Una spiaggia disseminata di ossa colossali, teschi di capodogli che emergono dalla sabbia come monumenti a un tempo che altrove è già scomparso. È così che appare Lamalera, villaggio di millecinquecento anime aggrappato alla costa meridionale dell’isola di Lembata, nell’estremo lembo orientale dell’Indonesia. Qui, dove il mare di Savu incontra le correnti migratorie dei grandi cetacei, si perpetua una delle ultime forme di caccia tradizionale alla balena rimaste al mondo: una pratica che documenti portoghesi attestano già nel 1643, ma le cui radici affondano in secoli ben più remoti, nella memoria orale di un popolo che ha fatto dell’oceano la propria dimora e del capodoglio il proprio destino.
I Lamalerani
I Lamalerani non hanno scelta. L’isola su cui vivono è arida, il suolo troppo duro per essere coltivato, la terra incapace di offrire sostentamento. L’unica direzione possibile è il mare, verso quella distesa blu che ogni anno, tra maggio e ottobre, si popola di Physeter macrocephalus, il capodoglio, il più grande dei cetacei dentati, creatura che può raggiungere i venti metri di lunghezza e le cinquanta tonnellate di peso. È su queste imbarcazioni di legno chiamate téna o peledang, costruite senza chiodi secondo tecniche tramandate da generazioni, che i cacciatori sfidano ogni giorno l’animale che Herman Melville, nel suo Moby Dick, elevò a simbolo dell’inconoscibile e dell’indomabile.
La costruzione di una téna inizia in ottobre, alla fine della stagione di caccia, e si completa entro marzo attraverso un processo che intreccia tecnica e sacralità. Il rituale pau laba ketilo segna l’inizio dei lavori presso la casa tradizionale del clan, l’atamola. Servono circa venti alberi di pterocarpus indica, l’angsana, per dare forma a un’imbarcazione di dieci metri, dotata di bilancieri laterali – i cadik – e di una vela intrecciata con foglie di palma gebang. Ma ciò che rende la téna qualcosa di più di un semplice scafo è il suo statuto ontologico: per i Lamalerani, queste barche non possono essere vendute né portate al di fuori del villaggio, e quando il tempo le rende inutilizzabili vengono custodite nelle naje, rimesse sacre affacciate sulla spiaggia, poiché appartengono agli antenati tanto quanto ai vivi.
Ogni tavola assemblata, ogni corda
intrecciata con fibra di hibiscus tiliaceus e foglie di gebang, è insieme gesto tecnico e invocazione spirituale, lavoro delle mani e dialogo
con gli spiriti degli antenati.
L’antropologo britannico Alfred Gell, nel suo celebre saggio The Technology of Enchantment and the Enchantment of Technology, osservava come nelle culture tradizionali gli artefatti acquistino un’agency, una capacità di agire sul mondo, che trascende la loro funzione materiale. Le prue intagliate delle canoe trobriandesi, scriveva Gell, incantano l’osservatore non per la loro bellezza estetica, ma per la virtuosità tecnica che incarnano, una virtuosità che appare magica, inspiegabile, e dunque potente. Lo stesso principio governa le téna di Lamalera: ogni tavola assemblata, ogni corda intrecciata con fibra di hibiscus tiliaceus e foglie di gebang, è insieme gesto tecnico e invocazione spirituale, lavoro delle mani e dialogo con gli spiriti degli antenati.
Il richiamo delle balene
La stagione di caccia si apre con il Leva Nuang, cerimonia che oggi fonde cattolicesimo e animismo in un sincretismo unico. Un missionario tedesco, Padre Bernardus Bode, convertì il villaggio negli anni Venti del Novecento e seppellì sotto la chiesa le pietre sacre attraverso cui i Lamalerani comunicavano con gli spiriti ancestrali. Ma alcune pietre furono nascoste nella giungla, e da allora i clan degli sciamani – i Wujon, Signori della Terra – continuano a officiare il richiamo delle balene, un rito in cui il sangue di un pollo sacrificato viene versato sulle pietre sacre per invocare il ritorno degli spiriti e, con essi, dei capodogli. Il sacerdote cattolico benedice poi le imbarcazioni, e solo dopo questa doppia consacrazione i cacciatori possono prendere il mare.
