In occasione dell’uscita del saggio Presunzione di superiorità e tradizioni buddhiste di Bhikkhu Anālayo, presentiamo un’intervista realizzata da Buddhistdoor in cui Bhikkhuni Dhammadinnā espone una rigorosa argomentazione storico-critica per superare i confini settari all’interno e attraverso le tradizioni buddhiste, facendo tesoro dell’eredità che abbiamo ricevuto dal lontano passato.
Non settarismo è uno di quei termini che le istituzioni buddhiste amano invocare in occasione di festival e conferenze. Per quanto sia un termine abusato, mettere in pratica un atteggiamento non settario richiede una leadership aperta e bilanciata dal rigore intellettuale. Incarnare questo principio significa incoraggiare le comunità buddhiste ad abbracciare uno spirito di solidarietà e di cooperazione, illuminando al tempo stesso le ragioni per cui i vecchi pregiudizi possono essere abbandonati senza compromettere la tenuta della tradizione.
Una delle persone migliori a cui rivolgersi per un approccio informato nei confronti del non settarismo è bhikkhuni Dhammadinnā, la quale è specializzata, fra le altre cose, negli Agama in pali, sanscrito e tibetano. Nella sua stessa vita e nel suo percorso monastico e accademico, ha incontrato ogni tipo di incroci tra l’appartenenza più autentica alle comunità buddhiste viventi e gli approcci dogmatici (con le loro risonanze affettive ed esistenziali, dal fondamentalismo dottrinale fino all’abuso di potere).
Un esempio è la sua stessa identità di bhikkhuni theravada. Nel corso della mia visita a Taipei, ho avuto l’opportunità di intrattenere con lei una conversazione a tutto tondo per comprendere come i nostri studi più avanzati sulla storia dell’ordine monastico femminile e sulla sua rinascita contemporanea possano contribuire a supportare il non settarismo.

«Il termine “Theravada” denota in realtà una sola cosa: la tradizione monastica dominante in Asia meridionale e nel sud-est asiatico e le sue culture viventi nella storia, a cui dobbiamo aggiungere il Theravada nella sua ricezione e nelle sue trasformazioni in Occidente» dice bhikkhuni Dhammadinnā. «Il Mahayana e il Vajrayana non riflettono dei lignaggi, quanto piuttosto posizioni dottrinali divenute dominanti in Asia orientale, nelle sue regioni interne e nella regione himalayana». La venerabile osserva inoltre che i veri equivalenti del “Theravada” sarebbero, a rigore, i Dharmaguptaka e Mulasarvastivada, lignaggi di ordinazione a cui aderiscono i monaci non theravada, e sottolinea quindi: «Questi lignaggi di per sé, tecnicamente parlando, non dicono nulla a proposito delle credenze».
Il punto centrale che le preme ribadire qui è che non è impossibile vivere secondo le regole e i precetti del monachesimo Theravada, sostenendo al tempo stesso l’ideale del bodhisattva, tipicamente ritenuto Mahayana. L’ideale del bodhisattva è certamente ben documentato nelle scritture theravada, ed è risaputo che influenti insegnanti theravada contemporanei hanno intenzionalmente abbracciato il sentiero del bodhisattva. Per illustrare il suo esempio, bhikkhuni Dhammadinnā ricorda diverse figure, fra cui il ven. Balangoda Ananda Maitreya (1896-1998) e il ven. Nauyane Ariyadhamma Mahathera (1939-2016) nello Sri Lanka.
Per approfondire il non settarismo da una prospettiva storica, è necessario volgersi agli inizi della stessa tradizione buddhista, o quanto meno alla più vicina approssimazione che ne abbiamo. La venerabile Dhammadinnā afferma: «Non abbiamo alcun modo di avere accesso a ciò che il Buddha ha detto, alle sue precise parole. La possibilità di una conoscenza verbatim è scivolata oltre il nostro orizzonte storico molto tempo fa. Il contenitore istituzionale del Theravada, per esempio, che ha sovrinteso la trasmissione di [uno dei] corpora degli insegnamenti antichi dell’ordine buddhista [nella forma del Canone Pali], può a ragione affermare di essere uno dei legittimi lignaggi monastici che hanno tramandato la consegna iniziale degli insegnamenti del Buddha e che ne sono eredi».
Il Theravada può inoltre asserire di essere il detentore dell’unico corpo di insegnamenti antichi del Buddha sopravvissuti in forma completa, attraverso i suoi Nikaya e nel Vinaya, e derivanti da un’unica tradizione di trasmissione orale. Come nota bhikkhuni Dhammadinnā: «Gli Agama cinesi, per esempio, sono una raccolta di testi originati da diversi lignaggi di trasmissione, da diversi contenitori istituzionali che si sono fatti garanti della loro recitazione e conservazione».
Quelli che un tempo alcuni studiosi
consideravano degli “scismi”
altro non furono che diversificazioni organiche
di unità istituzionali
La ven. Dhammadinnā sottolinea che ciò è dovuto a una pura e semplice casualità storica, in virtù del fatto che il Theravada ha avuto origine in India ed è stato trasmesso in altri luoghi, come lo Sri Lanka. La venerabile stabilisce un confronto fra questa situazione e il caso della Cina, dove Dharmaguptaka, Sarvastivada e altri lignaggi monastici hanno fatto filtrare nella regione i loro testi (Agama e Vinaya) in modo frammentario, e dove il corpo scritturale del buddhismo antico si è formato invece come un costrutto storico al di fuori dell’India.
