Idee

Semaforo per articolo gategate.it
Foto di Levi Meir Clancy per Unsplash

Aspettare, ma cosa?

Tempo di lettura: 4 minuti

L’uomo di cui leggiamo in Dentro (Sandro Bonvissuto, 2012, Einaudi) non ha nome, lo chiamiamo allora Bruno perché così è più semplice. L’uomo di cui leggiamo ne Il deserto dei Tartari (Dino Buzzati, 1940, Mondadori) invece si chiama Giovanni Drogo, lo chiameremo soltanto Giovanni, sempre perché è più semplice. Entrambi hanno aspettato abbastanza e ora sono usciti. Non penso che Bruno e Giovanni si siano mai parlati ma penso che avrebbero dovuto.

BRUNO – Io sono arrivato che era buio e, visto che era buio, da fuori non l’ho vista com’era. Tutto il tempo che ci sono stato dentro non sapevo immaginarmi com’era da fuori: avrebbe potuto anche essere un castello volante, da dentro non si capiva.

GIOVANNI – Forse meglio, no? Io da fuori l’ho vista e m’ha depresso arrivando. Dentro era meglio che fuori. I primi giorni stavo giù solo perché l’avevo vista da fuori, che era triste. Stavo a cavallo ed ero triste.

BRUNO – Vedi! Io l’ho vista solo uscendo, dalla porticina dietro. Uscendo, chiudendomi la porta dietro, mi sono girato ed era meglio di no: era ancora peggio di come la immaginavo io. Sarebbe stato meglio non vederla né in entrata…

GIOVANNI – E né in uscita.


Nella locanda si trovano e discutono di quanto
è stato. Perché entrambi hanno vissuto la stessa matrioska di muri, che si scarta di quattro
in quattro: la Fortezza Bastiani
e la Casa Circondariale.

Bravissimi.
Sandro Bonvissuto in Dentro racconta di un uomo che per qualche ragione entra in carcere, ci vive per un po’, e per qualche ragione ne esce. Non sappiamo per quanto, non sappiamo perché. Il presunto crimine non è mai esplicitato. Il romanzo è una descrizione analitica e purissima del sistema carcerario italiano, delle sue brutalità e di come cerca in tutti i modi di rendere lo spazio inumano. È in questo spazio che Bruno, insieme al «riassunto sociale»¹ che è il carcere, aspetta. La locanda è poco distante da lì.
Giovanni ha la divisa sfatta ed è più vecchio di Bruno. Nella locanda si trovano e discutono di quanto è stato. Perché entrambi hanno vissuto la stessa matrioska di muri, che si scarta di quattro in quattro: la Fortezza Bastiani e la Casa Circondariale. Ordinano entrambi una pinta, perché tanto hanno tempo.

BRUNO – Ragazze?

GIOVANNI – Non ne vedo da trent’anni.

BRUNO – Urca!

Bruno era dentro da meno… Prende un sorsone di birra di farro e pensa all’ultima donna che ha visto. Giovanni sembra appesantito da un male vecchio.
Dino Buzzati ne Il deserto dei Tartari utilizza l’istituzione militare per isolare l’uomo agli estremi del nulla, per buttare il soldatino Giovanni ad aspettare, a ridondare e a ripetere il ripetersi delle giornate. La Fortezza domina sull’indomabile e inconcepibile nulla. Il pugno di ferro dell’esercito si impone soltanto sui soldatini: la Fortezza quindi non è diversa dalla Casa Circondariale² che tiene Bruno per qualche tempo, dentro, ad aspettare. Giovanni entra perché deve. Viene assegnato da forze istituzionali invisibili a una struttura priva di un vero uso, mentre Bruno è un imputato, un uomo in dubbio per gente che non ha volto. Due situazioni molto diverse. Bruno è un uomo in attesa di giudizio che quando esce è un uomo e basta, mentre Giovanni è un sottotenente che con la permanenza nella Fortezza diventa Maggiore.
Il Maggiore Giovanni Drogo ora è davanti all’uomo Bruno, uscito dal carcere. Continuano a discutere.

BRUNO – Non ti vedo bene, dico in faccia, la cera, hai una brutta cera, non sembra che stai bene.

GIOVANNI – (tossendo) Stanno arrivando… Hanno smesso di aspettare e arrivano.

BRUNO – Chi?

GIOVANNI – I Tartari.

BRUNO – Urca!

Anche i Tartari hanno aspettato finora, neanche loro sanno bene per cosa. Ma Giovanni non sta alla Fortezza abbastanza a lungo per chiederglielo. Hanno aspettato tutti insieme che l’altro finisse d’aspettare per primo.
I due intanto ordinano un’altra pinta di birra di farro. Bruno ora vede in Giovanni quasi un ghigno felice, ma non chiede chiarimenti.

