Con un’altezza media intorno al metro e cinquantadue, i Baka hanno sviluppato un adattamento fisico e culturale alla foresta equatoriale che non ha equivalenti: conoscono centinaia di piante medicinali, leggono i segni della foresta con una precisione che ha stupito generazioni di botanici, e praticano una forma di musica polifonica di tale complessità da essere stata iscritta nella lista UNESCO del patrimonio immateriale dell’umanità.


la foresta è viva, senziente, abitata da presenze che si manifestano attraverso la danza e il canto

Al centro della vita spirituale dei Baka c’è Jengi (scritto anche Djengi o Ejengi), lo spirito della foresta. Jengi è il mediatore tra Komba, l’essere supremo che ha creato il mondo e poi si è ritirato, e la comunità dei viventi. I Baka lo descrivono come un padre protettore, una presenza onnipresente nella foresta capace di punire i trasgressori e di benedire i cacciatori. Secondo il mito di origine, Komba custodiva Jengi in una scatola, ma un giorno, in assenza del creatore, un uomo convinse il figlio di Komba ad aprirla per vedere lo spirito danzare. Komba, udendo il suono della danza dal profondo della foresta, tornò furioso e, poiché gli uomini si erano procurati da soli questa responsabilità, lasciò loro Jengi e si ritirò per sempre. Da quel momento, Jengi vive tra gli alberi e gli uomini non vedono più Komba.

La cerimonia

La cerimonia di iniziazione che porta il nome dello spirito – il rituale Jengi – segna il passaggio dei giovani Baka dall’infanzia all’età adulta. I ragazzi si offrono volontariamente per essere iniziati dallo spirito: una volta attraversato il rito, acquisiscono il diritto di vivere e camminare liberamente nella foresta sacra. La cerimonia è segreta; l’antropologo Mauro Campagnoli è tra i pochissimi studiosi ad aver dichiarato di avervi partecipato.

Ciò che se ne conosce dall’esterno è la sua dimensione performativa: durante il rituale, Jengi si manifesta sotto forma di una figura interamente ricoperta di strisce di rafia color ruggine, priva di volto, di arti visibili, di tratti riconoscibili. Scivola attraverso la radura al ritmo crescente dei tamburi e del canto polifonico dei villaggi, mentre il confine tra spirito e materia, tra foresta e comunità, si dissolve. Gli uomini del villaggio formano gruppi per mettere in scena la presenza degli spiriti davanti a donne e bambini; le donne, a loro volta, cantano per far danzare gli spiriti. I giovani iniziati vengono cosparsi di olio di palma e sostanze colorate, tutti ricavati dalla foresta.

Colin Turnbull, antropologo britannico, nel suo The Forest People (1961), raccontò la vita dei Mbuti della foresta dell’Ituri, nel Congo, un popolo imparentato culturalmente con i Baka.

Turnbull descrisse una società in cui la foresta stessa era considerata una divinità benevola, un essere che provvede a tutto e in cambio chiede soltanto rispetto e allegria. Per i Mbuti come per i Baka, la foresta va ben oltre lo sfondo: è un interlocutore, un soggetto con cui si intrattiene un dialogo continuo fatto di canti, offerte, attenzione. Quando qualcosa va storto – una caccia infruttuosa, una malattia, un conflitto – la diagnosi è sempre la stessa: la foresta si è addormentata, e il compito della comunità è risvegliarla con la musica. L’idea che il mondo vegetale e animale circostante possieda una forma di coscienza a cui si può accedere attraverso il suono è forse il tratto più profondo della spiritualità dei popoli della foresta equatoriale.



Quando qualcosa va storto – una caccia infruttuosa, una malattia, un conflitto – la diagnosi è sempre la stessa: la foresta si è addormentata, e il compito della comunità è risvegliarla con la musica

Musica

La musica dei Baka merita una riflessione a sé. La loro polifonia vocale – costruita su un massimo di quattro parti indipendenti che si sovrappongono in cicli ripetuti con variazioni continue, in una struttura che ricorda il passacaglia europeo – raggiunge un livello di complessità che l’Europa ha conosciuto solo a partire dal XIV secolo. Ogni cantore divide il periodo musicale secondo figure ritmiche diverse, creando una superficie sonora di variazioni infinite. Esiste anche il liquindi, una forma di percussione acquatica praticata dalle donne Baka, che producono suoni battendo la superficie dell’acqua con le mani, intrappolando l’aria per generare un effetto percussivo. Achille Mbembe, filosofo camerunese, ha scritto a lungo sulla necessità di decolonizzare il pensiero sull’Africa, sottraendolo alle narrative di primitivismo e arretratezza. In quest’ottica, la complessità musicale dei Baka – una sofisticazione formale che precede di secoli quella europea – dovrebbe costringere a ripensare le gerarchie culturali con cui l’Occidente ha classificato per troppo tempo i popoli della foresta.

Le ricerche condotte da Daisaku Tsuru dell’Università di Kyoto hanno documentato cinquantadue tipi diversi di performance rituali legate agli spiriti tra i Baka, distribuite in modo diseguale tra duecentoventisette comunità. Oltre al Jengi, gli spiriti principali includono l’Emboamboa – uno spirito buffone, amichevole, con cui i bambini giocano liberamente – e il Kose, caratterizzato da una gonna d’erba che produce suoni ritmici. Ogni spirito possiede una “personalità” distinta e appartiene a un individuo specifico: gli spiriti vengono creati, scambiati, comprati e venduti tra i membri della comunità, in un processo di selezione culturale per cui alcuni prosperano e si diffondono ampiamente, mentre altri si estinguono. Siamo di fronte a un ecosistema spirituale dinamico, in cui gli spiriti competono – per così dire – per la sopravvivenza nel cuore delle persone, proprio come le specie viventi competono per le risorse in un habitat naturale.

Il diritto di abitare la foresta

Le minacce che incombono sui Baka e sulla loro foresta sono molteplici e gravi. La deforestazione industriale, il bracconaggio e l’espansione delle concessioni minerarie erodono quotidianamente l’habitat da cui dipende ogni aspetto della loro esistenza. I progetti di conservazione, come il Jengi Project avviato nel 1998 per proteggere le aree di Lobeke, Boumba e Nki, hanno spesso imposto restrizioni alla caccia che i Baka hanno percepito come un’ulteriore forma di dominio da parte dei loro vicini bantu, con i quali intrattengono un rapporto storicamente asimmetrico, fatto di scambi ma anche di sfruttamento. La medicina tradizionale Baka – un patrimonio farmacologico così rinomato che persino i non-Baka cercano i loro guaritori – rischia di perdersi insieme alla foresta che la alimenta.

Per i Baka, iniziare un giovane allo spirito Jengi significa consegnargli la foresta: il diritto e il dovere di abitarla, rispettarla, ascoltarla. In un mondo che tende a separare il sacro dal quotidiano, la spiritualità dall’ecologia, i Baka ci ricordano che le due cose possono coincidere. La loro foresta è al tempo stesso cattedrale, farmacia, dispensa e scuola, e lo spirito che la abita si manifesta solo quando la comunità vive in armonia. Forse la lezione più profonda che questi uomini e queste donne della foresta equatoriale possono offrire a chi vive lontano dagli alberi è questa: che la natura risponde a chi sa chiamarla, e il modo migliore per chiamarla è cantare.

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