Language carries culture, and culture carries the entire body of values by which we come to perceive ourselves and our place in the world.
Ngũgĩ wa Thiong’o*
Nel sertão del Pernambuco, a trecentoventi chilometri da Recife, il paesaggio è fatto di terra arsa e di ostinazione. L’aria vibra sopra campi riarsi dove la pioggia può mancare per anni, i fiumi si riducono a letti sassosi, e il cielo si mantiene di un azzurro secco, indifferente. In questa porzione di Nordest brasiliano – la regione più povera del paese, quella in cui la siccità rappresenta una condizione permanente – vive un popolo che ha fatto della resistenza silenziosa il proprio atto fondativo. I Fulni-ô, il cui nome in lingua propria significa “popolo della riva del fiume”, sono l’unico gruppo indigeno dell’intero Nordest brasiliano ad aver preservato la propria lingua madre, lo Yathê, che significa, semplicemente, “la nostra parola”. Mentre decine di altre etnie della regione hanno perso l’idioma ancestrale sotto la pressione secolare della colonizzazione portoghese e delle missioni cattoliche, i Fulni-ô lo hanno custodito come si custodisce un fuoco in mezzo al vento. E lo hanno fatto attraverso un segreto.
In reclusione
Ogni anno, nelle ultime settimane di agosto, le circa seimila persone che compongono la comunità Fulni-ô iniziano i preparativi per trasferirsi dalla loro aldeia principale – situata ai margini della città di Águas Belas – a un secondo villaggio distante circa sei chilometri, interamente dedicato alla vita cerimoniale. Questo luogo, e il rituale che vi si celebra, portano lo stesso nome: Ouricuri, dalla palma syagrus con le cui foglie venivano un tempo costruite le capanne rituali. Per tre mesi – da settembre a novembre – la comunità vive in reclusione. I non-indigeni non possono entrare. Gli uomini dormono in uno spazio riservato chiamato Juazeiro Sagrado, inaccessibile alle donne. Le rivalità vengono sospese, i rapporti sessuali e l’alcool rigorosamente vietati. La musica profana tace: perfino fischiettare è proibito. E, soprattutto, ciò che accade dentro l’Ouricuri non viene mai raccontato. I Fulni-ô più anziani sostengono che chi ha violato questa regola ha fatto una morte strana. Nemmeno i bambini, al ritorno, rivelano ciò che hanno visto.
James C. Scott, politologo e antropologo statunitense, nel suo Domination and the Arts of Resistance (1990) ha introdotto il concetto di “trascrizione nascosta” (hidden transcript): un discorso che i gruppi subordinati elaborano e praticano al riparo dallo sguardo del potere dominante. Ciò che viene detto e fatto in pubblico – la “trascrizione pubblica” – spesso maschera, per necessità, un mondo interiore di significati, pratiche e parole che il potere non può raggiungere. L’Ouricuri dei Fulni-ô incarna questa intuizione con una radicalità che Scott avrebbe trovato esemplare: il segreto rituale è, allo stesso tempo, atto spirituale e arma politica. In un Brasile che per secoli ha tentato di assimilare, convertire o cancellare le culture indigene – dichiarando estinti i loro villaggi, dividendo le loro terre in lotti individuali, imponendo la lingua portoghese e il cattolicesimo – la segretezza dell’Ouricuri è stata la trincea ultima. Ciò che il potere non può vedere, il potere non può distruggere.
Il segreto rituale è, allo stesso tempo,
atto spirituale e arma politica.
