Il mondo vivente ci avvolge, ci chiama, cattura la nostra attenzione in cento modi diversi. Siamo corpi immersi in un universo pulsante di altre presenze.
David Abram
A volte per comprendere un popolo bisogna partire dall’acqua. Il fiume Sepik scorre per oltre millecento chilometri attraverso le pianure alluvionali della Papua Nuova Guinea, piegandosi in anse ampie e lente, senza mai raggiungere il mare attraverso un delta definito ma dissolvendosi in un labirinto di paludi, laghi e foreste inondate.
Paragonato per vastità e importanza all’Amazzonia e al Nilo, il Sepik è il cuore biologico e culturale di un’isola che ospita oltre trecento lingue in un’area inferiore a quella del Texas. L’acqua qui detta ogni ritmo: le piene stagionali ridisegnano i confini tra terra e fiume, tra villaggio e foresta, costringendo chi vive lungo le sue sponde a pensare il confine come qualcosa di mobile, permeabile, mai definitivo. In quest’acqua vivono due specie di coccodrilli – il coccodrillo d’acqua salata (Crocodylus porosus) e il coccodrillo d’acqua dolce della Nuova Guinea (Crocodylus novaeguineae), descritto per la prima volta proprio a partire da esemplari raccolti nella regione del Sepik – e sono questi rettili, silenziosi e antichissimi, ad aver dato forma all’identità più profonda dei popoli che abitano il corso medio del fiume.
Miti di origine
Tra questi popoli, i Chambri e i Kaningara, insieme ai più noti Iatmul – circa diecimila persone distribuite in una ventina di villaggi politicamente autonomi lungo il corso medio del Sepik – condividono una credenza radicale: la specie umana discende dal coccodrillo. I miti di origine variano da villaggio a villaggio, ma il nucleo narrativo è condiviso. In una versione, una giovane donna fu trascinata nel fiume da un coccodrillo e diede alla luce i primi esseri del popolo fluviale. In un’altra, gli antenati vissero accanto ai coccodrilli per apprendere i segreti della loro forza. Secondo la tradizione Chambri, fu uno spirito coccodrillo di nome Nashut a insegnare ai primi abitanti tutto ciò che serviva per sopravvivere: l’agricoltura, la guerra, la costruzione delle grandi case cerimoniali. Nashut comandò inoltre che gli uomini portassero sulla pelle i segni del coccodrillo, per ereditarne la potenza.
Gregory Bateson, antropologo britannico che negli anni Trenta visse tra gli Iatmul studiandone la struttura sociale e i rituali, fu tra i primi a documentare la complessità di questo universo culturale. Nel suo Naven (1936), Bateson descrisse una cultura in cui ogni gesto, ogni ornamento, ogni incisione corporea era insieme segno sociale, dichiarazione genealogica e atto spirituale. L’idea che l’individuo fosse un testo vivente, scritto con il linguaggio del mito e della parentela, anticipava di decenni le riflessioni contemporanee sulla costruzione culturale del corpo. Per le tribù del Sepik, il corpo non nasce: lo si fabbrica, lo si incide, lo si riscrive, e attraverso questo processo l’individuo diventa comunità.
Il luogo in cui questa fabbricazione si compie è la Haus Tambaran, la Casa degli Spiriti: una struttura architettonica monumentale che sorge al centro fisico e simbolico di ogni villaggio. Alta, sorretta da pilastri scolpiti con figure di antenati, serpenti e coccodrilli, ornata di maschere e tamburi a fessura (i garamut), la Haus Tambaran è il cuore della vita maschile del villaggio: luogo di riunione, di discussione politica, di preparazione alla guerra, di custodia degli oggetti sacri. È qui che i ragazzi trascorrono un periodo di reclusione lungo circa due mesi prima dell’iniziazione, istruiti a bassa voce dagli zii paterni e materni sulle genealogie del clan, i canti segreti, la cosmologia ancestrale. Le donne non possono accedervi, poiché l’intenzione del rituale è separare i giovani dal mondo femminile e riempirli dello spirito del coccodrillo. L’architettura della Haus Tambaran è così significativa per la Papua Nuova Guinea che il Parlamento nazionale a Port Moresby ne riproduce le forme nella facciata.
