Le pratiche di visualizzazione nelle tradizioni meditative buddhiste utilizzano la percezione visiva per
migliorare il raccoglimento o la visione penetrante. Le diverse istruzioni rivelano l’interazione in
continua evoluzione tra teorie e pratiche meditative in differenti contesti di insegnamento e testuali.
Visioni in evoluzione
Nell’antico contesto orale del buddhismo, le similitudini visive e il linguaggio figurato stimolavano il
pubblico a focalizzarsi su specifiche immagini collegate alla situazione presente. L’impatto del
passaggio dalle forme orali a quelle scritte nel buddhismo del medio periodo e nel Mahāyāna accrebbe
l’importanza degli elementi visivi e trasformò completamente questo aspetto del percorso meditativo.
Quando si legge, gli occhi sono in parte impegnati con il testo stesso; mentre si ascolta, c’è un minore
impegno della vista, e ciò permette di reindirizzare più facilmente l’attenzione agli oggetti
fisicamente presenti o a un coinvolgimento a occhi chiusi nell’immaginazione visiva (Anālayo 2022,
p. 2155). Il mezzo scritto, quindi, popola naturalmente lo spazio testuale-mentale con dettagli visivi
più precisi. Questi cambiamenti vanno oltre la mutua fertilizzazione tra arte e testo e gli approcci
letteraristi ai contenuti visivi testualizzati visti all’inizio.
Nell’antico contesto orale del buddhismo,
le similitudini visive e il linguaggio figurato stimolavano il pubblico a focalizzarsi su specifiche immagini collegate alla situazione presente.
Buddhismo antico
La meditazione secondo il buddhismo antico generalmente non si dedica molto alla visualizzazione di
immagini, ma introduce esplicitamente una dimensione visiva in un esercizio classificato come
presenza al corpo. Le istruzioni in merito descrivono gli stadi di decomposizione di un cadavere
lasciato all’aperto — una visione familiare per l’antico auditorio indiano — da portare alla mente allo
scopo di interiorizzare la consapevolezza che anche il proprio corpo vivente è destinato a diventare un
cadavere e a disintegrarsi (Ñāṇamoli & Bodhi 1995, p. 148).
All’interno di una cornice che separa la
saggezza dalla tranquillità, questi trattati
mettono in rilievo lo scopo dell’esercizio di
favorire la tranquillità, scopo che già
si ritrova nei testi antichi.
Tecniche
Pare che la meditazione sul cadavere sia stata il punto di partenza per lo sviluppo delle pratiche di
visualizzazione; mentre la sua formulazione iniziale manca di un metodo specifico per la costruzione
di immagini mentali ed è priva di componenti simboliche o esoteriche, i manuali di meditazione
posteriori presentano sviluppi significativi in entrambi gli aspetti (Yamabe 2021, p. 370). All’interno
di una cornice che separa la saggezza dalla tranquillità, questi trattati mettono in rilievo lo scopo
dell’esercizio di favorire la tranquillità, scopo che già si ritrova nei testi antichi. Nell’ambito della
contemplazione del cadavere, l’espressione «afferrare un segno» (sanscrito: nimittam udgrah-; cinese: guanxiang 觀相) per il raccoglimento, che implica potenzialmente una forma visualizzata, è infatti già
attestata in un discorso antico (Anālayo & Bucknell 2022, p. 108; Matsuda 2021, p. 78).
I trattati spiegano in dettaglio come formare un’immagine nella mente, come quella di un cadavere
a un certo stadio di decomposizione (per esempio, Ñāṇamoli 2010, p. 151). Questo processo prevede
una rappresentazione mentale dell’oggetto meditativo, indicata come “il segno da afferrare”, che
conduce alla comparsa del “segno corrispondente”(pāli: uggahanimitta, pratibhāganimitta; sanscrito:
udgrahanimitta, pratibhāganimitta). Il segno corrispondente è la versione raffinata dell’oggetto
meditativo iniziale, che differisce da una “visualizzazione eidetica” rispecchiante la visione ordinaria
(Greene 2021, p. 69), come risulta evidente dalle sue descrizioni chiaramente visive perfino quando
l’oggetto iniziale non è visivo, come il respiro (Ñāṇamoli 2010, p. 277).
Un’altra innovazione riguarda l’uso deliberato di supporti visivi. La pratica secondo il buddhismo
antico può impiegare percezioni visive tratte da nozioni collegate a esperienze sensoriali all’interno
del proprio ambiente circostante, come le percezioni della terra, ecc., come oggetti per migliorare il
raccoglimento nella forma di una totalità (pāli: kasiṇa; sanscrito: kṛtsna) che è “non duale” (Bodhi
2012, p. 1370). I trattati posteriori raccomandano esplicitamente di osservare realmente la terra, ecc.,
fino a percepire la stessa immagine a occhi chiusi. I meditanti principianti possono utilizzare
strumenti fissi o portatili appositamente studiati per aiutare questo processo (Ñāṇamoli 2010, p. 117).
