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La battaglia di Lhasa

Tempo di lettura: 4 minuti

Un estratto di Amala, la biografia autorizzata di Jetsun Pema, Madre del Tibet, sorella del Dalai Lama di Piero Verni, uno dei libri di Ubiliber a Più Libri Più Liberi 2024.

La battaglia di Lhasa cominciò nella notte tra il 19 e il 20 marzo. Fu terribile, sanguinosa, e vi perirono circa diecimila tibetani. Le speranze del Dalai Lama, ovvero che la sua partenza avrebbe potuto smorzare la tensione, risultarono vane. Anche se i cinesi non ricevevano più sue notizie, volevano comunque chiudere la vicenda. Niente ormai poteva placare i militari cinesi. E del resto anche per i tibetani non era momento di compromessi. La tragica partita era iniziata. In un modo o nell’altro doveva concludersi. Il mattino del 20 marzo il complesso del Norbulingka era gravemente danneggiato. Durante la notte un bombardamento ne aveva martoriato templi e palazzi. Alle prime luci dell’alba si potevano vedere alte colonne di fumo alzarsi da quella che era stata una delle più belle costruzioni del Tibet. Nel pomeriggio, preceduto da un fitto fuoco d’artiglieria, cominciò l’attacco. Venivano colpiti il Potala, il Jokang, il Centro di Medicina (Chokpori), le abitazioni. Le barricate che erano state erette venivano spazzate da raffiche di mitraglia e da colpi di mortaio. La gente combatteva per le strade una lotta impari ed eroica. I pochi elementi della resistenza che erano in città lottavano come leoni contro un avversario immensamente superiore per numero ed equipaggiamento. Uomini e donne di Lhasa affrontavano un esercito moderno, armato di tutto punto, con coltelli, asce, bastoni. Nei giardini del Norbulingka le truppe cinesi rovistavano tra le macerie, in mezzo a montagne di cadaveri, alla ricerca di quello del Dalai Lama di cui ancora non sospettavano la fuga. A Lhasa, nel primo pomeriggio del 22 marzo, i carri armati di Pechino stavano mettendo a tacere anche gli ultimi gruppi di partigiani che si erano raccolti all’interno del Jokang. Dopo aver sfondato il pesante portone, i soldati fecero uscire i monaci e la gente che vi si trovava asserragliata. I giochi erano fatti. Un paio d’ore dopo la caduta del Jokang, per tutta la città risuonavano le parole di Ngapo Ngawang Jigme che invitavano a deporre le armi e a collaborare con l’esercito. Lunghe file di resistenti, con le braccia alzate e la disperazione dipinta sul volto, si avviavano verso prigioni e campi di concentramento. Le ombre di una lunga notte calavano sul Paese delle Nevi. Una notte che non è ancora terminata.

Intanto il Dalai Lama e quanti lo accompagnavano procedevano a tappe forzate verso il confine indiano. Un viaggio fatto in condizioni terribili. Tempeste di neve spazzavano gli alti valichi che uomini e animali dovevano superare. Il freddo in certi momenti faceva temere congelamenti degli arti. Inoltre il tempo incalzava, poiché circolavano voci che i cinesi stessero inseguendo il Dalai Lama per catturarlo prima che potesse entrare in India. Mangmang era l’ultimo villaggio tibetano prima della frontiera. Tenzin Gyatso vi arrivò stanco e ammalato. Nei giorni precedenti vi erano state piogge e nevicate che avevano messo a dura prova la resistenza fisica sua e degli altri componenti del gruppo. Lo stato d’animo con cui giunse in questa località non è difficile da immaginare. Per fortuna lo attendeva una buona notizia. Il governo indiano, che era stato preavvisato da alcuni funzionari tibetani mandati in avanscoperta, aveva accolto la richiesta di asilo politico e si preparava ad accoglierlo. L’ultima notte fu una delle più tremende. Dovettero dormire in tende male in arnese e sotto un diluvio torrenziale. Erano stremati, affamati e con il morale a terra. Nonostante fosse febbricitante, il Dalai Lama decise lo stesso di proseguire per arrivare al più presto in territorio indiano. Ora che la notizia della sua fuga era nota, si temeva un ultimo disperato tentativo per bloccarlo prima del confine. Troppo provato per cavalcare, fu issato su uno dzo3 e in groppa a quell’animale percorse gli ultimi chilometri. Disse addio a quanti lo avevano protetto nella fuga e si apprestavano a tornare indietro per continuare la loro battaglia. Finalmente arrivò in vista del confine. Al termine di una pianura c’era un arco di bambù, eretto come segno di benvenuto, vicino al quale si trovavano sei militari di origine gurkha (un’etnia nepalese) dell’esercito indiano. Più oltre le colline dell’Assam. Era il primo pomeriggio del 31 marzo 1959.
Un giorno la Madre Superiora mi chiamò, insieme ai miei nipoti. Ci disse che Sua Santità era fuggito da Lhasa e dopo un lungo viaggio di settimane era arrivato sano e salvo nell’India nord orientale… il governo indiano gli aveva dato asilo politico! La mia felicità fu immensa, impossibile da descrivere a parole. Inoltre ci mise al corrente che Sua Santità era molto stanco, si sarebbe riposato qualche giorno e poi trasferito in treno a Mussoorie, una località di montagna. Nel suo viaggio verso Mussoorie si fermò a Siliguri e lì lo potei incontrare insieme a mia madre, mia sorella, il mio fratellino… erano tutti dimagriti moltissimo e portavano i segni della durezza del viaggio che si era appena concluso. Per fortuna, positivamente. Ciononostante, eravamo tutti felici di esserci ritrovati. Sua Santità era salvo e incolume in un paese libero che lo aveva accolto con tutti gli onori.

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