L’idea che l’individuo fosse un testo vivente, scritto con il linguaggio del mito e della parentela, anticipava di decenni le riflessioni contemporanee sulla costruzione culturale del corpo.
La cerimonia
Quando la reclusione termina, ha inizio la cerimonia vera e propria: la scarificazione. Gli anziani praticano centinaia di incisioni profonde sulla schiena, sul petto e sui glutei del giovane utilizzando schegge di bambù, senza alcuna forma di anestesia se non foglie medicinali da masticare. Il dolore è parte integrante del processo. I tagli, una volta guariti, formano cicatrici cheloidi in rilievo che ricordano le scaglie dorsali di un coccodrillo. Le incisioni rappresentano i segni lasciati dai denti del rettile ancestrale nel momento in cui “inghiotte” il ragazzo per restituirlo come uomo. In questo passaggio simbolico, il sangue versato è considerato il sangue della madre: lo zio materno, incaricato di praticare i tagli, restituisce alla propria linea di discendenza il sangue materno che aveva nutrito il ragazzo nell’infanzia. Il sangue femminile esce, lo spirito del coccodrillo entra. Ciò che emerge dal rito è un uomo nel senso più pieno del termine, e insieme un coccodrillo: non un uomo che somiglia al coccodrillo, ma un essere che partecipa della sua stessa natura.
Mircea Eliade, storico delle religioni, ha dedicato una parte fondamentale del suo lavoro allo studio delle iniziazioni arcaiche, osservando come in moltissime culture la morte rituale e la rinascita costituiscano il nucleo di ogni passaggio all’età adulta. L’iniziato muore al proprio stato precedente – l’infanzia, l’indeterminatezza, la dipendenza – e rinasce in un ordine nuovo, quello della comunità adulta, dei doveri, della conoscenza sacra. Nel caso degli uomini del Sepik, questa morte rituale è incarnata dall’atto dell’essere divorati: il coccodrillo inghiotte il ragazzo, lo dissolve nel proprio ventre mitico, e lo restituisce trasformato. Il dolore fisico della scarificazione non è dunque una prova di resistenza, ma il segno tangibile di un passaggio cosmico, la traccia del contatto con una forza più antica della specie umana stessa.
Il coccodrillo inghiotte il ragazzo, lo dissolve nel proprio ventre mitico, e lo restituisce trasformato.
Michael Taussig, nel suo Mimesis and Alterity, esplora il potere trasformativo dell’imitazione: riprodurre l’immagine dell’altro significa entrare in contatto con la sua essenza. Per le culture del Sepik, portare sulla pelle le scaglie del coccodrillo va ben oltre la decorazione o il simbolismo: si tratta di un’appropriazione mimetica della forza dell’animale, un modo di incorporare letteralmente l’alterità nel proprio corpo. La cicatrice diventa il punto di contatto tra due nature, il luogo in cui la frontiera tra uomo e animale si assottiglia fino a scomparire. In termini più ampi, il corpo scarificato degli uomini coccodrillo ci interroga su che cosa significhi davvero appartenere a un luogo: per i Chambri, appartenere al fiume Sepik significa portarne i segni nella carne, rendere la propria pelle una mappa vivente dell’ecosistema che li sostiene.
Anche Alfred Gell, nel suo Art and Agency, ci aiuta a leggere la scarificazione del Sepik al di là dell’estetica: la superficie decorata del corpo è uno strumento di agency, un dispositivo attraverso il quale l’individuo agisce sul mondo e il mondo agisce sull’individuo. Le cicatrici del coccodrillo trasformano chi le porta in un soggetto sociale riconoscibile, un guerriero, un custode, un membro pieno della comunità. Gell ci ricorda che nelle società in cui il corpo è il primo e più importante supporto espressivo, la pelle diventa un archivio: ogni segno racconta un’appartenenza, ogni rilievo cicatriziale parla della storia di un clan, di una migrazione ancestrale, di un debito con il mondo degli spiriti.
