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Mural of Heaven, Wat Rachatiwat, Bangkok, credit: Anandajoti Bhikkhu

Il buddhismo indiano del medio periodo

 

L’espressione «buddhismo indiano del medio periodo» indica la prima fase chiaramente riconoscibile di stratificazione storico-religiosa e testuale posteriore agli insegnamenti orali e ai resoconti del buddhismo antico.

 

Periodizzazione

Il medio periodo del buddhismo in India ‒ abbracciando con questa indicazione geografica un territorio che comprende il subcontinente indiano e le aree indianizzate dell’Asia centrale, meridionale e sudorientale che ospitavano comunità e reti di scambio buddhiste ‒ comporta una periodizzazione multiforme, che consegue dall’intersezione di dimensioni testuali, dottrinali, soteriologiche e istituzionali che si sono manifestate nelle diverse comunità.

La dicitura «medio periodo» non è impiegata in quanto tale dalle tradizioni buddhiste indiane. Il primo studioso ad aver utilizzato tale espressione sembra essere stato Schopen (1995, p. 95), in riferimento a idee religiose e configurazioni istituzionali di cui si ha testimonianza nella letteratura, nelle iscrizioni e nell’arte, che interessano il periodo che va dal I al V secolo dell’era comune, ritenuto come il punto di demarcazione della fase di completamento dell’assemblaggio delle raccolte scritturali contenenti il codice delle regole monastiche (Vinaya) e che egli (in modo problematico) collega alla compilazione dei monumentali compendi dottrinali e alla messa per iscritto dei sūtra Mahāyāna. Questa periodizzazione, tuttavia, potrebbe essere impiegata, più in generale, anche a riguardo dei cambiamenti che hanno avuto inizio ben prima dell’inizio dell’era comune, a partire, approssimativamente, dal periodo post-Aśoka Maurya (metà del III secolo a.C.), considerato come la fine della prima fase dell’evoluzione del pensiero e della pratica connotati come buddhismo antico e dell’esclusivo affidamento a mezzi orali di composizione e trasmissione testuale, dovuta al graduale incremento dell’uso della scrittura (Anālayo, 2023, p. 1).

Il fatto che Schopen (1995, p. 476) collochi la fine del medio periodo nel V–VI secolo si regge sulla sua ipotesi di una marginalità del movimento Mahāyāna in India prima di quel periodo (Schopen 2000). Dal momento che questa ipotesi necessita di una revisione (Harrison 2018, p. 18), la fine del medio periodo andrebbe disgiunta dal collegamento con la fase in cui il Mahāyāna si afferma come orientamento buddhista predominante in India e dunque dalla sua cronologia.

 

Oltre l’oralità

Nelle fasi precedenti della trasmissione esclusivamente orale dei testi del buddhismo antico vi era già traccia degli orientamenti che sarebbero diventati segno distintivo del medio periodo (si veda, per esempio,  Anālayo 2010 e 2014). Tuttavia, è solo con l’esegesi, che opera innovazioni e ampliamenti significativi rispetto ai contenuti esistenti, accompagnata dalla comparsa di generi completamente nuovi e all’uso diffuso della scrittura in ambito religioso, che diviene riconoscibile un cambio di orientamento. In altre parole, anche se in alcuni casi i testi antichi avevano iniziato a recepire tali cambiamenti, e la forma in cui si sono ricevuti lo testimonia (si veda, per esempio, Dhammadinnā 2019), buona parte dei materiali del medio periodo ha trovato espressione in nuove sedi testuali che sono posteriori rispetto al corpus orale del buddhismo antico e si sono sviluppate successivamente alla chiusura di questo periodo.

Un tratto distintivo del medio periodo è quindi la transizione da una testualità prevalentemente orale a una ibrida orale–scritta e, in seguito, prevalentemente scritta, e il contemporaneo emergere di una modalità di pensiero e di espressione esegetica e sistematica. Di conseguenza, il ruolo fondamentale svolto dalla presenza mentale (Pāli: sati, sanscrito: smṛti) nella recitazione e nella memorizzazione quale mezzo principale per la trasmissione degli insegnamenti nel periodo precedente è in qualche modo soppiantato.

 

Codici monastici, narrativa, scolasticismo

L’emergere di identità monastiche distinte e chiaramente denominate, processo che caratterizza la storia istituzionale del medio periodo del buddhismo indiano, si può meglio comprendere se consideriamo questo fenomeno come il punto di approdo di un processo di regionalizzazione della recitazione orale e, quindi, delle tradizioni di ordinazione, risultante dall’incremento delle varianti durante la trasmissione orale del Vinaya (Anālayo, 2022), il corpus testuale della regola monastica. La successiva espansione e ristrutturazione dei Vinaya, ormai distinti, procede e supera il raggio di estensione del buddhismo antico e si svolge all’interno di quello del buddhismo del medio periodo.

