Il 12 marzo 2025 la venerabile Bhikkhunī Dhammadinnā ha tenuto una lezione sulla posizione controversa delle monache theravāda a partire dalla restaurazione del bhikkhunī-saṅgha (comunità delle monache buddhiste) negli anni Novanta. La venerabile Dhammadinnā stessa ha ricevuto la piena ordinazione in Sri Lanka nel 2015 (come monaca novizia nel 2012) ed è una studiosa con affiliazioni ad ampio raggio. Dopo il dottorato all’Università di Napoli L’Orientale, è stata tra i fondatori dell’Āgama Research Group, presso il Dharma Drum Institute of Liberal Arts di Taiwan, ed è ora riconosciuta come ministro buddhista dal governo italiano. È stata visiting professor all’Università di Berkeley.
Profondamente interessata alla storia delle bhikkhunī (monache) nelle scritture del buddhismo antico, la venerabile Dhammadinnā rivolge qui la sua attenzione al loro status contemporaneo e al problema del «tradimento istituzionale» da parte del saṅghada cui vengono ora ordinate. La criticità al cuore del suo intervento consiste nel fatto che «l’istituzione stessa a cui ci si rivolge, nel caso monastico, come a un rifugio … che si suppone debba prendersi cura della tua formazione, della tua vita monastica e sopravvivenza, mette in realtà in discussione e a repentaglio la tua stessa esistenza».
Il bhikkhunī-saṅgha theravāda
Il bhikkhunī-saṅgha theravāda si è dissolto nel subcontinente indiano intorno all’XI secolo. Nel XX secolo si è assistito a una restaurazione di ordinazioni, ciascuna condotta sulla base di premesse giuridiche differenti e ciascuna controversa. Da un lato, per esempio, il bhikkhu-saṅgha theravāda (la comunità dei monaci buddhisti) non riconosceva le ordinazioni ecumeniche effettuate da monaci e monache appartenenti al lignaggio dharmaguptaka dell’Asia orientale, né quelle da parte di monaci e monache theravāda in collaborazione con i dharmaguptaka. Dall’altro, poteva scegliere di riconoscere una restaurazione di ordinazioni compiute da soli bhikkhu (monaci) all’interno del Theravāda, secondo il ramo del Rangiri Dambulla del Siam Nikāya srilankese. Questo in base a una prospettiva giuridica che accoglie pienamente l’ideologia dell’ortodossia theravāda, la quale non riconosce legalità ad atti del saṅgha compiuti al di fuori di una piattaforma puramente theravāda. Tuttavia, ciò avrebbe dato origine a una serie di critiche provenienti da altre direzioni, radicate nelle dinamiche settarie e nelle politiche monastiche del Theravāda srilankese.
Al fine di spiegare sia le rivendicazioni a favore di queste ordinazioni che le resistenze opposte a esse, la venerabile Dhammadinnā ha delineato tre criteri concorrenti: la loro legalità (in conformità ai principi della legge monastica theravāda), la loro validità (la corretta applicazione di questa legge nel prefigurare e porre in atto procedure giuridiche), nonché la loro legittimità (in relazione all’autorevolezza e ad altre dinamiche interne sia al Theravāda che al discorso contemporaneo,per quanto concerne valori quali l’uguaglianza di genere e i diritti umani).
