“La festa è il tempo dell’eccesso sacro: ciò che nella vita ordinaria è proibito, nel tempo della festa diventa obbligatorio”.
Roger Caillois, L’uomo e il sacro
Trenta metri di vuoto. Sotto, la terra nuda. Nessuna rete, nessun cuscino, nessun dispositivo di sicurezza: soltanto due liane legate alle caviglie e la fiducia che la forza elastica della pianta sarà sufficiente a frenare la caduta un istante prima dell’impatto. Nell’isola di Pentecoste, una delle ottantatré isole che compongono l’arcipelago di Vanuatu nel Pacifico meridionale, gli uomini si lanciano a testa in giù da torri di legno costruite a mano, in un rituale chiamato Naghol (o Gol nella lingua Sa) che è al tempo stesso rito di passaggio all’età adulta, benedizione del suolo per il raccolto dell’igname e omaggio a una leggenda antichissima. Il Guinness dei primati attribuisce ai tuffatori di Pentecoste la forza gravitazionale più alta mai sperimentata nel mondo non industrializzato.
L’origine del land diving è raccontata in una leggenda che ha per protagonista una donna. Insoddisfatta del marito Tamalie, fuggì nella foresta e si arrampicò su un albero di baniano. Con astuzia, si legò una liana alla caviglia prima che il marito la raggiungesse. Quando lui la inseguì fin sulla cima, lei si lanciò nel vuoto e la liana la salvò; il marito, che non aveva preso la stessa precauzione, precipitò e morì. Da allora, secondo la tradizione, il salto passò agli uomini come prova di coraggio e prontezza. Il rituale è praticato nella parte meridionale dell’isola dalla tribù Sa ed è legato alla stagione del raccolto dell’igname: si tiene ogni anno tra aprile e giugno, quando le liane sono al massimo della loro elasticità dopo la stagione delle piogge. La torre viene ricostruita ogni anno da venti-trenta uomini nell’arco di diverse settimane, e nella lingua Sa la parola gol indica sia la torre sia il salto stesso.
il corpo dell’uomo che precipita nel vuoto è il veicolo attraverso cui la comunità rinnova il proprio patto con la terra
La torre è un organismo simbolico. Secondo l’antropologa Margaret Jolly, che ha studiato a fondo il Naghol, la struttura rappresenta un corpo: testa, spalle, seni, ventre, genitali, ginocchia. Le piattaforme da cui i tuffatori si lanciano rappresentano i falli, i puntelli sottostanti le vagine. La dimensione sessuale e generativa del rituale è esplicita: il contatto del tuffatore con il suolo – un urto controllato di spalle e schiena contro la terra lavorata alla base della torre – è considerato una benedizione della terra, un atto di fecondità che garantirà un buon raccolto di igname. I più giovani saltano dalle piattaforme basse, alcuni a partire dai sette anni; gli uomini adulti si lanciano dalla cima. Chi non salta, o si ritira, viene considerato un codardo. Il Naghol è una dimostrazione della bwahri, l’audacia del guerriero.
Roger Caillois, sociologo e filosofo francese, nel suo L’uomo e il sacro (1939) descrisse la festa come un momento di rottura dell’ordine quotidiano, un’irruzione del sacro nella vita regolata della comunità in cui le regole si sospendono e l’energia vitale si libera in forme estreme. Il Naghol incarna questa concezione con una violenza fisica che lascia senza fiato: il corpo dell’uomo che precipita nel vuoto è il veicolo attraverso cui la comunità rinnova il proprio patto con la terra, con la stagione, con gli antenati. La vertigine, in questo contesto, ha una funzione sacra: spoglia l’individuo di ogni certezza e lo restituisce alla comunità trasformato, purificato dalla paura.
Epeli Hau’ofa, scrittore e antropologo tongano, nel suo saggio Our Sea of Islands (1994) rovesciò la narrazione occidentale che dipingeva le isole del Pacifico come luoghi minuscoli, isolati, marginali. Per Hau’ofa, il Pacifico non era un insieme di terre sparse in un oceano immenso, ma un mare di isole collegate da rotte millenarie di navigazione, commercio e scambio culturale. In questa prospettiva, il Naghol di Pentecoste cessa di essere la curiosità esotica di un’isola remota e diventa l’espressione di una cultura oceanica che ha sempre misurato il proprio valore nella capacità di sfidare l’elemento – l’acqua per i navigatori, il vuoto per i tuffatori – e di uscirne trasformati.
C’è qualcosa di irriducibile nel gesto del tuffatore di Pentecoste che la versione commerciale del bungee jumping non potrà mai replicare
La storia recente del Naghol è attraversata da tensioni. A metà dell’Ottocento, i missionari convinsero i nativi a interrompere la pratica. Negli anni Settanta, il risveglio anticoloniale la fece rinascere come affermazione di identità culturale, e dopo l’indipendenza del 1980 il rituale venne ripristinato pienamente. Nel 1974, durante una visita della regina Elisabetta II, l’amministrazione britannica convinse un villaggio anglicano a eseguire un salto fuori stagione: le liane, non sufficientemente elastiche perché si era nel pieno della stagione umida, si spezzarono, e un tuffatore precipitò al suolo fratturandosi la schiena. Morì in ospedale poco dopo. L’episodio tragico cristallizzò la consapevolezza che il Naghol appartiene ai suoi praticanti e non può essere piegato alle esigenze dei visitatori.
Oggi il turismo ha portato nuove contraddizioni. Un tempo celebrato una sola volta all’anno, il Naghol viene oggi eseguito ogni sabato da aprile a giugno per la sua redditività. I capi villaggio hanno istituito un consiglio turistico per gestire i visitatori e preservare l’integrità del rituale, e nel 2006 il Vanuatu Cultural Centre ha vietato le riprese commerciali per proteggere la cultura. Il giornalista Kal Müller, primo uomo bianco a effettuare il salto negli anni Settanta, attese due anni prima di ricevere l’invito dalla comunità di Bunlap e trascorse sette mesi con i villaggi prima di lanciarsi. Nel 1995, gli abitanti di Pentecoste tentarono di ottenere royalties dalle imprese di bungee jumping, rivendicando la paternità culturale dell’idea: fu il neozelandese A.J. Hackett, ispirato dal Naghol, a lanciare il bungee commerciale dopo un salto non autorizzato dalla Torre Eiffel nel 1987.
C’è qualcosa di irriducibile nel gesto del tuffatore di Pentecoste che la versione commerciale del bungee jumping non potrà mai replicare. L’uomo che si lancia dalla torre di legno indossa soltanto il nambas, il tradizionale astuccio penico; incrocia le braccia sul petto, piega la testa in avanti, e si affida alla liana, alla gravità e alla precisione di chi ha scelto e legato la pianta giusta per il suo peso e la sua altezza. Sotto di lui, le donne cantano e danzano, i bambini osservano, la terra attende il contatto delle spalle come un seme attende la pioggia. Quando il corpo del tuffatore sfiora il suolo e la liana lo trattiene un istante prima dell’impatto definitivo, ciò che accade trascende la fisica del gesto: è una comunità intera che rinnova la propria fiducia nel ciclo della vita, nella fecondità della terra, nella forza di chi osa cadere per poter rinascere. L’igname germoglierà, i giovani diventeranno guerrieri, e l’anno prossimo una nuova torre sarà costruita nel punto in cui questa verrà smontata, perché a Pentecoste nulla si conserva: tutto si rinnova, tutto si rilancia, tutto precipita per poter risalire.
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