Idee

I sikerei riuniti durante una cerimonia. Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.
I sikerei riuniti durante una cerimonia. Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.

L’isola degli spiriti

Tempo di lettura: 10 minuti

Non si può confidare nella presunta saggezza di qualcuno con cui non si è passato qualche giorno insieme, vedendolo alle prese con le incombenze della vita quotidiana. E spesso l’immaginazione c’impedisce di capire in cosa consisterebbe questa saggezza. Per esempio i sikerei di Siberut. La prima volta che ne vedo uno, sull’argine fangoso del fiume, è irresistibile il ricordo di quella scena del film Apocalypse Now, in cui la nave a motore dei nostri soldati arriva, al termine di lunghe peregrinazioni, nei pressi del rifugio del misterioso colonnello Kurtz, e trova ad attenderli una schiera silenziosa di indigeni dipinti. L’uomo, magrissimo, è interamente coperto di tatuaggi, che descrivono la forma dell’arco e delle frecce, bracciali e cavigliere, ha il volto dipinto e penne tra i capelli, e mi osserva immobile. Quando mi avvicino, però, mi fa un sorriso allegro e chiede se ho da fumare.

Così ogni mattina, sulla veranda della palafitta, incontrerò Lipat Manai, Aman Azani, e altri sciamani, che arriveranno con passo felino, si siederanno sulla panca tenendo un piede sotto il sedere, e si metteranno a fumare la prima di una interminabile serie di sigarette, sperando mitemente che io offra loro una sigaretta kretek, magari una della marca Suyra, la più cara e speziata. Le foto di denti guasti che il governo impone sui pacchetti delle sigarette richiamano la sincerità dei loro denti ingialliti o mancanti, tra i cui vuoti, tuttavia, viene succhiato altro fumo, un godimento quieto che occupa le ore di conversazione, al riparo dal sole o dalla pioggia che qui si alternano come una pulsazione, un peso atmosferico che si sostiene muovendosi leggeri e mangiando poco, come fanno loro. Del resto, il piacere del tabacco indonesiano, nella vita dei sikerei, è una relativa novità – fino a qualche anno fa si accontentavano di arrotolare certe foglie coriacee – e compensa numerosi obblighi e divieti, per cui la posizione di sciamano, come mi diranno tutti, è poco ambita tra i giovani.

Aman Lepon durante una pausa nella foresta. Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.

Contrariamente all’idea occidentale delle tradizioni ancestrali, qui tutto cambia rapidamente, come lo stesso fiume, che dopo una notte di diluvio oggi è pieno di tronchi alla deriva tra gli argini allagati. Ma intorno a tutto questo c’è l’ombra verde della giungla, che sale e scende come il grafico di un sismografo durante un terremoto, e in quell’ombra c’è il territorio di cui i sikerei – curatori e veggenti – s’intendono più di tutti: l’invisibile.

Il mio primo approccio alla conoscenza degli spiriti, i simagre, ce l’ho quando arrivo a casa di Aman Lepon, un personaggio che, come scoprirò in seguito, è finito in un fumetto francese (Mentawaï!, di Tahnee Juguin e Jean-Denis Pendanx). Nel fumetto troverò anche la casa in cui mi trovo: una splendida palafitta di legno che si affaccia sulla foresta, a trenta metri dal fiume. Quando arrivo c’è solo una donna, in piedi nella penombra, che guarda verso la luce abbagliante su cui si apre la casa. Mi accorgo che sta piangendo. Fa qualche passo, si mette a cantare. È la cognata di Aman Lepon, che venendo dalla sua vicina casa ha incontrato il padre e la sorella. I due sono morti qualche tempo fa. Nelle famiglie dei sikerei, tutti acquisiscono la capacità di vedere gli spiriti dei morti, che vivono nella foresta. La donna, mentre piange di fronte a noi, nel canto prega il padre e la sorella di tornarla a trovare.

Aman Lepon torna dalla giungla poco dopo. Appoggia l’arco e le frecce, si siede e si mette a fumare. È un uomo con gli occhi a mandorla, i capelli raccolti in una coda e il pizzetto nero. Nelle lunghe conversazioni che avrò con lui e altri sikerei – con l’aiuto di Rustam, che mi fa da interprete – il tema degli spiriti sarà centrale. A differenza di sciamani di altre società asiatiche, i sikerei non incontrano gli spiriti degli animali per negoziare l’esito della caccia e accordarsi sul fatto che alcune prede moriranno secondo una misura che non deve essere ecceduta dal moltiplicarsi degli umani. Gli spiriti sono evocati soprattutto per ricevere offerte di cibo cerimoniali, ristabilendo un equilibrio implicito, e per curare le malattie, spesso dovute alla loro intrusione o, viceversa, allo smarrimento dello spirito del malato che va richiamato nel corpo.