In Italia negli ultimi dieci anni i detenuti in attesa di giudizio definitivo si attestano tra il 26% e il 30% della popolazione carceraria e la durata media di un iter giudiziario completo è di 1000 giorni. Possiamo immaginare allora che Bruno abbia aspettato circa 2 anni e 7 mesi³ per tornare a essere un uomo che non aspetta più.
La Commissione europea dal 2013 ogni anno pubblica un tabellone⁴ che confronta i sistemi giudiziari d’Europa per efficienza, qualità e indipendenza⁵.
In questo 2026, seguendo l’andamento degli scorsi anni, l’Italia – assieme a Cipro – si mette ben benino a fare da chiudifila – compito comunque importante durante le esercitazioni scolastiche di evacuazione – con i più lunghi iter giudiziari d’Europa. Bruno insomma è sfigato a non essere estone – paese capofila d’Europa che tiene la mano alla maestra. Fosse stato estone, anche Giovanni avrebbe aspettato meno: sarebbe stato ad aspettare dal deserto l’arrivo dei Curioni – molto più efficienti dei Tartari.

GIOVANNI – (alzandosi dal tavolo) Se scopri qualcosa, portami notizie che vado a stendermi. Ma non ti fare problemi a entrare in stanza, sto lì ad aspettarti.

BRUNO – E la birra non l’aspetti?

Giovanni ora è Maggiore e Bruno pensa sia per questo che prima teneva quel ghigno felice in faccia: perché ha fatto quello che doveva fare e l’ha fatto bene. Giovanni si alza e sale in camera. Morirà sistemandosi la divisa sfatta. Bruno resta lì. Aspetta ancora, stavolta la birra. Si ritrova ad aspettare esattamente quello che vuole ora ma che avrà poi, ma almeno questa volta vale la pena aspettare.

Bonvissuto e Buzzati fanno aspettare Bruno e Giovanni perché aspettare è la cosa più difficile da fare. Uno può aspettare un po’ tutto: che sia aspettare un mitico esercito in cavalcata dall’orizzonte o il termine del proprio procedimento penale. Aspettare è l’unica cosa che si fa fermandosi dal fare tutto, e che quando hai finito di fare hai ancora tutto da fare.

No, non avrei dormito sicuramente. Cominciai a pensare a tutte le cose che avrei dovuto fare l’indomani.⁶


¹ Sandro Bonvissuto, Dentro, Einaudi, 2012, p. 49: «Perché la galera è come un riassunto sociale, un compendio, un prontuario».

² Lo scriviamo con le maiuscole per darle il giusto peso, non diverso dalla Fortezza Bastiani.

³ Possiamo solo immaginarlo, dato che Bonvissuto non fa mai chiarezza sulla durata della permanenza in carcere di Bruno.

⁴ EU Justice Scoreboard, il quadro annuale di valutazione della giustizia nell’Unione europea, pubblicato dalla Commissione europea.

⁵ Questi ultimi due li lasciamo alla vivace immaginazione del lettore, per quanto concerne il sistema giudiziario italiano.

⁶ Sandro Bonvissuto, Dentro, Einaudi, 2012, p. 15.

Questo articolo fa parte della serie Fuori registro

Idee

  • Nato a Desenzano del Garda nel 2004. È regista e drammaturgo. Ha scritto e diretto lo spettacolo "Tanto ormai" vincendo il premio Miglior Regia al Roma Fringe Festival 2025.

Le lampadine di Claudio Morici

Gli incendi di Maicol&Mirco

Dharma in azione

Casa editrice

Ultima
Uscita

Casa discografica​

La casa discografica dell'Unione Buddhista Italiana

Ultima
Uscita

Iscriviti alla newsletter di GATE

Resta aggiornato con tutte le ultime novità

In caso di consenso conferito spuntando le caselle sopra riportate, i suoi dati saranno trattati da Unione Buddhista Italiana - UBI, con sede in Circonvallazione Clodia 163/167– 00195 Roma, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali al fine di inviarle all’indirizzo e-mail da lei fornito la nostra newsletter e invitarla a partecipare a eventuali sondaggi. I dati che saranno trattati sono quelli da lei inseriti nel modulo sopra. Potrà in ogni momento revocare il consenso disiscrivendosi tramite il link riportato in calce alla newsletter. Maggiori informazioni in tema di finalità del trattamento, base giuridica, destinatari, termini di conservazione e diritti dell’interessato potranno essere consultati nell’informativa privacy (https://gategate.it/privacy/).

Casa editrice

Casa discografica