L’interesse delle comunità buddhiste cominciò a gravitare attorno alla produzione e alla ricezione di materiali narrativi che, inizialmente elaborati entro i confini testuali dei discorsi e degli strati antichi del Vinaya, li superano con la formazione di raccolte scritturali a se stanti, note come jātaka e avadāna. Ciò venne facilitato dall’atteggiamento dei recitanti nei confronti del «materiale testuale» esistente «percepito come parte della cornice narrativa e quindi derivante dalle precedenti generazioni di recitanti, piuttosto che essere considerato parola del Buddha (o dei suoi principali discepoli)», di contro al «maggior grado di fedeltà nella trasmissione di porzioni testuali percepite come parte del testo originale» (Anālayo 2022, p. 124).

Lo stesso sviluppo influenzò l’evoluzione della scolasticismo, che portò alla formazione dei corpus canonici conosciuti come Abhidharma, elaborati secondo modalità specifiche delle comunità di insegnanti che li produssero. Mentre la produzione commentariale del medio periodo dipende puntualmente dai testi antichi, dei quali fornisce un’esegesi diretta, questi trattati a sé stanti costituiscono un’innovazione in termini di struttura e di approccio.

Cruciali sviluppi dottrinali, soteriologici e ideologici ruotavano attorno agli aspetti del raggiungimento del perfetto insuperabile risveglio (pāli: anuttarā-sammā-saṃbodhi; sanscrito: anuttarā-samyak-saṃbodhi) e del Nirvāṇa/Nibbāna, influenzando così la mappatura del sentiero, che divenne sempre più dettagliata e onnicomprensiva, con una evidente tendenza a spiegazioni descrittive dettagliate piuttosto che prescrittive, a interpretazioni letterali e allo scolasticismo.

 

Soteriologia

Tra gli orientamenti che gradualmente guadagnarono popolarità durante il medio periodo del buddhismo indiano vi furono la tendenza alla divinizzazione del Buddha e il coinvolgimento nel culto delle sue reliquie; l’emergere dei due costrutti gemelli della grande compassione (pāli e sanscrito: mahā-karuṇā) e dell’onniscienza (pāli: sabbaññutā; sanscrito: sarvajñatā) come quintessenza della buddhità; l’elaborazione di narrazioni del sentiero che codificano la meccanica della realizzazione spirituale attraverso le diverse esistenze, resa possibile in forza delle aspirazioni passate (pāli: paṇidhāna; sanscrito: praṇidhāna) e che alla fine riceve una predizione corrispondente (pāli: veyyā-karaṇa; sanscrito: vyākaraṇa); la descrizione di perfezioni spirituali da realizzare (pāli: pāramī; pāli e sanscrito: pāramitā); il sorgere di potenti ideologie del dono (pāli e sanscrito: dāna) e del merito (pāli: puñña; sanscrito: puṇya) e la comparsa di restrizioni soteriologiche basate sul genere. Il nuovo sentiero del bodhisattva che mira alla buddhità, oltre a quello che culmina nello stato di arahant che aveva caratterizzato l’iter del discepolo nel buddhismo antico, cominciò ad esercitare un notevole richiamo e a ottenere pubblico riconoscimento, più dell’altra via alternativa del pacceka-buddha/pratyekabuddha.

 

Localizzazione

Diffuso e allo stesso tempo localizzato, il medio periodo del buddhismo indiano presenta una coerenza nelle sue tendenze di fondo; ma, a differenza della omogeneità di base caratteristica del materiale antico, dove le divergenze sono principalmente il risultato di variazioni collezionate nel corso dell’esercizio orale, la produzione testuale si diversifica molto di più come effetto dei cambiamenti fondamentali che si erano verificati.

I nuovi contenuti e formati superavano la capacità dei preesistenti contenitori testuali della trasmissione orale. Assorbite o incluse come parte delle scritture ricevute, nella pratica queste nuove esposizioni vennero riconosciute come canoniche, in modo tale che i buddhisti del medio periodo non le ritenessero separate dall’eredità autorevole risalente al tempo del Buddha.

 

Riferimenti bibliografici

Anālayo, Bh. (2010). The genesis of the bodhisattva ideal. Hamburg University Press.

Anālayo, Bh. (2014). The dawn of Abhidharma. Hamburg University Press.

Anālayo, Bh. (2022). Early Buddhist oral tradition, textual formation and transmission. Wisdom Publications.

Anālayo, Bh. (2023). Studies in Āgama and Vinaya literature. Āgama Research Group and Aditya Prakashan.

Dhammadinnā, Bh. (2019). Co-textuality of Sūtra and early Abhidharma in the Abhidharmakośopāyikā-ṭīkā’s discourse quotations, Journal of Buddhist Studies, 16, 1–32.

Harrison, P. (2018). Early Mahāyāna: laying out the field, in P. Harrison (ed.), Setting out on the Great Way, essays on early Mahāyāna Buddhism (pp. 7–31). Equinox Publishing.

Schopen, G. (1995). Deaths, funerals, and the division of property in a monastic code, in D. Lopez, Buddhism in practice (pp. 473–502). Princeton University Press.

Schopen, G. (2000). The Mahāyāna and the middle period in Indian Buddhism, through a Chinese looking-glass, The Eastern Buddhist, new series, 32.2, 1–25.

 

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