La danza dei sikerei durante la cerimonia di iniziazione di un nuovo sciamano. Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.

Il nesso tra gli spiriti, la morte e gli sciamani mi sembra concentrarsi in uno strano tabù. Da tempo immemorabile, la caccia è la fonte primaria di approvvigionamento sulle isole Mentawai, e scimmie e primati sono tra le prede comuni – come mostra la lunga fila di teschi appesa al soffitto della casa. Eppure, i sikerei non possono consumare carne di gibbone. Perché? Quando lo chiedo, non mi si offre una spiegazione. Ma sul fatto che i gibboni siano speciali c’è una storia interessante: quando questi primati cantano, all’alba o al tramonto, si crede che stiano chiamando gli spiriti degli umani, per attrarli verso la morte. A questo primate canoro, il più vicino agli umani di tutti gli animali di Siberut, è attribuito un potere sulla vita e la morte umana che mi appare speculare a quello che gli umani, cacciando, hanno su di loro. Insomma, il tabù del gibbone forse affonda in questa consapevolezza di appartenere a un unico ciclo di vita e morte, che unisce la vita domestica e la vita della foresta – una consapevolezza che deve essere più viva nei sikerei, a cui la comunità assegna la piena responsabilità su tutti i momenti cruciali di questo ciclo: dalla nascita, accompagnata dalle levatrici, le mogli degli sciamani, alla morte, che avviene normalmente in presenza di sciamani che cantano a bassa voce. Del resto proprio i sikerei cantano quando un uomo muore, per evitare che gli spiriti dei suoi familiari lo seguano nella foresta.

I sikerei, insomma, sovrintendono al traffico delle anime, tra nascita, cura, morte e sopravvivenza invisibile, grazie alla loro speciale sensibilità e conoscenza. Un altro indizio: quando un uomo si ammala gravemente, e nessuna pianta tradizionale, medicina indonesiana o evocazione sembra curarlo, a volte si decide, con un rilancio apparentemente dissennato, di farlo sciamano. La prossimità con la morte – subita o inferta – è evidentemente un marcatore, che i tatuaggi e il perizoma potranno solo sigillare.

Vengo a sapere che nel villaggio di Matatonan si svolgerà l’iniziazione di un nuovo sciamano. Prendiamo una barca per andare a vedere. Diversi sciamani danzano con l’iniziato per tutta la notte. Durante le danze i sikerei, mostrando un’energia e una rapidità che i volti rugosi non lasciavano sospettare, battono forte i piedi sulle travi in rapide sestine sincopate. Poi tornano a sedersi a terra, fumano, si sventolano per rinfrescarsi. Riprendono le percussioni, si ricomincia. Si susseguono danze in cui imitano scimmie e uccelli, una in cui conducono il modellino di una canoa per alti e bassi che rappresentano i viaggi dello sciamano, per cercare le anime e soccorrere i malati. Infine un salto sui tizzoni ardenti, prova di resistenza estrema. Di tanto in tanto, uno di loro cade in preda alle convulsioni: uno spirito maligno l’ha invaso. Si riprende lentamente e tutto ricomincia. Alcune persone ridono. Come spesso accade nei riti di possessione, serietà e ironia, simulazione e credenza, s’intrecciano. Sfidando l’invisibile, lo si padroneggia. Imitando la morte, si celebra la vita. Gravità e sorriso si alternano sui volti come in un tirocinio dell’esistenza. Accanto alla piattaforma dove ha luogo la danza, mi accorgo che l’enorme corpo grigio di un maiale è appeso per i piedi. Il giorno dopo sarà cucinato e condiviso con tutto il villaggio nella casa comune del villaggio. Rifiuterò con cortesia, pensando alla vita dei maiali nel mondo da cui provengo.

Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.

