C’è una parola di cui si fa grande uso negli ultimi tempi, attraverso i media e i tavoli di confronto occidentali, quando si parla di animali selvatici: coesistenza. Dal latino coexistere, esistere insieme, manifestarsi nella realtà, il termine coesistenza esprime un concetto ampio e profondo. Descrive e racchiude la necessità, il dovere e l’ineluttabilità della condivisione di uno stesso spazio, la Terra, e tutto ciò che questo comporta, con altri viventi appartenenti o meno alla nostra specie. Politici, insegnanti, giornalisti, si aggrappano a questa parola nella speranza di trovarvi la chiave per spiegare la paura del lupo, l’invasione dei cinghiali, la minaccia delle specie aliene, o la letalità dell’orso. Ma la pratica della coesistenza non è solo un insieme di strumenti derivati dalla sociologia e dalla biologia, pronti all’uso e ordinatamente elencati in un opuscolo.
L’illusione dell’autonomia umana ha reso cieca la nostra cultura al fatto che siamo profondamente coinvolti in relazioni ecologiche.
Val Plumwood
Coesistere
Coesistere implica innanzitutto mettersi in relazione con l’altro. È insieme l’atto dell’ascolto, l’esercizio dell’empatia, l’esigenza di una reciprocità e soprattutto richiede apertura alla trasformazione. Non si tratta dunque di un’azione passiva, neutrale o rassegnata, ma di un processo attraverso il quale si prende coscienza di dover esercitare una presenza attiva nel condividere la manifestazione della propria esistenza, qui e ora, con quelli che Henry Beston definisce i popoli altri, cioè gli animali. Nel passo più famoso del suo The Outermost House: a Year of Life on the Great Beach of Cape Cod, un diario poi trasformato in uno dei più importanti saggi naturalistici americani del ‘900, la fauna selvatica emerge con una sua soggettività, dotata di sensi, linguaggi e soprattutto dignità propria, a prescindere dalla nostra presenza e dal nostro osservare. Oltre alla condivisione di uno spazio geografico più o meno ristretto, coesistere ci spinge ad accettare o quanto meno considerare la realtà come una forma di pluralismo estremo, in cui non solo popoli umani diversi da noi sono portatori di altri mondi, ma anche gli animali. Non esiste un solo modo di abitare questo Pianeta, non esiste una sola interpretazione dell’esistenza, né un’unica direzione: esiste piuttosto una trama fittissima di relazioni intraspecie, interspecie e multispecie, che non contempla alcuna forma di isolamento.
Il primo vero passo nella direzione di una coesistenza possibile è dunque accettare che non potremmo mai condurre una esistenza “isolata” e solitaria, che ci faccia sentire in qualche modo sempre protetti e al sicuro, confortati da barriere che schermano la vista delle nostre paure e abitudini che allontanano la fatica di adattarsi al nuovo.
In un pianeta che vede la nostra specie continuare a crescere demograficamente a un ritmo vertiginoso, l’intreccio della vita umana con quella di miliardi di altri organismi viventi appare inevitabile. L’espansione necessaria delle aree urbane, la creazione di nuove infrastrutture, la produzione di beni, lo sfruttamento delle risorse naturali, l’inquinamento diffuso, costringono questo intreccio in un equilibrio dinamico e a tratti fortemente perturbato, così tanto da dover fare appello, sempre più, al concetto di coesistenza. Indottrinati come siamo sotto il profilo economico, sociale e scientifico, abbiamo trasformato un concetto basilare in uno sforzo disumano. Gli animali – dotati di una vitalità e un istinto alla sopravvivenza superiori – sfondano le barriere antropiche disegnate nei mappali dei catasti, vivendo secondo mappe del paesaggio che appartengono alle loro esigenze, ai loro legami, e che si aggiornano nel tempo a seconda del modificarsi delle nostre.
Non potremmo mai condurre una esistenza “isolata” e solitaria, che ci faccia sentire in qualche modo sempre protetti e al sicuro, confortati da barriere che schermano la vista delle nostre paure e abitudini che allontanano la fatica di adattarsi al nuovo.
Elephas maximus indicus
Nelle colline del Nilgiri, nell’India meridionale, la specie umana e gli elefanti della specie Elephas maximus indicus, coesistono in una terra di sovrapposizione così forte da essere considerata quella a più alta densità del mondo. In questa regione le comunità indigene ritengono che ogni elemento della natura sia non solo viva, ma dotata di un’anima. Stelle, rocce, fiumi, alberi, piante, animali, tutto fa parte di una unica grande famiglia.