Il lamafa
Al centro della caccia sta una figura che incarna coraggio, sacrificio e perizia: il lamafa, il fiociniere. Solo un maschio per ogni famiglia può ereditare questo ruolo, trasmesso di padre in figlio attraverso anni di apprendistato. Il lamafa sta in equilibrio sull’hâmâlollo, una piattaforma di bambù che sporge dalla prua, reggendo un’asta lunga quasi cinque metri con una punta di ferro forgiata nel villaggio. Quando il capodoglio emerge, il fiociniere si lancia sulla sua schiena, usando il peso del proprio corpo per conficcare la lama nella carne. È un gesto che richiede precisione millimetrica – colpire l’arteria principale lungo il dorso – e che espone a rischi mortali. Le code dei capodogli feriti possono fracassare imbarcazioni, le corde dell’arpione – il léo, fune sacra intrecciata con fibre vegetali – possono trascinare un uomo negli abissi, e non sono pochi i lamafa che nei secoli hanno perso la vita in questo confronto.
Le balene non sono semplicemente prede
ma entità dotate di soggettività,
interlocutori di un dialogo cosmico.
Philippe Descola, nel suo Par-delà nature et culture, ha mostrato come le società umane abbiano elaborato quattro grandi ontologie per pensare il rapporto tra interiorità e fisicità degli esseri viventi: animismo, totemismo, analogismo e naturalismo. I Lamalerani sembrano abitare uno spazio liminale tra animismo e analogismo, dove le balene non sono semplicemente prede ma entità dotate di soggettività, interlocutori di un dialogo cosmico. Esiste un codice etico preciso: è proibito cacciare femmine gravide, cuccioli, balene in accoppiamento. La balenottera azzurra – Balaenoptera musculus – non viene mai toccata, protetta da un tabù ancestrale. Questa capacità di riconoscere lo stato riproduttivo e la specie delle balene richiede decenni di esperienza, e rappresenta una forma di conoscenza ecologica tradizionale che sfida manuali scientifici e biologi marini.
Quando un capodoglio viene ucciso – in media una ventina l’anno, una frazione infinitesimale della popolazione globale stimata in circa 360.000 esemplari – la sua carne viene divisa secondo regole codificate da secoli. Il lamafa riceve la porzione attorno agli occhi e il pene dell’animale; i proprietari della téna ottengono i tagli migliori; le altre imbarcazioni che hanno partecipato alla caccia vengono compensate in proporzione al loro contributo. La carne viene essiccata e barattata con i villaggi dell’interno in cambio di riso, mais, verdure, tabacco: quindici centimetri di carne secca valgono una dozzina di banane. È un’economia del dono e dello scambio che precede il denaro e che ancora oggi resiste, pur assediata dalla modernità.
Animali come altri popoli
Il filosofo francese Baptiste Morizot, nel suo Manières d’être vivant, propone di considerare gli animali non come semplici “altri” ma come “altri popoli” con cui condividiamo il territorio, soggetti politici di una democrazia multispecie. A Lamalera questa visione prende corpo nella pratica quotidiana: i bambini crescono ascoltando canti e racconti sulle balene, le sere si prolungano in narrazioni che trasmettono rispetto per queste creature giganti. E quando, nel 2018, un capodoglio rimase intrappolato in una baia a pochi chilometri dal villaggio, l’intero paese accorse per salvarlo, collaborando con biologi marini giunti da Giacarta. L’ironia di salvare una balena in una baia per cacciarne un’altra nella successiva non sfugge ai Lamalerani, ma per loro non c’è contraddizione: la caccia è un patto, non un massacro.
Questo patto è oggi minacciato da forze che vengono da lontano. I cambiamenti climatici alterano le rotte migratorie dei cetacei, spingendoli verso acque più fredde e lontane. I motori fuoribordo, introdotti negli ultimi decenni, hanno creato divisioni nella comunità: per alcuni rappresentano un aiuto necessario, per altri un tradimento delle Vie degli Antenati, il codice di regole orali che governa ogni aspetto della vita lamalerana. I giovani sono attratti dalle città, dai telefoni cellulari, dal calcio europeo. E anche se alcuni scienziati hanno documentato un declino dell’ottanta per cento nei tassi di cattura nelle acque circostanti – segnale di una possibile diminuzione della popolazione locale di capodogli – la sfida più profonda riguarda la trasmissione culturale: chi raccoglierà l’arpione quando gli ultimi lamafa anziani non potranno più salire sulla piattaforma di prua?