«Quando parliamo degli insegnamenti del buddhismo antico, abbiamo intrinsecamente a disposizione una molteplicità di fonti primarie, che costituiscono il risultato finale di molteplici lignaggi di trasmissione, i quali furono diffusi in tutta l’India e al di là di essa» spiega la ven. Dhammadinnā. «Questo significa che gli insegnamenti trasmessi oralmente, formalizzati e diffusi, iniziarono gradualmente e forse inevitabilmente a differire in modi sottili all’interno delle varie comunità monastiche che si stavano formando in tutta l’India. A un certo punto, queste comunità di recitazione divennero così lontane l’una dall’altra da non trasmettere più lo stesso testo alla lettera. Ciò fu dovuto a una ragione pratica: in una cultura orale siffatta, non si recitava più lo stesso testo».
La venerabile Dhammadinnā prosegue: «Quando si verificano tali divergenze, queste nascenti comunità divengono le precorritrici delle varie istituzioni monastiche, che abbondavano nell’antica India e nell’Asia medievale. Tutto questo sarebbe infine divenuto quello che conosciamo come Theravada, Sarvastivada e via dicendo». La venerabile afferma che, a questo punto dello sviluppo storico, è già erroneo parlare di “sette buddhiste” o di settarismo. Quelli che un tempo alcuni studiosi consideravano degli “scismi” altro non furono che diversificazioni organiche di unità istituzionali. Nonostante ciò, a un certo punto, l’identificazione con il proprio, ormai diversificato, gruppo monastico crea i presupposti per l’emergere di un vero e proprio settarismo.
Con una proiezione accademica piuttosto comune si utilizza la parola “concilio” per sangiti, le recite comunitarie dei testi canonici all’interno di una data comunità monastica. Queste sangiti indubbiamente iniziarono a trasmettere versioni diverse delle passate recitazioni, man mano che il tempo passava e coloro che le recitavano si muovevano attraverso l’India, lo Sri Lanka e l’Asia centrale, prima che nuovi sima (i confini che vengono stabiliti per la costruzione di un monastero) venissero stabiliti in regioni non indiane, come la Cina e il Tibet. Agli albori della comunità monastica non ci fu mai un vero e proprio scisma dottrinale, certamente niente di paragonabile agli scismi epocali che divisero e sconvolsero la cristianità cattolica, ortodossa e protestante.
C’è un modo specifico in cui il Theravada percepisce se stesso, e questa comprensione di sé può distorcere quella che dovrebbe essere un’apertura a comprendere gli insegnamenti degli altri buddhisti. La ven. Dhammadinnā osserva: «Anche i theravadin, come tutti, possono avere dei pregiudizi. Consideriamo, per esempio, come la popolazione dello Sri Lanka venne in contatto con i monaci buddhisti giapponesi prima dell’indipendenza, e finì con il maturare l’idea che il sangha giapponese fosse corrotto, con un clero sposato che sfidava la regola del celibato. Tali percezioni sorsero perché si era entrati in contatto con i monaci buddhisti giapponesi senza una conoscenza, e tanto meno una comprensione storica, degli eventi e delle conseguenze della Restaurazione Meiji in Giappone, che aveva sancito la dissoluzione dell’istituzione monastica celibataria, l’imposizione del matrimonio e via dicendo. Attraverso l’analisi storica comprendiamo come sorgono determinati pregiudizi ed etichette. Il fatto che i seguaci del Theravada considerino quelli del Mahayana come un blocco unico è una ipersemplificazione, come abbiamo visto prima».
Al tempo stesso, tuttavia, la proposta di bhikkhuni Dhammadinnā non è di mettere da parte o cambiare radicalmente i paradigmi buddhisti tradizionali e la costruzione tradizionale del discorso storico. «Desidero in particolare sottolineare questo: il fatto che la nostra generazione, in questo momento storico, sia in grado di acquisire una comprensione più sottile, basata sulla conoscenza storica, dello sviluppo delle tradizioni buddhiste, non significa guardare con disprezzo ai buddhisti ‘tradizionali’, ritenendoci, per una qualche forma di presunzione post-moderna, agenti e soggetti della storia. È grazie a questi paradigmi tradizionali che abbiamo ricevuto la tradizione religiosa così com’è ora, e in essa il loro valore universale convive accanto a caratteristiche legate alla dimensione temporale».
La venerabile spera piuttosto di vedere lavorare la ricerca (un mondo che le è divenuto familiare) insieme alle comunità e ai leader buddhisti, per far sì che le identità spirituali divengano oggetto di autoriflessione, al fine di comprendere il sorgere condizionato di queste stesse identità, portando avanti al tempo stesso un dialogo approfondito e produttivo sui metodi validi che tutte le scuole hanno sviluppato ai fini della libertà e del risveglio.
«Alla luce delle scoperte a cui è giunta la ricerca più aggiornata, sarebbe triste assistere a un irrigidimento essenzialmente settario, e/o fondamentalista della propria identità. Credo però che questo contraccolpo possa essere evitato se i nostri lignaggi saranno in grado di garantire l’uno all’altro il giusto rispetto. Indipendentemente dal nostro sentiero, ciò che condividiamo è un radicamento etico nei Vinaya, così come li abbiamo ricevuti ‒ il Theravada, il Dharmaguptaka e il Mulasarvastivada ‒ e in generale nei principi etici buddhisti. Mettendo da parte le origini, mi preoccupa di più che si faccia tutto il possibile per vivere secondo questi codici con integrità e autenticità».
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