Questo modo di guardare il mondo si fonda sul rispetto reciproco e sulla reciprocità. Un profondo senso di reverenza domina la relazione con la natura e quei popoli altri di Beston, insieme alla convinzione che la Terra stessa si prenderà cura di noi se sapremo rispettarla e rispettare la vita in ogni sua forma. La specie umana è parte di una rete più ampia, una maglia in cui ogni nodo è occupato da una specie diversa. Distruggere una specie o indebolirla significa indebolire quel nodo o scioglierlo, portando la rete a disfarsi in modo più o meno esteso, a seconda dell’estensione del danno. Tutto è, per tradurre la metafora, interconnesso. Quando feriamo la Terra e gli altri esseri viventi, minacciamo la nostra stessa esistenza, ferendoci a nostra volta. Cristina Mormorunni, direttrice di Indigenous Led, ben sintetizza questo punto: le crisi di biodiversità e climatica sono crisi relazionali, e guarire queste relazioni è il primo passo per guarire ogni crisi.
Allo stesso modo gli Adivasi, l’insieme delle tribù indigene dell’India, hanno compreso da migliaia di anni che se ci comportiamo con rispetto verso gli elefanti, loro si comporteranno bene con noi. Uno sguardo sul mondo basato sul rispetto reciproco, fondamentale per la sopravvivenza della vita nel suo senso e significato più ampio e base di una coesistenza armoniosa. Per promuovere su scala globale questa visione, sostenuti dalla ONG Elephant Family e da diversi soggetti privati, duecento tra artisti e artigiani delle comunità locali dei Bettakurumba, Paniya, Kattunayakan e Soliga hanno creato un collettivo dal nome evocativo: The Real Elephant Collective. Sfruttando la presenza di una specie di arbusto invasivo, che sta letteralmente soffocando le foreste indiane, la Lantana camara, il collettivo si è specializzato nella produzione di elefanti a grandezza naturale che ricalcano perfettamente i 150 esemplari con i quali condividono lo stesso territorio, nel Gudalur. Sculture vegetali che da anni migrano attraverso il mondo in una esibizione itinerante, The Great Elephant Migration, che sta raccogliendo milioni di dollari per promuovere altri progetti di coesistenza su scala globale. Un messaggio di speranza che allo stesso tempo chiama all’azione e all’unione delle forze, lanciato da una terra, l’India, in cui la popolazione umana è raddoppiata negli ultimi 30 anni fino a 1,4 miliardi. Similmente, anche le popolazioni di elefanti, rinoceronti, leoni, tigri sono raddoppiate, marcando un grande successo di conservazione e tutela ma ponendo nuove importanti sfide sul fronte della coesistenza. Sfide che si fondano sulla tolleranza, la negoziazione degli spazi, e la condivisione di cibo, acqua e terra.
Attraversando i continenti, gli elefanti, ambasciatori della coesistenza, accendono i riflettori su un rapporto antico e diffuso tra specie umana e natura spesso dimenticato. Questa serie è un invito a riscoprirlo.
- La parola condivisa: gli Yao e l’uccello che parla con gli uomini
- La neve che pensa: i pastori di renne Sámi e l’intelligenza dell’inverno
- Il lupo che abita la soglia: il canide più raro del mondo e i pastori degli altopiani
- Il cervo che diventa cactus: il pellegrinaggio dei Wixárika a Wirikuta
- Il dorso del mondo: il salto dei tori degli Hamar
- La foresta che inizia: i Baka e lo spirito che danza tra gli alberi
- Il salto e la liana: i tuffatori di terra dell’isola di Pentecoste
- La canoa che respira: il serpente ancestrale dell’Amazzonia
- Il segreto della riva: i Fulni-ô e il rituale dell’acqua che non si racconta
- Le cicatrici del fiume: gli uomini coccodrillo del Sepik
- Il cielo che nutre: le sepolture celesti del Tibet
- Cantare il mondo in esistenza: il cammino iniziatico degli aborigeni australiani
- Il patto del Leviatano: i cacciatori di balene di Lamalera
- Il volo del berkut: i cacciatori di aquile della Mongolia
- Il linguaggio delle onde: quando i delfini insegnano a pescare
- L’elisir della vertigine: i cacciatori di miele dell’Himalaya
- La liminalità della formica
- Ogni fioritura è reciproca
- Io sono perché noi siamo
- La grande migrazione degli elefanti
- La festa senza elefanti
- La madre che cammina nel traffico: le vacche sacre dell’India e il paradosso della devozione





