Introduzione
La speranza è considerata una pietra angolare della resilienza spirituale ed esistenziale, oppure valorizzata come una virtù legata alla promessa divina e al compimento escatologico; nel discorso secolare moderno, è intesa anche come una risorsa psicologica contro la disperazione e come una forza motivazionale per il cambiamento sociale.
Ma che dire della (o di una) posizione buddhista sulla speranza – laddove il buddhismo è spesso rappresentato come una tradizione orientata solo alla rinuncia, al distacco e alla cessazione del desiderio? Sembrerebbe una direttrice implicitamente antitetica rispetto all’orizzonte stesso dell’atto intenzionale di protendersi verso il futuro, che è la postura fondamentale dello sperare, almeno nell’accezione del senso comune? Possiamo parlare in modo significativo di speranza all’interno di un tale paradigma? E, se sì, quale forma assume la speranza buddhista? Può bastare individuare un qualche equivalente di tale concetto nel lessico dottrinale buddhista, o è invece necessaria un’analisi di come questo costrutto è articolato (o meno) negli insegnamenti buddhisti?
Premetto che qualsiasi tentativo di offrire una posizione buddhista sulla speranza che sia sufficientemente articolata e che renda giustizia ai modi in cui questo concetto prende forma nei numerosi livelli testuali e storico-religiosi delle tradizioni buddhiste – al plurale – sarebbe ovviamente irrealizzabile in questa sede. Pertanto, per affrontare questo tema, mi rivolgo ai discorsi buddhisti antichi che costituiscono il fondamento di tutti gli sviluppi successivi del pensiero e della soteriologia buddhista, i quali informano le diverse tradizioni buddhiste viventi. In effetti, il termine indiano speranza (āsā e āśā rispettivamente in pali e sanscrito, due delle principali lingue scritturali del buddhismo antico) appare raramente nei testi antichi e, quando compare, può essere contrassegnato da ambivalenza. Ad esempio, il saggio è descritto come colui che è andato «oltre la speranza e la disperazione» (Sn 4.3). Questo duplice superamento, o trascendenza, potrebbe suggerire un abbandono nichilista o un’austerità emotiva. Tuttavia, l’obiettivo della pratica buddhista non è l’insensibilità emotiva, bensì la chiarezza liberatrice. Il rifiuto della speranza da parte del Buddha non è il rifiuto della possibilità, ma del proliferare mentale (pali papañca, sanscrito prapañca), cioè dell’ipertrofia illusoria dell’ego che si attacca ai risultati e quindi vincola alla sofferenza. Essa, inoltre, reifica inevitabilmente l’altro riducendolo alla soddisfazione del proprio bisogno.
Il rifiuto della speranza da parte del Buddha non
è il rifiuto della possibilità, ma del proliferare
mentale (pali papañca, sanscrito prapañca), cioè dell’ipertrofia illusoria dell’ego che si attacca ai risultati e quindi vincola alla sofferenza.
Realizzazione del risveglio
L’essere speranzosi, in questo senso, può divenire cosa sospetta non per la sua aspirazione, ma per il suo intreccio con la brama, ossia la sete di esperienza e la sete di annientamento dell’esperienza (pali taṇhā, sanscrito tṛṣṇā). Tale aspettativa è tra le proliferazioni che oscurano l’immediatezza del Dhamma, cioè la realtà e l’allineamento epistemico con la realtà. La speranza di salvezza futura, di raggiungimento o di sollievo a mezzo del controllo dell’esistenza nella forma di continuazione o soppressione della medesima, anche sottilmente, può diventare un attaccamento velato a una visione reificata del sé: riporre la propria speranza in uno stato di divenire, in un essere-altro, significa essere di nuovo intrappolati nel vortice del saṃsāra ed è, in ultima analisi, espressione di un atteggiamento conflittuale nei confronti dell’esistenza stessa. Allo stesso tempo, la trasformazione personale e la promozione del cambiamento esterno sono le uniche scelte e azioni intenzionali – a livello fisico, verbale e mentale – che risolvono l’impasse di una tale posizione conflittuale e real-izzano (ossia, rendono reale) il cambiamento.
Chiaramente, questa “critica” implicita alla speranza così (mal-)intesa è ben lontana dall’essere una dottrina della rinuncia. Nei testi buddhisti incontriamo un orientamento diverso: una fiducia nella possibilità della trasformazione. La speranza è ricostituita come serena certezza del valore intrinseco del sentiero stesso. E qui mi riferisco a come questo costrutto è articolato negli insegnamenti antichi, tentando di esplicitarne almeno alcune dimensioni. Il Buddha ha affermato che non avrebbe istituito una forma di vita mirante ad attualizzare il percorso di liberazione da ciò che non è salutare (su cui tornerò più sotto) se non avesse visto tale liberazione come possibile. In un certo senso, l’intera decisione del Buddha di condividere con altri un sentiero verso la fine della loro sofferenza e l’istituzione storica della comunità buddhista con le sue componenti monastiche e laiche è un gesto di speranza radicato nella convinzione che il cambiamento sia possibile.
