Chi non ha mai fantasticato sugli indiani d’America? La prima volta che l’ho fatto avevo appena otto anni, e al cinema era uscito Balla coi Lupi. Un film western di rottura, che rovesciava la parabola dell’indiano cattivo, nemico del progresso e della civiltà. Una storia capace di portarci per mano, attraverso l’amore, alla scoperta di un popolo rispettoso della natura e della vita. Attraverso Balla coi Lupi, il personaggio principale, John Dunbar, stringe perfino amicizia con l’animale simbolo della natura più selvaggia e indomabile: il lupo. E non a caso. Nel momento storico in cui le vicende di Dunbar si dipanano, il lupo era ancora ampiamente perseguitato in tutto l’emisfero settentrionale. Per la comunità cristiana occidentale, non incarnava solo il rischio oggettivo di perdere bestiame o – in casi estremi – la propria vita, ma rappresentava anche disvalori morali e sociali.
I Lakota
Nel film – Dances with Wolves (1990) – la tribù protagonista è quella dei Lakota, appartenente ai Sioux, che include anche i Nakota e i Dakota. Queste tribù sono note per il loro profondo legame con gli elementi naturali, un legame spirituale oltre che pratico, che infonde ogni creatura vivente. Per i Lakota, il lupo è forza, comunità, lealtà, ma anche solitudine. La solitudine di John Dunbar è di fatto palpabile e ben rappresentata nel film. Nella cosmologia indigena, il lupo è addirittura un parente.
Benché io abbia a lungo fantasticato sui Lakota, e sul nome straordinario dato al protagonista – Balla coi Lupi – il mio incontro con i nativi americani è avvenuto tra le montagne e le praterie del Wyoming, in mezzo a una mandria di elefanti indiani. Tornerò sul significato di questi elefanti più avanti, poiché meritano che la loro storia venga raccontata per intero. Non erano Lakota, ma rappresentanti della tribù Pikuni dei Blackfeet – in lingua propria Niitsítapi o Siksikaitsitapi. Una delle culture più antiche delle Grandi Pianure, i Blackfeet sono noti per il loro rapporto ancestrale con il bisonte (iinniiwa), icona delle praterie americane che occupa un posto centrale e quasi cosmico.
Il bisonte non era soltanto una fonte di sostentamento – sebbene vitale – ma il fondamento stesso del ciclo della vita. Ogni parte di questo immenso erbivoro veniva utilizzata: la carne per nutrirsi, la pelle per i vestiti e le tende, le ossa per gli utensili, i tendini per le corde, lo stomaco come contenitore per l’acqua. Nulla veniva sprecato. Ma più ancora del suo valore materiale, era il legame spirituale a rendere iinniiwa sacro. Esistevano cerimonie a lui dedicate, danze, canti e invocazioni affinché comparisse nei sogni come spirito guida e insegnante. Possente, resistente, generoso, il bisonte incarnava la forza della comunità, e i Blackfeet lo ritenevano venuto dal mondo di sopra per sostenere le tribù durante la loro vita terrena.
La storia di questo popolo è segnata anche da una ferita profonda: lo sterminio dei bisonti tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, per opera dei coloni europei. Una catastrofe non solo ecologica, ma anche culturale e spirituale. Uno sterminio in grado di spezzare il legame tra popoli e paesaggio; una guerra condotta attraverso la distruzione sistematica di una risorsa primaria e di un simbolo esistenziale. I coloni e il governo federale sapevano che, eliminando i bisonti, avrebbero indebolito anche la forza delle Nazioni delle Grandi Pianure.
Eppure, attraverso un doloroso processo di adattamento forzato, questo popolo è sopravvissuto, così come sono sopravvissuti gli ultimi bisonti americani. Oggi, questi animali sono al centro di progetti di conservazione e ripopolamento, come il Blackfeet Buffalo Program.
