Il buddhismo antico considera i concetti come parte integrante dell’esperienza soggettiva condizionata, e la meditazione prevede approcci sia concettuali che non concettuali. La presenza è compatibile con i concetti e con il loro impiego deliberato.
Terminologia
Secondo la definizione dell’esperienza soggettiva del buddhismo antico, perfino l’aspetto più basilare dell’esperienza, come la corporeità, non si dà soggettivamente senza l’attivazione di funzioni concettuali. Queste consentono la percezione somatica attraverso le quattro qualità elementari (come la terra che rappresenta la solidità, ecc.) che costituiscono la forma fisica.
Le funzioni concettuali sono le cinque componenti del “nome”, una struttura cognitiva che è sia concettuale che linguistica, e che precede a tutti gli effetti l’articolazione del linguaggio e del pensiero vero e proprio (Ñāṇananda, 1971). Nome e forma stanno in una relazione di mutua dipendenza e, insieme, forniscono il contenuto della coscienza; la coscienza, a sua volta, è una condizione indispensabile per la loro comparsa e dipende da essi. Questo modello vede l’insorgenza della soggettività esperienziale come un processo che non è né del tutto empirico e né del tutto concettuale. Poiché i concetti vengono costruiti in questo modo all’interno dell’esperienza sensoriale, la dimensione corporea non è prioritaria rispetto a quella concettuale o vice versa, e ciò porta a connotare epistemicamente il pensiero del buddhismo antico come un meta-empirismo e, allo stesso tempo, un meta-razionalismo.
Questo tipo di paradigma è ciò che modella il suo approccio agli stati meditativi concettuali e non concettuali, e sostanzialmente si differenzia da quello che caratterizza la scolastica Theravada e le tradizioni meditative da essa influenzate, che operano sulla base di una bipartizione tra realtà ultime di tipo esperienziale (comprese le quattro qualità elementari) e concetti convenzionali (Dhammadinnā, 2017, p. 171).
Nome e forma stanno in una relazione di mutua dipendenza e, insieme, forniscono il contenuto della coscienza; la coscienza, a sua volta,
è una condizione indispensabile per la loro comparsa e dipende da essi.
De-ontologizzazione dei concetti
l buddhismo antico differenzia l’appercezione della realtà da parte di un individuo non addestrato, un praticante avanzato e una persona pienamente liberata. Le rispettive attitudini percettive sono caratterizzate da gradi qualitativamente diversi di concezioni (erronee), o dalla loro mancanza, in merito ai concetti/nozioni (Ñāṇamoli & Bodhi, 1995, p. 83). Il problema chiave non sta nelle nozioni in sé, ma nell’attivazione delle elaborazioni concettuali al riguardo.
Sperimentando per la prima volta il Nirvana, diversamente da un individuo non addestrato, un praticante avanzato ha realizzato in prima persona il sorgere dipendente delle nozioni e la trascendenza di nome-e-forma e di qualsiasi stato di coscienza che dipende da essi: il Nirvana si presenta come una sfera esperienziale “a-concettuale”, nel senso che in esso non esistono ontologie né concettuali né non concettuali. Di conseguenza, chi ne ha fatto esperienza non considera più le nozioni come ontologicamente sostanziali e sa che sono costruite. Questo vale anche quando l’errata attribuzione di valore affettivo, ecc., a esse, e il relativo investimento, non siano stati ancora rimossi in maniera permanente. Il praticante avanzato deve addestrarsi nel riconoscere con presenza come le elaborazioni concettuali, sotto l’influenza degli inquinanti, gonfino le nozioni oltre ciò che è essenziale per gli eventi cognitivi e per il funzionamento adattivo. La persona liberata, libera dalla brama per tutte le forme di esperienza sia concettuale che non concettuale, libera da presunzione e da punti di vista dogmatici, non è capace in nessun caso di interpretare erroneamente alcuna nozione. Da notare che, sebbene lo stesso Nirvana sia a-concettuale, la nozione di Nirvana esiste e può essere reificata da coloro che non hanno ancora raggiunto la piena liberazione, come risulta evidente dalla sua inclusione nella lista delle nozioni suscettibili di essere soggette a elaborazione concettuale (Ñāṇamoli & Bodhi, 1995, p. 83).
Affrontando sia gli stati concettuali che quelli
non concettuali, la meditazione secondo
il buddhismo antico promuove la visione
penetrante della costruzione dell’intera
gamma dell’esperienza umana.
Pensieri e concetti nella meditazione
Affrontando sia gli stati concettuali che quelli non concettuali, la meditazione secondo il buddhismo antico promuove la visione penetrante della costruzione dell’intera gamma dell’esperienza umana. Gli stati non concettuali, che si disimpegnano intenzionalmente dal riconoscere e attribuire senso all’esperienza, includono il raccoglimento senza-segno della mente, la cessazione della percezione e della sensazione, e in certa misura, la sfera della né-percezione-né-non-percezione. In aggiunta, le pratiche che impiegano forme non duali di presenza operano con una modalità spesso classificabile come non concettuale (Anālayo, 2024), sebbene, in senso stretto, ciò non collimi con la prospettiva del buddhismo antico.
Le meditazioni di tipo concettuale offrono strumenti per ottimizzare sia i pensieri sia le prospettive di visione penetrante che contrastano la struttura concettuale alla base della soggettività esperienziale. In relazione ai pensieri, il compito fondamentale è discernere la loro natura etica come salutare o non salutare (Ñāṇamoli & Bodhi, 1995, p. 207). I discorsi del buddhismo antico affermano che qualsiasi cosa si pensi, e su cui si rifletta, modellerà frequentemente l’inclinazione della mente, sia verso pensieri salutari che non salutari.