La speranza buddhista è radicata epistemicamente e soteriologicamente nella realizzazione del risveglio, cioè nell’emancipazione da ogni distorsione e presunzione. Il discernimento tra ciò che è salutare (pali kusala, sanscrito kuśala) e ciò che non lo è (pali akusala, sanscrito akuśala), e la decisione di abbracciare il salutare, costituiscono la capacità di condurre una vita morale. Il forte interesse per una psicologia morale trasformativa centrata sull’esperienza soggettiva caratterizza il discorso morale buddhista come una fenomenologia morale, in cui la coltivazione etica e quello alla presenza mentale (o consapevolezza) si rafforzano reciprocamente in modo progressivo.
Etica
L’etica non è compartimentata rispetto ad altri ambiti dell’esistenza, poiché la mappa buddhista è informata da una visione integrata dei territori dell’esperienza affettiva, cognitiva, estetica, etica, ecc. Questo approccio è una conseguenza della conoscenza imparziale dei principi di costruzione della soggettività cui il Buddha afferma di essere pervenuto attraverso la realizzazione in prima persona della verità del risveglio (Nibbāna in pali o Nirvāṇa in sanscrito). Di conseguenza, l’etica è primariamente orientata alla liberazione finale della mente-cuore (pali e sanscrito citta) dalle contaminazioni e dall’ignoranza, libera da qualsiasi potenziale di inganno o falsità. Questa interrelazione degli insegnamenti sull’etica e sulla liberazione trova un’espressione paradigmatica in una definizione concatenata di virtù, concentrazione e conoscenza, secondo cui il corretto sviluppo di ciascuna è condizione per lo sviluppo della qualità successiva, e quando la conoscenza è sviluppata in modo adeguato, la mente-cuore si libera.
In quanto supremo valore epistemico e soteriologico, il risveglio funge anche da sommo valore etico, considerato come ciò che conduce alla cessazione completa ed irreversibile di tutto ciò che è eticamente ed esistenzialmente malsano. L’intero percorso etico si fonda su questa distinzione fondamentale tra ciò che è salutare, che sorge dalle tre radici di non-avidità, non-avversione e non-illusione, e ciò che è non salutare (ossia malsano), che sorge dalle tre radici di avidità, avversione e illusione. L’etica è incorporata nello schema pedagogico delle cosiddette quattro nobili verità. Queste sono informate dal risveglio stesso del Buddha, che ne costituisce la fonte e il fondamento. Nel riconoscimento del fatto che esiste l’esperienza di dukkha (pali; sanscrito duḥkha) e che essa è presente nel modo in cui costruiamo il mondo del sé e dell’altro (prima verità), si afferma l’universalità della possibilità della liberazione dalla sua causa, che è la brama o sete (terza e seconda verità), attraverso un percorso intenzionale di coltivazione (quarta verità). Dukkha può comportare talvolta ‘sofferenza’ e anche ‘dolore’, ma dukkha non è di per sé sofferenza o dolore: è ciò che per sua natura è insoddisfacente e costituzionalmente incapace di garantire pace e contentezza; anche esperienze edonicamente piacevoli e stati d’animo sublimi quali i più profondi assorbimenti meditativi sono segnati da dukkha senza che arrechino affatto sofferenza o dolore. Così il disagio esistenziale che è dukkha si distingue peraltro da quello psicopatologico in senso stretto.
Ciò indica che la comprensione specificamente buddhista della speranza che emerge dai discorsi del buddhismo antico non è radicata in un proiettarsi al futuro o nella brama, bensì in un graduale allineamento con la realtà della vita così com’è, e in una fiducia incrollabile nel percorso di trasformazione esistenziale a livello interiore, esterno e relazionale. Questa è a sua volta una vocazione a un’attitudine che non ricerca risoluzioni affrettate. La speranza inizia con il riconoscimento e la contemplazione di dukkha: l’accettazione di ciò che è insoddisfacente, talvolta doloroso, senza cedere alla disperazione. La capacità di offrire speranza a sé e all’altro risiede nella capacità di co-abitare il mondo della sofferenza insieme, coesistendo con la realistica possibilità del cambiamento. Tale possibilità è intrinseca alla natura stessa della realtà che è fatta di cause e condizioni piuttosto che di essenze immutabili. Difatti, è il principio stesso della condizionalità degli stati d’animo, della vita interiore così come di quella relazionale a fondare l’agentività e titolarità etica. L’agentività e titolarità etica sono a loro volta il cuore della speranza buddhista.