Tutti gli altri sono lieti di partecipare al banchetto. Ma girano voci contrastanti sul nuovo sciamano. Sembra che il governo della regione di Mentawai lo abbia designato, contrariamente all’uso, e convinto ad assumersi lo scomodo ruolo con una ricca offerta di denaro. Ma lui, dicono, non sa molto della vita di un sikerei. È una prima crepa, da cui emerge un argomento ricorrente nelle mie interviste: cosa ne sarà dei sikerei in futuro? Dopo secoli, o millenni, di relativo isolamento culturale, la storia ha accelerato perfino qui. Dopo l’indipendenza dell’Indonesia, il governo di Giava ha perseguitato i sikerei, figure associate a un arcaismo nocivo che andava superato, costringendoli a tagliare i capelli, a lasciare le case nella giungla e venire a vivere nei villaggi (uno schema ricorrente nella storia dei rapporti tra governi e sciamanismo, a partire dal caso esemplare della Russia).

In seguito, la violenza si è interrotta, ma è stata sostituita da un’altra strategia più sottile di trasformazione: al termine delle prime strade cementate, sono state costruite scuole e piccole cliniche. Queste novità, inevitabilmente, hanno cambiato la vita quotidiana. È iniziato il turismo, piccoli gruppi di curiosi che visitano l’isola per vedere i suoi sciamani pittoreschi, e la giungla brillante. Sui nuovi traghetti veloci, che partono tre volte a settimana – se il mare non è mosso – salgono pure i surfisti, che si raccolgono in resort lontani dai centri abitati. I bambini di Siberut si sono messi le uniformi e sono andati a scuola, dove imparano l’indonesiano e qualche frase d’inglese che mi gridano continuamente. La disciplina della foresta è stata affiancata da un altro modello di vita. I figli di molti sciamani, invece che seguire la tradizione familiare, prendono il traghetto per la città di Padang, sulla costa di Sumatra, in cerca di lavoro e denaro.

Tutti i sikerei con cui parlo sono nati nella giungla, e rifiutano nettamente queste novità: “non mi importa di scuole e ospedali!” riassume efficacemente uno di loro. Aman Lepon ha una posizione più articolata. Di sera osserva con gli occhi sgranati i video della cerimonia a cui ho assistito. Poi mi dice che molte cose sono state fatte male, e conferma il sospetto: quell’uomo non conosce le regole di vita, e si è fatto convincere dal governo a fare lo sciamano. Ma non si tratta semplicemente della perdita della tradizione; con il prolungamento della strada – che sta per arrivare fin qui: ho visto il percorso già aperto come un taglio enorme nella foresta – l’isola rischia di finire tutta disboscata. Mi mostra una lettera, custodita in una cartellina, che suo padre scrisse al governo per protestare contro la repressione. All’epoca si ottenne una tregua, ma la società indonesiana avanza, e l’unico modo per resistere è insegnare ai figli le attività tradizionali, nei giorni in cui non vanno a scuola.

Un momento di possessione durante la cerimonia. Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.

Di fronte a tutto questo resto disorientato. Nessun sikerei ha risposto alle mie domande con delle argomentazioni a sostegno del loro modo di vivere. Nella prospettiva della società urbana da cui provengo, le loro idee sono senz’altro controverse: dissento nettamente da chi resiste all’istruzione e alla sanità pubbliche, e sono solito difenderle contro i modelli individualistici o neo-reazionari che si stanno diffondendo anche in Europa. Mi rendo conto, d’altra parte, che sarebbe sbagliato pretendere che Aman Lepon e i suoi coetanei entrino in una disputa filosofica propria di un mondo che non conoscono: ho incontrato gli ultimi esponenti di un modo di vita che a lungo è stato comune nelle società umane di tutto il mondo, e che non ha avuto bisogno di essere difeso contro modelli alternativi fintanto che una società esterna, tecnologicamente diversa, non arrivasse come un’entità aliena a disputarne il valore e denunciarne l’asprezza. Starà ai loro figli ponderare le cose, dopo aver conosciuto anche l’altra prospettiva, quella di chi è cresciuto in centri abitati in cui la disponibilità di cibo non richiede lunghe battute di caccia, la conoscenza diretta di piante e animali è quasi del tutto scomparsa, e la vita media si è allungata. Potrebbero finire con l’accogliere i benefici della scuola e degli ospedali, per poi avvertire i punti ciechi di quel mondo e tornare a riconoscersi custodi della foresta.

Il pasto condiviso nella casa comune del villaggio. Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.