Nell’illustrare come questi criteri debbano essere implicitamente ed esplicitamente presi in considerazione, e in quali modi essi possano confliggere, la venerabile ha rilevato come, nel contesto della restaurazione di ordinazioni compiute dal bhikkhu-saṅgha theravāda senza il coinvolgimento delle monache dharmaguptaka, sia stato il sesto garudhamma (regola pesante) a fornire tecnicamente un dispositivo giuridico che permettesse ai bhikkhu di ristabilire il bhikkhunī-saṅgha. Paradossalmente, cioè, un intervento da parte di monaci maschi rivolto all’ordine monastico femminile ha fatto ricorso a un «dispositivo giuridico – uno dei garudhamma – il quale intrinsecamente stipula asimmetria e un rapporto di subordinazione fra le due comunità». Il sesto garudhamma è profondamente integrato nella narrazione fondativa relativa all’istituzione dell’antico bhikkhunī-saṅgha, e si pone criticamente nei confronti della giurisdizione monastica theravāda riguardante il loro ordine. I critici contemporanei che non credono all’autenticità della storia fondativa dell’ordine delle bhikkhunī e mettono in dubbio la legittimità delle regole che lo hanno istituito, assumono, in ultima analisi, una posizione che mette a repentaglio il dispositivo stesso che ha permesso una delle restaurazioni di ordinazioni, nello specifico quella compiuta dal solo bhikkhu-saṅgha theravāda. Ironicamente, tali ordinazioni sono anche quelle finora considerate come le più fedeli al Theravāda in termini di legalità.
Al fine di spiegare sia le rivendicazioni
a favore di queste ordinazioni che le resistenze opposte a esse, la venerabile Dhammadinnā ha delineato tre criteri concorrenti: la loro legalità, la loro validità, nonché la loro legittimità
Tuttavia, la riflessione si è focalizzata in particolare sulla varietà di risposte provenienti dallo stesso bhikkhu-saṅgha theravāda. Un’importante base da cui partire per favorire e riconoscere la restaurazione è costituita, per i bhikkhu, dal fatto che l’applicazione di punti sottili del loro stesso Vinaya (codice monastico) possa dipendere, per chiarificazioni e riferimenti incrociati, da clausole contenute in testi che riguardano le monache, nel Bhikkhunī-vibhaṅga (Analisi delle regole delle monache). Regole che riguardano la partecipazione a eventi musicali, la corretta disposizione dei posti a sedere, il viaggiare con i mezzi, perfino il modo di smaltire i rifiuti all’interno del monastero, tutto questo è disponibile unicamente – o, semplicemente, è spiegato in modo più dettagliato – in testi che presuppongono l’esistenza delle bhikkhunī. In questo modo, osserva la venerabile Dhammadinnā, anche se il lignaggio delle bhikkhunī può non essere stato ininterrotto, «c’è stata da qualche parte un’esistenza testuale continuativadel bhikkhunī-saṅgha, nell’orizzonte di comunità viventi di bhikkhu». Forse la cosa più rilevante di tutte è che, secondo le regole canoniche, l’importantissimo rituale della recitazione bimensile della regola monastica non può avere inizio in modo appropriato se prima non viene rivolta alle bhikkhunī l’ovāda, ovvero l’esortazione.
Quindi, mentre alcuni bhikkhu accettano le premesse giuridiche della restaurazione – e si trovano a dover reimparare regole e tradizioni cadute in disuso – altri hanno assunto posizioni più scettiche, se non decisamente ostili. Secondo la presa di posizione più radicalmente oppositiva, le bhikkhunī semplicemente non esistono più, malgrado il movimento di restaurazione, e le monache theravāda dovrebbero essere trattate, da un punto di vista giuridico, alla stregua di donne laiche, o rinuncianti non ordinate, marginali. Nel mezzo, ci sono anche monaci che restano semplicemente «indecisi» e ambivalenti, quando si tratta di definire quale genere di regole applicare a queste potenziali compagne di cammino. A volte assegnano le bhikkhunī a categorie totalmente diverse, rapportandosi a esse come se fossero novizie, o monache mahāyāna, cioè dharmaguptaka. In tale modo viene riconosciuta loro una potenziale legittimità e validità come novizie o monache, ma non la legittimità theravāda di bhikkhunī con una piena ordinazione.
Sicuramente, c’è stato un forte contributo da parte di singoli monaci e comunità di bhikkhu, i quali hanno avuto un ruolo decisivo nella restaurazione con il loro incessante sostegno al bhikkhunī-saṅgha. Nonostante questo, fin dall’inizio della restaurazione, di fronte all’eventualità di obblighi rituali e comunitari nei confronti delle nuove bhikkhunī, le istituzioni dei bhikkhu-saṅgha nei paesi theravāda, così come oltreoceano, hanno scelto in larga parte il silenzio, se non una vera e propria negazione.