Ciò ci riporta allo statuto epistemico della speranza nel buddhismo antico. In questo quadro, ciò che può essere conosciuto ha la priorità su ciò che può essere sperato. In un certo senso, la fede buddhista (pali saddhā, sanscrito śraddhā) non è un sostituto della conoscenza liberatrice, ma una fiducia provvisoria che sostiene l’indagine. Essa occupa uno spazio epistemico provvisorio: non si sa ancora, ma si è disposti a procedere sulla base di principi verificati. La persona pienamente risvegliata è considerata priva di fede (assaddha), avendo superato il bisogno di tale tipo di fede in virtù del raggiungimento della conoscenza liberatrice e una purificazione etica irreversibile.
La capacità di offrire speranza a sé e all’altro
risiede nella capacità di co-abitare il mondo
della sofferenza insieme, coesistendo con la realistica possibilità del cambiamento.
La speranza buddhista – se posso ancora usare questo termine – si manifesta come una fiducia giustificata e pragmatica, fondata sulla legge della condizionalità e della causa-effetto. Non si crede ciecamente che il risveglio verrà, né si dispera se non è immediatamente presente. Invece, si coltiva una fiducia nel sentiero perché ha prodotto frutti, non solo per altri ma anche già nella propria vita. In questo modo, la speranza nel buddhismo antico occupa una posizione di basso rischio epistemico e alto valore morale. È epistemicamente cauta ma esistenzialmente generativa.
Suggerirei che ciò possa essere apprezzato al meglio come espressione di una modalità di umiltà epistemica. In contrasto con la certezza dogmatica sulle verità metafisiche o con l’ottimismo cieco sul futuro, il praticante buddhista riconosce i limiti della propria finitudine e dei propri errori epistemici. In un’epistemologia informata soteriologicamente e in una soteriologia informata epistemologicamente, ciò è di cruciale importanza. La speranza, quindi, si radica non nella credenza sul futuro, ma nella verifica momento per momento che la mente-cuore può essere educata, le contaminazioni indebolite e la sofferenza ridotta. Questa è speranza attraverso la comprensione. Questa è speranza attraverso la decostruzione dell’auto-referenzialità e dell’arroganza dell’io che accompagnano sempre la brama per i due proverbiali estremi del volere divenire/essere e volere non-divenire/non-essere.
Fiducia esistenziale
Questo orientamento sottile e sobrio riflette una fiducia esistenziale: una fiducia non nei risultati, ma nel processo. Vale la pena sottolineare che questa qualità non è statica. Viene coltivata, rafforzata e approfondita attraverso il contatto con il Dharma (inteso come accesso agli insegnamenti del Buddha), l’esempio delle discepole e dei discepoli più avanti sul cammino, e la propria esperienza. In quanto tale, essa funge non solo da fondamento psicologico, ma anche da ponte epistemico tra ignoranza e conoscenza. Permette movimento e spazio per un’azione efficace senza richiedere una conoscenza sovramondana definitiva. Mantiene il praticante in relazione con il sentiero anche quando la certezza in prima persona non è disponibile. In questo modo, pur onorando e mettendo al centro l’agentività epistemica ed etica del soggetto, essa rinuncia a ogni forma di glorificazione della soggettività esperienziale come principale o unico terreno e bussola esistenziale validi.
Ciò assume particolare rilevanza nel contesto della morte e dell’impermanenza. Il Buddha offre una similitudine: una persona è trascinata via da un grande fiume e si aggrappa all’erba sulla riva. Lascia andare, esorta il Buddha, lascia andare il passato, il futuro e il presente. Con una mente-cuore libera da attaccamento, attraversa fino all’altra sponda (SN 3.25). Questa non è speranza come proiezione, ma speranza come liberazione. È un movimento verso il risveglio non attraverso il possesso di un futuro sicuro, ma attraverso la piena presenza al presente, con piena responsabilità. La proliferazione mentale genera un mondo illusorio di dualità, dove speranza e paura sorgono come risposte oscillanti a scenari immaginati (MN 18). Vedere attraverso la proliferazione significa disarmare sia la speranza che la paura – non tramite l’indifferenza, ma tramite la conoscenza. Il lasciar andare la speranza, paradossalmente, apre la porta a una libertà più profonda: non si vive più in riferimento a risultati proiettati, ma nella libertà della presenza. La presenza diventa espressione di una speranza libera dall’attaccamento – ogni momento di attenzione lucida afferma il potenziale del risveglio. Non attraverso una fantasia o promessa metafisica, ma attraverso un’intimità sostenuta con la realtà. Da questo punto di vista, l’approccio buddhista alla speranza non è evasivo, ma profondamente ancorato.