Mahāyāna
Nelle tradizioni Mahāyāna, le visualizzazioni meditative vengono riorientate verso lo stato di
buddhità. Le dimensioni visive che emergono dal ricordo del Buddha, sviluppandosi dalla
rievocazione consapevole delle sue qualità (pāli: buddhānussati; sanscrito: buddhānusmṛti) come un
metodo ispiratore per mantenere una legame con la sua presenza dopo il trapasso, diventano
strettamente intrecciate con il sentiero del bodhisattva (Harrison, 1990, p. 68).
Sūtra di visualizzazione/contemplazione (cinese: guanjing or kuanjing 觀經) emersero come un
nuovo genere dedicato a particolari Buddha e bodhisattva, e talvolta a terre pure o cieli a loro
associati; essi fondono la replica visuale accurata di fenomeni specifici nell’occhio della mente con
elementi auditivi e riflessivi ricorrenti, che includono la recitazione, la ripetizione, formule di
purificazione, ecc. In uno di questi sūtra di visualizzazione/contemplazione il Buddha spiega che
quando la mente del praticante immagina il Buddha, la mente stessa diventa quei 32 segni che
vengono considerati caratteristici dell’aspetto fisico del Buddha, generando il Buddha e divenendo
essa stessa il Buddha (Inagaki 2003, p. 73).
Vajrayāna
Lo Yoga della Divinità, riconosciuto dalla stessa tradizione buddhista indo-tibetana come segno
distintivo del Mahāyāna tantrico rispetto al Mahāyāna non tantrico, visualizza una divinità
elettiva/prescelta (o più divinità), molto spesso accanto a un diagramma o maṇḍala associato,
accompagnato da offerte rituali, recitazioni di mantra e preghiere. Il maṇḍala rappresenta la divinità
all’interno del reame di un Buddha specifico, insieme alle consorti, ai Buddha attendendenti e ai
bodhisattva. Il corpo del meditante diventa uno spazio unificato per tutti i Buddha (per esempio,
Wayman 1990, p. 83), amplificando un duplice processo di visualizzazione e di identificazione.
Negli insegnamenti relativi ai tre tantra inferiori (azione, prestazione o condotta, yoga) lo Yoga
della Divinità viene praticato con o senza segni o supporti. La pratica senza segni o supporti mantiene
le entità visualizzate ma enfatizza la natura vuota delle loro immagini e, dunque, degli aspetti delle
divinità.
Questo stato coincide con bodhicitta, la mente
del [supremo] risveglio stessa, in alcune
tradizioni intesa come l’armonia di saggezza
e compassione nella consapevolezza dell’immutabile, innata grande beatitudine.
Nei tantra dello Yoga Insuperabile, la visualizzazione comprende due stadi:
generazione/creazione e completamento (sanscrito: utpattikrama, niṣpannakrama; tibetano:
bskyed rim, rdzogs rim). Le pratiche dello stadio del completamento si possono classificare in due tipi
principali: contemplazione priva di immagini del vuoto ultimo della mente o procedure che utilizzano
il corpo sottile per evocare sensazioni di beatitudine e di calore. Questi fenomeni energetici sono considerati strumenti per accedere alla luminosità della mente, allineandosi con uno stato puro sempre
intrinsecamente presente. Questo stato coincide con bodhicitta, la mente del [supremo] risveglio
stessa, in alcune tradizioni intesa come l’armonia di saggezza e compassione nella consapevolezza
dell’immutabile, innata grande beatitudine (Jamgön Kongtrül 2008, p. 124 e p. 133). Questo secondo
tipo di pratica introduce un simbolismo sessuale come base per la contemplazione, segnando uno
spostamento verso la percezione di sensazioni tattili in contrasto con l’esclusivo ricorso sensoriale alla
visione (Germano 1994, p. 221).
Trasformare la percezione
Un altro sviluppo fondamentale che riguarda la traiettoria corporea-visiva consiste nel localizzare le
divinità maschili in parti specifiche del corpo in cui devono essere visualizzate (Gray 2007 p. 61).
Questa rappresentazione adotta la lista delle parti anatomiche del corrispondente esercizio della
presenza al corpo nel buddhismo antico, che viene illustrato con similitudini che impiegano immagini
visive ma non richiede necessariamente un’immaginazione visiva (Anālayo 2003 p. 146; Yamabe
2021, p. 365), un aspetto elaborato nei manuali più tardi (Ñāṇamoli 2010 p. 244). Mentre lo scopo
generale del suo antecedente è una verifica della realtà del fatto dell’incarnazione, favorendo una
percezione equilibrata che non la costruisce come esclusivamente attraente o esclusivamente
ripugnante (Anālayo 2018 p.52), la trasformazione tantrica fa diventare il proprio corpo un “simbolo
indicale” (Gray 2007, p.62) re-immaginandolo come la dimora pura delle divinità del maṇḍala. Le
divinità si fondono poi con il praticante raggiungendo la dissoluzione non duale concettualizzata come
la vera natura della realtà, che viene realizzata per il fatto di essere letteralmente incarnata.
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