Alleanza
Il coccodrillo della Nuova Guinea che popola le acque del Sepik è un animale di dimensioni medie: i maschi raggiungono i tre metri e mezzo, le femmine circa due metri e settanta, con un peso massimo intorno ai duecento chilogrammi. Predilige le paludi e i laghi d’acqua dolce dell’interno, dove si nutre prevalentemente di pesci e piccoli animali. Descritto nel 1928 dall’erpetologo Karl Patterson Schmidt, è una specie classificata dalla IUCN come a rischio minimo, grazie anche ai programmi di gestione avviati negli anni Settanta dopo un periodo di caccia intensiva per il commercio della pelle. Oltre alla sua importanza ecologica – popola un bacino idrografico tra i più intatti dell’intera regione Asia-Pacifico – il Crocodylus novaeguineae è anche una risorsa economica fondamentale per i villaggi del Sepik, dove la caccia al coccodrillo e il commercio delle pelli rappresentano per molti l’unica fonte di reddito. Si delinea così un rapporto a più dimensioni con l’animale: sacro antenato, partner economico, presenza quotidiana.
David Abram, filosofo ed ecologo della percezione, nel suo The Spell of the Sensuous descrive come le culture orali e animiste vivano immerse in un dialogo sensoriale continuo con il paesaggio: il fiume parla, il vento porta messaggi, gli animali sono interlocutori dotati di intenzioni e memorie. Per i popoli del Sepik questa immersione è totale. Il coccodrillo, per i popoli del Sepik, non va cercato in un pantheon astratto di divinità: lo si incontra ogni giorno, si riconoscono le sue tracce sulla riva, si teme il suo morso e si rispetta la sua territorialità. La scarificazione traduce questa prossimità in una grammatica del corpo, rendendo visibile un’alleanza che si rinnova a ogni generazione.
Storia di un corpo
Le sfide contemporanee che queste pratiche affrontano sono tuttavia profonde. L’espansione del cristianesimo missionario, iniziata negli anni Cinquanta, ha progressivamente eroso la centralità della Haus Tambaran e dei suoi rituali. Molti giovani, attratti dall’istruzione formale e dalle opportunità delle città costiere, non affrontano più la scarificazione. Il rito, che tradizionalmente veniva celebrato ogni sette-dieci anni, si fa più raro. Le cicatrici, un tempo segno universale di appartenenza e di forza, rischiano di diventare un richiamo turistico, un elemento di curiosità esotica svuotato del suo contenuto spirituale. La tensione tra conservazione culturale e modernizzazione attraversa il Sepik come attraversa ogni angolo del pianeta in cui le pratiche ancestrali si confrontano con un’economia globalizzata e con sistemi di valori importati.
Sul piano ecologico, il bacino del Sepik affronta minacce serie: i progetti minerari nelle regioni a monte rischiano di contaminare le acque da cui dipendono sia i coccodrilli sia le comunità fluviali, alterando un equilibrio che si regge sulla salute del fiume. Le variazioni nel livello delle acque, già naturalmente ampie, vengono amplificate dai cambiamenti climatici, modificando la distribuzione e la densità delle popolazioni di coccodrilli. Proteggere il Crocodylus novaeguineae significa qui proteggere contemporaneamente un ecosistema, un’economia di sussistenza e un intero universo spirituale.
Lungo il Sepik, la pelle degli uomini racconta una storia che l’Occidente ha dimenticato: quella di un corpo che appartiene al luogo prima che a sé stesso, di una carne che si fa paesaggio. Noi occidentali, abituati a pensare il corpo come un possesso privato, un confine netto tra sé e mondo, facciamo fatica a comprendere l’idea che la propria pelle possa essere un terreno di incontro con un’altra specie. Nelle cicatrici dei Chambri c’è però qualcosa che parla anche a noi: la consapevolezza, sempre più urgente, che la nostra identità dipende dalla rete di relazioni che intrecciamo con il vivente. Quando un ragazzo del Sepik si sottopone alla lama di bambù ed emerge dall’altra parte con la pelle del coccodrillo impressa nel corpo, sta affermando ciò che la biologia contemporanea ci conferma con un linguaggio diverso: che la vita è relazione, che ogni confine tra le specie è più poroso di quanto sembri, e che appartenere a un ecosistema è un privilegio che si paga – letteralmente – con la propria pelle.
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