Si è state ordinate dal saṅgha, ma la propria esistenza viene in realtà negata dall’istituzione stessa a cui ci si rivolge in cerca di un rifugio spirituale, esistenziale
È a questo punto che la ven. Dhammadinnā ha citato i concetti di tradimento istituzionale e traumatizzazione, proposti da Carly Smith e Jennifer J. Freyd: seppure singoli monaci non intendano necessariamente recare danno od offesa a monache che si sono auto-proclamate tali, l’istituzione nel suo insieme è venuta meno al suo compito di fornire rifugio e insegnamento. Rifacendosi alle analisi di Freyd, la ven. Dhammadinnā ha illustrato come la teoria del trauma da tradimento individui un tratto comune in esperienze apparentemente dissimili, il fatto cioè che istituzioni potenti e ritenute affidabili (scuole, chiese, eserciti, governi) agiscano in modo tale da recare danno a chi dipende da esse per la propria sicurezza e per il proprio benessere. La ricerca empirica dimostra che gli abusi perpetrati entro tali sistemi relazionali chiusi sono più dannosi di quelli perpetrati da estranei, poiché la violazione della fiducia avviene all’interno di una relazione necessaria, che qui si esprime nell’affidarsi all’istituzione religiosa come rifugio e fonte di esistenza, da parte di una monaca che vi si rivolge per essere ordinata. Il trauma da tradimento è associato a tassi più elevati di tutta una serie di esiti, fra cui il disturbo da stress post-traumatico, rispetto ai traumi provocati da estranei. Tali esiti più gravi si spiegano con le strategie di coping che si rendono qui indispensabili per poter mantenere relazioni che sono necessarie, anche se vessatorie.
In questo modo, problemi giuridici riguardanti una collettività hanno conseguenze a livello personale, esistenziale. «In termini di dinamiche istituzionali, dal punto di vista delle donne che hanno ricevuto l’ordinazione», conclude la ven. Dhammadinnā, «ci si ritrova in questa condizione davvero incredibile, poiché si è state ordinate dal saṅgha, ma la propria esistenza viene in realtà negata dall’istituzione stessa a cui ci si rivolge in cerca di un rifugio spirituale, esistenziale».
Post scriptum
Il 16 giugno 2025 la Corte Suprema dello Sri Lanka ha emesso una sentenza che rappresenta una pietra miliare a sostegno dell’uguaglianza delle monache nella tradizione Theravāda. Pronunciandosi a favore della ven. Welimada Dhammadinna, la quale chiedeva di essere riconosciuta come monaca con uno status pari a quello di un bhikkhu, e non come sil matha (madre per precetto), la corte ha decretato che lo stato è costituzionalmente obbligato a riconoscere le monache con piena ordinazione come bhikkhunī, e che la ven. Welimada Dhammadinna ha diritto a una carta d’identità nazionale che certifichi tale status.
La corte ha rilevato che il Dipartimento dell’anagrafe, rifiutandosi in precedenza di concedere tale titolo, aveva violato i diritti di uguaglianza di genere garantiti dalla costituzione. La decisione della corte riconosce la legittimità del ramo buddhista del Rangiri Dambulla e ripristina il riconoscimento del bhikkhunī-saṅgha da parte dello stato.
In una corrispondenza con lo Ho Center, la ven. Dhammadinna ha chiarito che la sentenza sembra limitarsi a quelle bhikkhunī il cui status giuridico in quanto tale è già approvato dalla confraternita monastica del Dambulla, la quale ufficialmente accetta (e ha avviato) la restaurazione delle ordinazioni del bhikkhunī- saṅgha in Sri Lanka, ma ha comunque definito la notizia rivoluzionaria.
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