La dimensione concettuale dell’esperienza viene esplorata attraverso una raffinata forma di addestramento con le percezioni meditative, conosciuta come la progressiva cessazione della percezione con lucido discernimento o piena consapevolezza (Walshe, 1987, p. 162). Padroneggiando il picco delle percezioni attraverso fasi progressive, alla fine si disattivano ulteriormente l’intenzione e la costruzione. La disattivazione conduce alla cessazione delle percezioni presenti, senza che ne sorgano di nuove. A questo punto sono stati soppiantati una serie di successivi paletti, fino alla rimozione dell’ultimo paletto della percezione; ma, come segnala la presenza di un lucido discernimento, questo non è uno stato di incoscienza. Un tale conseguimento sviluppa una stretta comprensione delle meccaniche della percezione e richiede di lasciar andare l’attaccamento alla stessa attività percettiva, sfidando profondamente l’abitudine radicata di affidarsi a essa per dare un senso al mondo, sostenuta come parte fondamentale della propria esistenza (Anālayo, 2023, p. 83).
L’impatto trasformativo di queste pratiche contemplative spazia dalla riduzione della ruminazione mentale e dell’investimento nel pensiero come rinforzo degli schemi personali fino all’incomparabile, totale libertà della mente dal legame dei concetti.
La presenza
Il costrutto della presenza secondo il buddhismo antico la rende compatibile con la presenza di pensieri sia salutari che non salutari, in quanto il suo compito è di riconoscerli per ciò che sono (Ñāṇamoli & Bodhi, 1995, p. 150). In particolare, secondo il modello del buddhismo antico, la presenza può essere presente quando c’è uno stato non salutare (Anālayo, 2013, p. 178).
Una forma di presenza che si basa sul pensiero salutare intenzionale è prevista dalle pratiche di rievocazione, in cui i praticanti portano deliberatamente alla mente temi relativi al Buddha e alle sue qualità, ecc. (Anālayo, 2020b, p. 17). La morte è uno dei temi di questa pratica. Infatti, un esercizio descritto nel primo fondamento della presenza mentale, la contemplazione del corpo, richiede di portare alla mente gli stadi di decadimento di un corpo umano morto (Ñāṇamoli & Bodhi, 1995, p. 148). Anche durante la recitazione orale degli insegnamenti buddhisti vengono impiegate forme concettuali di presenza. Quest’ultima è necessaria mentre si ascoltano gli insegnamenti, per riflettere su di essi e meditare di conseguenza (Anālayo, 2021). Ovviamente la recitazione contemplativa comporta un impegno concettuale: gli insegnamenti vengono trasmessi come testi per mezzo di concetti che il recitante deve comprendere adeguatamente.
L’applicazione delle istruzioni descritte nei quattro fondamenti della presenza si basa su un saggio uso dei concetti. Per esempio, il primo fondamento della presenza mentale, la contemplazione del corpo, richiede di lavorare con l’apporto concettuale inerente a specifiche percezioni somatiche, descritte in dettaglio dai diversi esercizi, riconoscendolo chiaramente (Ñāṇamoli & Bodhi, 1995, p. 145). Talvolta, le istruzioni contrassegnano i concetti o le etichette con particelle dichiarative [corrispondenti a dei virgolettati, N.d.R.], che indicano una forma di verbalizzazione mentale; questo concerne l’apporto fornito dal chiaro discernimento, che riconosce ciò che è presente nell’esperienza. Le etichette adoperate a tale scopo non devono essere utilizzate eccessivamente a scapito del semplice dimorare nella presenza. Il loro uso esagerato rischia di trasformarsi in un compito meccanico, che può diventare controproducente per la coltivazione della presenza.
Perfino la forma di presenza spesso definita “nuda consapevolezza”- addestrarsi in modo tale che in ciò che è visto ci sia solo ciò che è visto, ecc. – non è letteralmente “nuda” al punto di essere completamente priva di concetti (Anālayo, 2019). Un tale modo di fare esperienza, libero da forme di reattività e dal rafforzamento proliferativo dei dati sensoriali, coinvolge una “nuda quantità minima” di concetti. È dunque “nuda” solo nel senso che consente di assistere al sorgere dell’esperienza nel presente e di riconoscere come i pregiudizi possano modellarla, senza soccombere a essi, un notevole potenziale che comprende la coesistenza della presenza e dei concetti (Anālayo, 2020a, p. 75).
In sintesi, almeno dalla prospettiva del buddhismo antico, la differenza tra una realtà erroneamente oggettivata e una correttamente appresa non è una questione di dimensione concettuale contro dimensione non concettuale, ma consiste nell’assenza o presenza della visione penetrante. Inoltre, interagire con i concetti oppure eliminarli non è liberante di per sé. Dal punto di vista dell’epistemologia e della soteriologia del buddhismo antico, non è necessario problematizzare un aspetto fattuale dell’esperienza soggettiva come la concettualizzazione, perché in definitiva lo scopo dell’addestramento alla presenza è di comprendere la natura dell’esperienza, di trasformare e far cessare la sua costruzione ingannevole che si traduce in dukkha. In questo contesto, la via di mezzo della presenza, tra soppressione e rafforzamento, coltiva una mente libera pur in mezzo alla presenza di pensieri e concetti (Anālayo, 2018, p. 7).
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