Libertà come condizione interiore
In un mondo segnato dal collasso ecologico, dall’iniquità economica e dalla violenza diffusa, questa forma pragmatica ed epistemicamente modesta di speranza è cruciale. Essa afferma l’agentività umana, la lucidità etica e la reale possibilità di trasformazione, senza richiedere impegni metafisici che potrebbero vacillare sotto esame o rappresentare imposizioni ingiustificate su altri. Non vi è salvezza come dono esterno, ma vi è libertà quale condizione interiore e concomitante autenticità relazionale. E tale dispiegarsi è degno di fiducia.
È significativo notare che la speranza non è soltanto uno stato d’animo, ma un fenomeno con implicazioni corporee e relazionali, quando sorge nello spazio della cura. Qui il praticante buddhista assiste alla sofferenza dell’altro senza avvertire la necessità urgente di eliminarla (questa posizione va compresa con delicatezza nella sua profondità; ovviamente, dire che un buddhista non cerca di risolvere immediatamente il dolore o la sofferenza, propria e/o altrui, si presta a fraintendimenti, ché può richiamare concezioni come quella per la quale il dolore è frutto del karma e dunque non lo si deve alleviare, oppure può richiamare nozioni di purificazione o espiazione attraverso il patimento).
La speranza, in questa luce, è co-costituita: esiste laddove la possibilità di sollievo è resa presente non attraverso una promessa o una garanzia, ma attraverso la presenza stessa. Non mira a una risoluzione frettolosa, anticipata, amministrata dall’esterno, o alla cancellazione di dukkha (o della sofferenza) senza prima ascoltarla accostandosi all’altro e riconoscendo la piena legittimità della sua condizione presente. Qui la speranza è più profondamente legata al prendersi cura che al curare – essa emerge non quando affermiamo che le cose miglioreranno, ma quando restiamo fedelmente presenti a ciò che è, specialmente nei momenti in cui il miglioramento non può essere promesso. In questo contesto, la speranza assume una vulnerabilità temporale: è l’apertura a un futuro non ancora determinato, senza pretendere che il futuro si conformi alle nostre aspettative.
Attraverso la pratica contemplativa applicata pervengo alla comprensione esperienziale di una omogeneità fondamentale tra la costituzione della mia esperienza incarnata e quella dell’altro, degli altri. E c’è continuità e comunanza reale e vissuta tra questa esperienza del modo in cui costruisco la mia incarnazione, la mia esperienza della mia propria incarnazione, e il modo in cui gli altri costruiscono la loro esperienza della propria incarnazione. Questo è il nostro punto d’incontro. Questo è il luogo dove già ci incontriamo. Qui sorge la comunione e la fraternità: dalla fondamentale visione penetrante della situazione incarnata come qualcosa che ci accomuna, piuttosto che, per dire, facendo appello a una nobile intenzione normativa o anche a un’ideologia religiosa. La qualità della presenza costituisce e ri-costituisce vite che non hanno più bisogno di attaccamento.
In conclusione, offro l’immagine del fiore di loto come illustrazione della solo apparente contraddittorietà della speranza-senza-speranza buddhista. Non spera di sbocciare; semplicemente cresce in accordo con specifiche cause e condizioni. Allo stesso modo, la persona che coltiva etica, raccoglimento interiore e conoscenza non spera nel senso convenzionale. La sua è una speranza senza attaccamento, responsabile e co-responsabile – e potrebbe essere, dalla prospettiva buddhista, la speranza più vera di tutte.
Abbreviazioni
MN Majjhima-nikāya
Sn Sutta-nipāta
SN Saṃyutta-nikāya
- Costruire la speranza: una posizione buddhista
- Identità personale e identificazione nel buddhismo antico
- Lo spirito della verità nel buddhismo
- L’etica nel buddhismo
- Il buddhismo indiano del medio periodo
- Il Vinaya nel monachesimo buddhista
- La risonanza della compassione: incontro dell’altro e cura nel buddhismo antico
- Meditazione concettuale e non concettuale nel buddhismo antico
- La compassione nel buddhismo theravāda
- Visualizzazioni nella meditazione buddhista
- L’esperienza nella meditazione secondo il buddhismo antico
- Lezioni di buddhismo theravada
- Vinaya, il codice monastico buddhista
- Soggettività e oggettività nel buddhismo antico