La no-profit Indigenous Led, direttamente guidata e amministrata da rappresentanti delle tribù indigene, è impegnata nel recupero del bisonte e nella tutela dei territori sacri, della cultura, dei diritti e della sovranità delle Nazioni native. Fondata da attivisti e leader indigeni, nasce in risposta all’urgenza di ricreare spazi in cui le comunità possano raccontare e difendere la propria storia e il proprio futuro, secondo i propri valori, spiritualità e visione del mondo. L’approccio è profondamente decoloniale, rigenerativo e multispecie, con gli animali, la terra, gli antenati e tutte le comunità di viventi considerati parte dello stesso intreccio relazionale. I progetti di reintroduzione del bisonte, a cui Indigenous Led partecipa con i rappresentanti Pikuni della Blackfeet Nation nello stato del Montana, non rappresentano solo il ritorno di una specie selvatica a rischio estinzione, ma quello di un essere sacro e di un vero e proprio guaritore culturale.
Nella lingua Potawatomi, tutti gli esseri viventi sono considerati «chi», non «cosa»: non si dice «un albero», ma «colui che è albero».
Ricucire lo strappo tra umani e altre forme di vita
In un tempo segnato da crisi ecologiche, collasso della biodiversità e alienazione spirituale, due pensatrici provenienti da percorsi diversi offrono una visione del mondo capace di ricucire lo strappo tra la specie umana e le altre forme di vita. Donna Haraway, filosofa femminista e biologa, e Robin Wall Kimmerer, botanica indigena e narratrice, ci invitano a ripensare radicalmente il modo in cui ci relazioniamo con gli animali, le piante, i luoghi e i rituali. Non si tratta solo di ecologia o spiritualità, ma di una vera e propria etica dell’interdipendenza, e di una narrazione del mondo in cui ogni essere ha valore, voce e sacralità.
Nel suo libro The Companion Species Manifesto, Haraway rompe la dicotomia tra natura e cultura, uomo e animale, proponendo una visione in cui le specie co-evolvono attraverso relazioni affettive, simboliche e materiali. Le altre specie non ci accompagnano solamente nel cammino su questa terra, ma si trasformano con noi: co-diventano. Non esistiamo come individui separati, ma come nodi di relazioni. In alternativa all’Antropocene e al Capitalocene, Haraway suggerisce il Chthulucene, un tempo geologico relazionale in cui la vita fiorisce attraverso intrecci tentacolari tra umani e altre specie viventi.
«We become with each other or not at all», scrive Haraway. Per lei, parlare di animali nelle culture indigene non è un esercizio romantico, ma l’anticipazione di un paradigma post-umano, in cui la sopravvivenza non si fonda sul dominio, ma sull’alleanza.
Robin Wall Kimmerer, membro della Nazione Potawatomi, nel suo saggio Braiding Sweetgrass: Indigenous Wisdom, Scientific Knowledge, and the Teachings of Plants, intreccia scienza e spiritualità, conoscenza empirica e narrazione, in una forma di sapere che non divide, ma cura. Parte da un assunto semplice ma rivoluzionario: le piante, gli animali e gli ecosistemi non solo vivono, ma insegnano. Per ricevere questi insegnamenti, però, dobbiamo disimparare la logica della separazione. Ogni dono ricevuto dalla terra – un frutto, un respiro, una visione – porta con sé un obbligo morale di restituzione. Non come debito, ma come relazione nutritiva. L’atto di ringraziare il mondo vivente è un gesto trasformativo, un modo per rientrare in un linguaggio condiviso con le altre specie. Nella lingua Potawatomi, tutti gli esseri viventi sono considerati «chi», non «cosa: non si dice «un albero», ma «colui che è albero».
«All flourishing is mutual» è forse la sintesi più bella del pensiero di Kimmerer. Ci ricorda che l’etica ecologica è anche una questione spirituale. Non basta conservare: bisogna amare. Non basta osservare: bisogna stare dentro la relazione. Come nelle culture native delle Grandi Pianure, dove il bisonte non è un oggetto da proteggere, ma un parente sacro, anche per questa autrice le specie animali sono soggetti morali e guide spirituali.
Ciò che ci portiamo a casa, esplorando la storia dei nativi americani e la loro relazione con il bisonte, è che il mondo non è fatto di cose, ma di relazioni. È proprio la visione meccanicistica – della natura come risorsa e dell’animale come oggetto – ad aver spezzato il legame sacro tra la specie umana e la Terra. Ma ogni legame può essere riannodato, se impariamo di nuovo a cucire e ricucire queste stesse relazioni, delle quali – nonostante tutto – resta ancora più di una traccia.
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