Lingua madre
Lo Yathê è una lingua orale, priva di scrittura, trasmessa nel contesto domestico, nella vita quotidiana del villaggio e – con particolare intensità – durante i tre mesi dell’Ouricuri. È la lingua in cui si nasce etnicamente Fulni-ô: chi non partecipa all’Ouricuri non è considerato un membro legittimo della comunità, indipendentemente dal sangue. Lo scrittore keniota Ngũgĩ wa Thiong’o, nel suo Decolonising the Mind (1986), ha scritto che la lingua madre è il primo campo di battaglia nella lotta contro il colonialismo: controllare la lingua di un popolo significa controllare il modo in cui quel popolo pensa sé stesso e il proprio rapporto con il mondo. I Fulni-ô hanno combattuto questa battaglia per secoli, e l’hanno vinta. In un continente in cui centinaia di lingue indigene si sono estinte sotto la pressione coloniale, lo Yathê vive ancora, parlato attivamente da oltre il novanta per cento della comunità. Ogni parola pronunciata in Yathê durante l’Ouricuri è un atto di sovranità.
Il rapporto con l’acqua attraversa ogni aspetto dell’identità Fulni-ô. Il nome stesso del popolo li definisce come appartenenti alla riva del fiume, il Rio Ipanema, che scorre accanto al villaggio di Águas Belas. Fino al 1981, durante i tre mesi di rituale, i Fulni-ô dipendevano dall’acqua piovana raccolta in due cisterne; quando questa si esauriva prima della fine della cerimonia, gli uomini dovevano percorrere sei o sette chilometri verso le sorgenti collinari per rifornire il villaggio con carri trainati da muli. La scarsità d’acqua aggravava le condizioni igieniche e provocava un numero allarmante di morti per infezioni intestinali, soprattutto tra i bambini. L’acqua, per questo popolo, non è mai stata una risorsa scontata: è una conquista, una supplica, un bene sacro la cui presenza o assenza determina la possibilità stessa del rituale. Negli ultimi anni, la terra dei Fulni-ô ha subito una deforestazione quasi totale e periodi di siccità che si protraggono per anni, rendendo la questione idrica una minaccia esistenziale.
Il Toré è un atto di connessione spirituale con la forza della natura, un gesto di purificazione del corpo e dello spirito, un legame comunitario che rafforza la solidarietà e l’identità collettiva.
Se l’Ouricuri è il cuore segreto della spiritualità Fulni-ô, il Toré ne è la manifestazione visibile: una danza-rituale che i Fulni-ô condividono con il mondo esterno e che rappresenta, nelle parole dei suoi praticanti, molto più di un ballo. Il Toré è un atto di connessione spirituale con la forza della natura, un gesto di purificazione del corpo e dello spirito, un legame comunitario che rafforza la solidarietà e l’identità collettiva. Le danze dei Fulni-ô si ispirano a diversi animali e uccelli: il corpo del danzatore mima i movimenti di creature con cui la comunità condivide il territorio – o lo condivideva, prima che la deforestazione e l’inquinamento dei fiumi rendessero la caccia e la pesca pratiche quasi estinte nella regione. Accompagnato dal suono del maracá e del flauto, cantato in portoghese e in Yathê, il Toré è il simbolo della resilienza dei Fulni-ô e della loro capacità di mantenere vivo un dialogo con il mondo animale anche quando quel mondo si contrae, si ritira, scompare.
Walter Benjamin, nel celebre saggio Il narratore (1936), lamentava la scomparsa dell’arte del racconto orale nella modernità occidentale: una perdita che egli associava all’erosione dell’esperienza condivisa e della capacità di trasmettere saggezza da una generazione all’altra. Per Benjamin, il narratore autentico è colui che attinge a un patrimonio di esperienze vissute e le restituisce alla comunità in una forma capace di resistere al tempo. I Fulni-ô incarnano questa figura con una forza che il filosofo tedesco avrebbe riconosciuto: nella loro cultura, la trasmissione orale della conoscenza – le genealogie, i canti sacri, le storie degli antenati, le proprietà medicinali delle piante che sono sopravvissute al disboscamento – avviene interamente attraverso la voce, la memoria e il corpo. Lo Yathê, privo di scrittura, esiste solo nel respiro di chi lo parla. Ogni anziano che muore senza aver trasmesso il proprio sapere porta con sé un frammento irrecuperabile di un archivio vivente che ha attraversato i secoli.
