Quando pensiamo alla nostra relazione con la natura e i popoli animali che la abitano, siamo inevitabilmente condizionati da un filtro culturale, quello di un Occidente non più indomito, ma addomesticato perfino nel suo essere selvaggio. Attraverso i processi di urbanizzazione e conversione agricola siamo riusciti a relegare la natura alle periferie del nostro quotidiano sia dal punto di vista pratico, che da quello esperienziale e mentale. È stato invece necessario un vero e proprio percorso culturale di eradicazione per trasformare ciò che restava della nostra esperienza in natura in qualcosa di oggettivamente asettico, spurio di qualsivoglia significato spirituale o sacro.
Per questo, probabilmente, restiamo tanto affascinati dalle storie che, invece, ci raccontano di legami così stretti tra spirito e natura da apparire perfino dolorosi e violenti nel loro manifestarsi. Ed è questo l’effetto che fa sentire raccontare di formiche «proiettile» e di un rito di passaggio, la tucandeira, dominato dal dolore; un dolore, la cui responsabilità è affidata a un animale, la Paraponera clavata, il cui veleno è – appunto – tra i più dolorosi al mondo.
Nel Brasile amazzonico
Gli uomini che ancora oggi si affidano a questo rituale sono i Sateré-Mawé, un popolo che parla una lingua della famiglia Tupì e vive lungo i fiumi Andirà e Marau, nella omonima terra indigena del Brasile amazzonico. L’ecoregione da loro abitata è parte del complesso Madeira-Tapajós: un mosaico intricato e indecifrabile di foreste, laghi, profondi meandri fluviali e isole ricoperte di palme. I livelli di biodiversità qui sono vertiginosi: almeno 16.000 le specie vegetali, con orchidee e bromelie che fioriscono nelle parti più alte del canopy, distese di felci, e poi tapiri, pecari e giaguari che esplorano il suolo, delfini rosa a solcare le acque e migliaia di specie a disegnare la colonna sonora di questo luogo spaventoso e magico al tempo stesso. Uccelli in primis, come gli ara e i tucani, ma anche milioni di insetti, e tra questi le formiche.
I Sateré-Mawé sono considerati i primi coltivatori del guaranà, una pianta che oltre a custodire un valore economico è soprattutto un alimento rituale, fonte di energia e memoria, dalle radici fortemente identitarie. La loro economia intreccia orti forestali, caccia, pesca, raccolta di frutta e miele, in un equilibrio che tiene conto delle piene stagionali e del ciclo di ogni specie. Ogni essere vivente, ogni elemento naturale ha un posto nei miti e nella cosmologia. Difendere la foresta e prendersene cura diventa qui sinonimo della difesa di un archivio di conoscenza e di relazioni spirituali e pratiche.
In questo paesaggio, l’iniziazione con le formiche proiettile sancisce il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Gli anziani raccolgono le formiche nella foresta, le stordiscono con erbe e fumo, poi le intrecciano in guanti di foglie e fibre vegetali, con il terribile pungiglione rivolto verso l’interno. Il giovane destinato al rituale deve allora infilare le mani nei guanti, e resistere per dieci minuti, mentre il veleno penetra nella pelle e nelle terminazioni nervose provocando fitte che sono state paragonate a un colpo di proiettile. L’esperienza viene ripetuta fino a venti volte nell’arco dei mesi e degli anni successivi: non si tratta solo di una prova di resistenza, ma di un apprendistato emotivo e spirituale.
Il dolore, incarnato dalla relazione forzata con una specie animale, in questo rituale si fa soglia e linguaggio. Come scriveva James Goerge Frazer ne Il Ramo d’Oro, i riti di passaggio condensano significati universali, fondendo umanità, nel senso di essere umani, e sacralità. La sofferenza diventa il ponte verso un nuovo status: il giovane si spoglia di ciò che era, e attraverso la sopportazione del dolore acquisisce il diritto e il dovere di proteggere la comunità e la foresta.
Il dolore, incarnato dalla relazione forzata
con una specie animale, in questo rituale
si fa soglia e linguaggio.
Liminalità: attraversare una soglia
Victor Turner, studiando i rituali di passaggio in diverse culture, definisce liminalità quello spazio-tempo sospeso in cui l’iniziato si trova tra ciò che era e ciò che diventerà. È il momento in cui le categorie sociali ordinarie vengono sospese: l’individuo attraversa una soglia, lasciando alle spalle una identità e preparandosi a riceverne un’altra.
Nel caso dei Sateré-Mawé, la liminalità si manifesta nel momento in cui il giovane infila le mani nei guanti di formiche proiettile. Il gesto lo colloca in un tempo e in una terra di mezzo, con il canto ipnotico degli anziani e il dolore pulsante a fare da cornici a una esperienza profondamente trasformativa. La formica è la porta di accesso a un ordine superiore, che include tutta la comunità, gli spiriti della foresta e gli animali stessi, e che richiede responsabilità.
In un altro testo di René Girard, La violenza e il sacro, il sacrificio è descritto come meccanismo regolativo, un gesto incruento e radicale che trasferisce tensione e paura su un gesto o un oggetto, arginando altre forme di violenza e concentrandole tutte in un atto simbolico e condiviso. La collettività va così incontro, secondo l’autore, a una catarsi collettiva che rinsalda le relazioni sociali. La formica allora è un medium, attraverso il rito sacrale unisce la comunità e la rende più coesa intorno all’esperienza del dolore.
La tucandeira oggi non è solo un rituale tramandato di generazione in generazione per il suo valore simbolico, ma può essere letta anche come un gesto di resistenza, la riaffermazione continua di un legame di sangue con la foresta. Il dolore fisico, e la fiducia in quel dolore, mediato da una creatura della foresta, diventano promessa di una continuità, una sorta di memoria politica.
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