Esiste un luogo dove il mare parla, e gli uomini hanno imparato ad ascoltarlo. Non attraverso strumenti, algoritmi o applicazioni, ma con quella pazienza antica che noi abitanti delle città abbiamo quasi del tutto dimenticato. A Laguna, nel sud del Brasile, ogni mattina i pescatori attendono sulla riva un segnale che non viene da nessun satellite: il tuffo di un delfino, il movimento preciso di una pinna che significa adesso. È il momento di gettare le reti.
Gettare le reti
Per chi vive intrappolato nei ritmi della metropoli, tra schermi luminosi e notifiche incessanti, questa scena suona come una favola. Eppure accade ogni giorno, da oltre un secolo, nelle acque torbide della laguna di Santa Catarina. I delfini tursiopi (Tursiops truncatus gephyreus) e i pescatori locali hanno stretto un patto che nessun contratto potrebbe regolare, un’alleanza basata sulla fiducia reciproca e sulla comunicazione non verbale. I delfini spingono i banchi di muggini verso la riva; i pescatori lanciano le reti al momento giusto. I pesci intrappolati sono per gli umani, quelli che fuggono disorientati diventano facile preda per i cetacei. Nessuno ha insegnato a nessuno: la collaborazione è emersa, spontanea, da una frequentazione prolungata dello stesso spazio, dalla condivisione delle stesse risorse.
Questa pratica, che i locali chiamano semplicemente pesca cooperativa, sfida ogni nostra categorizzazione rigida del rapporto tra umani e animali selvatici. Non è domesticazione: i delfini restano completamente liberi, vanno e vengono secondo i propri ritmi, scelgono ogni giorno se partecipare o meno. Non è sfruttamento: il beneficio è reciproco, misurabile in pesci ma anche in qualcosa di meno quantificabile, una forma di fiducia che si tramanda di generazione in generazione da entrambe le parti.
Gregory Bateson, nel suo Mente e natura, sosteneva che la mente non risiede solo nel cervello individuale, ma si estende attraverso le relazioni che collegano gli organismi tra loro e con il loro ambiente. A Laguna, questa intuizione prende forma concreta: la mente che guida la pesca non appartiene né ai pescatori né ai delfini, ma emerge dalla loro interazione, dal dialogo silenzioso che si ripete ogni mattina da generazioni. È una forma di intelligenza distribuita, relazionale, che non può essere isolata in un singolo soggetto.
Ogni delfino che partecipa alla pesca cooperativa ha un nome. Scooby, Caroba, Figueiredo — non sono etichette generiche, ma identità riconosciute, personalità distinte. I pescatori sanno che Scooby preferisce le maree del mattino, che Caroba è più preciso nei suoi segnali, che Figueiredo talvolta porta i piccoli per insegnare loro quest’arte. Perché di un’arte si tratta, trasmessa per via culturale e non genetica. Il biologo marino Fábio Daura-Jorge, che studia questa popolazione da oltre quindici anni presso l’Universidade Federal de Santa Catarina, ha documentato come questa tradizione si tramandi in entrambe le specie: i giovani delfini imparano osservando le madri, proprio come i figli dei pescatori imparano osservando i padri. Quando un vecchio pescatore insegna a suo nipote come leggere i segnali dei delfini, sta trasmettendo una conoscenza che è al contempo tecnica di pesca e linguaggio interspecie.
La mente che guida la pesca non appartiene
né ai pescatori né ai delfini, ma emerge dalla loro interazione, dal dialogo silenzioso che si ripete
ogni mattina da generazioni.
Alleanze
Per noi che viviamo nelle città, circondati da superfici artificiali e ritmi dettati dalle macchine, questa storia può sembrare appartenere a un altro mondo. Eppure ci riguarda profondamente. Nella distanza che sentiamo dalla natura — quella strana nostalgia per qualcosa che non abbiamo mai posseduto, quella fame di autenticità che ci spinge a cercare documentari, escursioni, esperienze «immersive» — c’è forse l’eco di una capacità perduta. Non la capacità romantica di tornare alla natura, ma quella più concreta di entrare in relazione con il vivente, di sviluppare quella che l’antropologo Tim Ingold chiama una forma di attenzione partecipativa.
I pescatori di Laguna non osservano i delfini da una distanza sicura. Non li studiano, non li analizzano. Ci lavorano insieme, condividono con loro lo stesso ambiente operativo, rispondono ai loro segnali con la stessa prontezza con cui risponderebbero a un collega umano. Raimon Panikkar avrebbe riconosciuto in questa pratica un esempio di relazione cosmoteandrica: non una fusione mistica, ma una compenetrazione concreta tra umano, naturale e spirituale, dove i confini tra le categorie diventano porosi senza per questo dissolversi.
Le minacce a questa alleanza sono molteplici e crescenti. L’inquinamento industriale della laguna, la pesca commerciale con reti a strascico che depaupera gli stock di muggini, il traffico di barche a motore che disturba la comunicazione acustica dei delfini. Alcuni giovani della comunità, attratti da lavori meglio retribuiti nelle città, non imparano più l’arte della pesca cooperativa. E alcuni giovani delfini sembrano meno interessati a partecipare — forse perché trovano cibo più facilmente altrove, o forse perché il rumore e l’inquinamento rendono la collaborazione meno vantaggiosa.
Eppure la pratica persiste, adattandosi. Alcuni pescatori usano telefoni cellulari per avvisarsi quando i delfini si avvicinano. I biologi marini lavorano con la comunità, trasformando i pescatori in citizen scientists. Le scuole locali includono la pesca cooperativa nel curriculum. Non è conservazione museale: è l’arte di mantenere vivo qualcosa che deve continuare a trasformarsi per sopravvivere.
Anna Tsing, nel suo The Mushroom at the End of the World, parla dell’arte di vivere su un pianeta danneggiato — trovare forme di prosperità reciproca anche in condizioni non ideali. Laguna è esattamente questo: non un Eden primitivo, ma un luogo dove umani e animali selvatici hanno imparato a coordinarsi in un mondo già segnato dalla modernità. I pescatori usano reti di nylon, i delfini nuotano in acque che portano tracce di inquinanti industriali. Nessuno è puro, nessuno è intatto. Ma qualcosa funziona ancora.
Per chi cerca di capire il proprio posto nel mondo vivente senza affogare nei sensi di colpa o rifugiarsi in fantasie di ritorno a un passato che non è mai esistito, Laguna offre una prospettiva diversa. Non ci chiede di rinunciare alla nostra vita urbana, né di idealizzare comunità lontane. Ci mostra semplicemente che la collaborazione tra specie è possibile — non come utopia, ma come pratica quotidiana che richiede pazienza, attenzione e rispetto. Ci ricorda che il mondo non è fatto solo di risorse da sfruttare o problemi da gestire, ma anche di partner potenziali, soggetti con cui possiamo entrare in dialogo se impariamo ad ascoltare.
Quando un pescatore di Laguna getta la rete seguendo il segnale di un delfino, compie un atto che non ha bisogno di giustificazioni filosofiche. È semplicemente il modo in cui si pesca qui, da sempre, in quella zona sfumata dove la natura finisce e la cultura comincia — o forse dove queste due parole perdono significato, sostituite da qualcosa di più antico e più vero: la relazione.
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