Medicina sacra
Tra le pratiche spirituali documentate dei Fulni-ô, un ruolo fondamentale spetta alla Jurema, una medicina sacra ricavata dalla pianta omonima (genere Mimosa), utilizzata per accedere alla sapienza ancestrale e al mondo degli spiriti. La Jurema collega i Fulni-ô a un orizzonte più ampio di pratiche sciamaniche diffuse tra i popoli indigeni del Brasile, in cui le piante non sono strumenti passivi ma soggetti attivi della relazione spirituale, insegnanti vegetali dotati di una propria intelligenza e di una propria voce. Accanto alla Jurema, i Fulni-ô conservano un ricco patrimonio di conoscenza erboristica, utilizzando le piante che sono sopravvissute alla deforestazione del sertão per curare malattie del corpo e dello spirito. Anche questa conoscenza, come tutto il resto, si trasmette oralmente, e la sua sopravvivenza dipende dalla continuità del rituale e dalla salute dell’ecosistema che la sostiene.
La storia dei Fulni-ô è una storia di erosione e di tenacia. Documentati fin dal 1749, quando le autorità coloniali registrarono poco più di trecento individui nell’insediamento di Ribeira do Panema, nel 1832 cedettero ottanta ettari delle proprie terre per la costruzione di una cappella cattolica: fu quel gesto a generare il nucleo urbano di Águas Belas, la città che oggi li circonda. Nel 1861, il governo imperiale dichiarò estinto il loro antico villaggio, dividendo il territorio in lotti distribuiti indifferentemente a indigeni e non-indigeni. Nel 1929 ricevettero titoli provvisori su appezzamenti di trenta ettari a famiglia, ma molti li persero nel corso dei decenni successivi. La pandemia di Covid-19 li ha colpiti con particolare violenza: nel 2020, il Pernambuco ha registrato il più alto numero di morti indigene del Nordest, e i Fulni-ô sono stati il gruppo più colpito.
Ciò che rende la storia dei Fulni-ô così significativa per chi legge da lontano – da una città europea, dalla sicurezza di una vita in cui l’acqua scorre semplicemente aprendo un rubinetto – è la dimostrazione che il legame con la natura sopravvive anche quando la natura stessa sembra voler cedere. Il sertão del Pernambuco è un luogo duro, spogliato, apparentemente privo di quella idea lussureggiante che associamo all’immagine stereotipata dell’indigeno amazzonico. I Fulni-ô non abitano una foresta vergine: abitano un paesaggio ferito, e in quel paesaggio hanno scelto, ogni anno per secoli, di ritirarsi per tre mesi a rinnovare un patto con il sacro che nessun colonizzatore è mai riuscito a spezzare.
Il rituale dell’Ouricuri ci ricorda qualcosa che tendiamo a dimenticare: il segreto può essere una forma di cura. In un’epoca in cui ogni esperienza viene condivisa, esibita, monetizzata, i Fulni-ô proteggono il nucleo della propria cultura sottraendolo allo sguardo. Tre mesi all’anno, senza musica profana, senza alcool, senza contatto con il mondo esterno, parlando esclusivamente nella lingua dei propri antenati, danzando i movimenti degli animali che hanno condiviso questa terra prima che la foresta venisse tagliata. L’Ouricuri è al tempo stesso un atto di fede e un atto di sfida: la dichiarazione che esistono dimensioni della vita comunitaria che la modernità, con la sua fame di trasparenza e di dati, non ha il diritto di raggiungere. Per un lettore occidentale, abituato a pensare che la conoscenza debba essere sempre accessibile e condivisibile, questa chiusura può risultare perturbante. Per i Fulni-ô, è la ragione stessa della propria sopravvivenza. Il popolo della riva del fiume continua a esistere perché ha saputo, con fermezza e intelligenza, decidere che cosa mostrare e che cosa trattenere. E in quella scelta c’è, forse, una lezione che va ben oltre i confini del Pernambuco.
*La lingua porta con sé la cultura, e la cultura porta con sé l’intero insieme di valori attraverso i quali arriviamo a percepire noi stessi e il nostro posto nel mondo.
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