In questa prospettiva, più che i discorsi dei sikerei, è la loro vita nella sua interezza a esprimere un valore. Me ne convinco provando a ricomporre le idee, dopo una lunga escursione nella giungla. Partiamo di notte, con l’obiettivo di avvicinarci ai siamanghi e ascoltarne il canto all’alba. Arranco dietro alla figura agile di Aman Lepon, che procede sicuro per sentieri invisibili nella vegetazione profonda. Durante le pause, si siede sui talloni e fuma, scrutando le cime degli alberi. Sono disfatto per la fatica e l’umidità, preoccupato per le punture delle zanzare malariche, e il pensiero che quest’uomo sia capace di passare giorni così, alla ricerca delle scimmie, inseguirle, salire sugli alberi e perfino tendere l’arco e colpirle con le frecce, mi sembra inimmaginabile. Mi pare altrettanto sovrannaturale che, dove io vedo solo un’infinita e indistinta barriera di piante in cui procedo malfermo, lui riconosca medicine, frutti e veleni, facendone scorta. La sua confidenza con la morte è il doppio speculare della sua confidenza con le basi della vita. Quando torniamo a valle ci investe un temporale, Aman Lepon si fabbrica un ombrello con una foglia, io indosso un k-way, arrivo a casa zuppo e silenzioso. Mi lascio cadere sulle travi, tremante, scivolo sotto una zanzariera. Aman Lepon accende il fuoco e si mette a fumare. Da tempo non mi sentivo tanto vicino alla mia vita, avvertendone lo splendore e la fragilità.

Lipat Manai sulla veranda di una palafitta. Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.

Quando ritornerò a Padang, ritroverò il rumore e lo smog e i canali di acque fognarie, le file di compresse da inghiottire ogni mattina, la scelta su dove fare colazione – hanno aperto una nuova bakery in stile coreano –, il traffico di motorini e i mendicanti, la cantilena delle moschee al tramonto, il calcolo di uscite e entrate di denaro, le email da smaltire, il calendario con gli esami da preparare e gli articoli da consegnare. Qui a Padang i cittadini, come me, sono nati in ospedale, moriranno senza cerimonie, prendono medicine in solitudine, e hanno un’idea sempre più vaga del rapporto tra la vita umana e quelle di piante e animali della Terra. Ognuno si porta dietro i propri morti, senza sapere dove siano, e i sogni non hanno senso. Molte di queste persone non cercano i ragionamenti dei filosofi, né le prediche di preti e imam, ma tornano ad avvertire il fascino degli sciamani. Le strade aperte impongono un incontro tra mondi, in cui ciascuno può perdersi e ritrovarsi.

Bambini fanno il bagno nel fiume, tra le canoe e le case affacciate sulle rive. Siberut, Indonesia. Foto di Paolo Pecere.

Idee

  • Storico della filosofia (Università di Roma Tre), saggista e romanziere, nel 2023 Paolo Pecere è stato selezionato da «L'Espresso» tra i 10 professori emergenti di area umanistica. Tra i suoi saggi «La filosofia della natura in Kant» (2009) e «Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario» (2015), il manuale per i licei «Filosofia. La ricerca della conoscenza» (2018, con R. Chiaradonna) e «Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni» (2021). Ha pubblicato due romanzi, «La vita lontana» (2018) e «Risorgere» (2019). Il suo ultimo libro è "Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra" (Sellerio 2024).

Le lampadine di Claudio Morici

Gli incendi di Maicol&Mirco

Dharma in azione

Casa editrice

Ultima
Uscita

Casa discografica​

La casa discografica dell'Unione Buddhista Italiana

Ultima
Uscita

Iscriviti alla newsletter di GATE

Resta aggiornato con tutte le ultime novità

In caso di consenso conferito spuntando le caselle sopra riportate, i suoi dati saranno trattati da Unione Buddhista Italiana - UBI, con sede in Circonvallazione Clodia 163/167– 00195 Roma, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali al fine di inviarle all’indirizzo e-mail da lei fornito la nostra newsletter e invitarla a partecipare a eventuali sondaggi. I dati che saranno trattati sono quelli da lei inseriti nel modulo sopra. Potrà in ogni momento revocare il consenso disiscrivendosi tramite il link riportato in calce alla newsletter. Maggiori informazioni in tema di finalità del trattamento, base giuridica, destinatari, termini di conservazione e diritti dell’interessato potranno essere consultati nell’informativa privacy (https://gategate.it/privacy/).

Casa editrice

Casa discografica