In corde da balena
La Commissione Baleniera Internazionale ha classificato la caccia di Lamalera come «caccia aborigena di sussistenza», esentandola dal divieto globale proprio perché fondata su tecniche tradizionali e orientata al consumo locale. Ma questa classificazione rischia di congelare una cultura viva in una categoria museale, trasformando i cacciatori in reperti etnografici per turisti in cerca di autenticità. Alcuni operatori organizzano ormai “honey hunting tours” sulla falsariga di quelle himalayane, e c’è chi teme che la caccia si trasformi in spettacolo, perdendo il suo significato profondo.
Eppure, come osservava Melville, «tutti gli uomini vivono avvolti in corde da balena»: tutti siamo legati, in modi più o meno visibili, ai grandi cetacei che abitano gli oceani. I Lamalerani rendono questo legame esplicito, carnale, spirituale. La loro pratica non è un residuo del passato da conservare sottovetro, ma una forma di sapere ecologico e relazionale che interroga il nostro presente. In un’epoca in cui l’industria baleniera commerciale ha sterminato oltre un milione di capodogli tra il 1800 e il 1987, e in cui le balene continuano a morire per collisioni con navi, intrappolamento nelle reti, inquinamento acustico e ingestione di plastica, la caccia rituale di Lamalera appare quasi come un atto di resistenza: resistenza alla separazione tra ciò che è umano e ciò che non è non-umano, resistenza all’oblio delle relazioni che ci costituiscono.
Quando il lamafa si lancia dalla prua della sua téna, l’arpione puntato verso la schiena lucida del capodoglio, compie un gesto che è insieme violenza e reverenza, necessità e sacralità. Quel gesto, ripetuto identico per cinquecento anni, ci ricorda che la coesistenza con il mondo vivente non è mai stata idilliaca né pacifica, ma sempre attraversata da tensioni, negoziazioni, sacrifici. Il patto con il Leviatano non promette armonia: promette però una forma di reciprocità in cui la morte dell’uno diventa vita per l’altro, e in cui ogni presa dal mare comporta un debito da onorare con preghiere, tabù, rispetto. È forse l’unica forma di caccia sostenibile che esista: quella che non dimentica mai di essere, in fondo, un dialogo.
- La parola condivisa: gli Yao e l’uccello che parla con gli uomini
- La neve che pensa: i pastori di renne Sámi e l’intelligenza dell’inverno
- Il lupo che abita la soglia: il canide più raro del mondo e i pastori degli altopiani
- Il cervo che diventa cactus: il pellegrinaggio dei Wixárika a Wirikuta
- Il dorso del mondo: il salto dei tori degli Hamar
- La foresta che inizia: i Baka e lo spirito che danza tra gli alberi
- Il salto e la liana: i tuffatori di terra dell’isola di Pentecoste
- La canoa che respira: il serpente ancestrale dell’Amazzonia
- Il segreto della riva: i Fulni-ô e il rituale dell’acqua che non si racconta
- Le cicatrici del fiume: gli uomini coccodrillo del Sepik
- Il cielo che nutre: le sepolture celesti del Tibet
- Cantare il mondo in esistenza: il cammino iniziatico degli aborigeni australiani
- Il patto del Leviatano: i cacciatori di balene di Lamalera
- Il volo del berkut: i cacciatori di aquile della Mongolia
- Il linguaggio delle onde: quando i delfini insegnano a pescare
- L’elisir della vertigine: i cacciatori di miele dell’Himalaya
- La liminalità della formica
- Ogni fioritura è reciproca
- Io sono perché noi siamo
- La grande migrazione degli elefanti
- Il giaguaro vero: lo sguardo del predatore nelle foreste dell’Amazzonia
- La festa senza elefanti
- La madre che cammina nel traffico: le vacche sacre dell’India e il paradosso della devozione





