Il termine “materialismo” compare nella filosofia del XVII secolo e da subito gode di una pessima reputazione. Il filosofo platonico Ralph Cudworth, nel suo altisonante Trattato sulla Moralità Eterna e Immutabile, sferzava di chi osa ridurre tutta la realtà alla «stupida e insensata materia». Le obiezioni di Cudworth alla filosofia materialista, ripetute poi per secoli, erano due: spiega la vita con la materia “morta” e elimina le parti “superiori” dell’attività spirituale, come il giudizio estetico e morale – perciò il materialista è anche intrinsecamente vizioso. La diffusione della scienza meccanicista impegnò le menti più raffinate nello sforzo di definire il posto della mente umana dentro l’infinito universo-macchina che da Galileo a Newton era sempre meglio descritto in equazioni matematiche. Per molti difensori dell’immortalità dell’anima la soluzione stava nel demarcare due campi: da una parte la materia con la sua potenza oscura, cieca e senza mente; dall’altra lo spirito, la luce.
Nel Settecento, alcuni sostenitori della malfamata dottrina, tra cui diversi esponenti dell’Illuminismo francese, reagirono alle infamie con nuovi argomenti. Diderot sostenne che la materia è viva, sensibile, ben diversa da quella degli automi, macchine che già all’epoca si cominciavano a progettare e costruire per imitare le azioni umane. Questo “materialismo vitale” guardava, piuttosto che alla scienza meccanicista, alle nuove indagini della biologia. Lo sviluppo dell’uovo, per Diderot, confutava tutte le scuole di teologia con le loro idee sull’incarnazione dell’anima. Si guardava nel microscopio e si osservavano organismi capaci di moltiplicarsi, di rigenerarsi. Il cervello stesso era fatto di cellule molteplici, e si faticava a trovarci l’io. Diderot paragonò il cervello a un libro che legge sé stesso. Infine la sessualità, a lungo ignorata e condannata con il marchio del peccato, svelava energie e ambiguità radicate in tutto il vivente, perciò innocenti e più vere dei pregiudizi religiosi.
La dicotomia moderna tra materia vivente e tecnologia delle macchine, più di recente, è diventata anch’essa controversa. Jane Bennett, in Materia vibrante (Timeo 2023) ha esteso il “materialismo vitale” a tutta la materia, anche quella inorganica. Per Bennett, bisogna abbandonare la stessa parola “materia”, e pure le distinzioni tra natura e cultura, vivente e non vivente, mente e corpo, che ad essa sono state associate. Noi siamo parte di un ambiente pieno di attività e relazioni tra cose, e imparare a chiamare queste cose con altri termini è un compito che oggi è suggerito da diverse prospettive filosofiche, scientifiche e politiche. Un ottimo libro per orientarsi in questa discussione contemporanea è Menti parallele di Laura Tripaldi (effequ 2025). Il sottotitolo, Scoprire l’intelligenza dei materiali, definisce la prospettiva di Tripaldi, che traccia un originale percorso attraverso la scienza dei materiali, la chimica, le nanotecnologie, per mostrare di volta in volta come oggi il significato e le applicazioni della parola “mente” si ramifichino. Ci sono più cose nella materia – sembra dire Tripaldi – di quante ne abbia sognate la filosofia.
Parlare di intelligenza dei materiali implica già un primo snodo: si tratta di riconoscere «la radice comune di tutte le intelligenze nella vitalità intrinseca della materia che le compone». Siamo abituati ad associare l’intelligenza alla nostra mente cosciente, ma intelligenza – sostiene Tripaldi – significa agire rispondendo agli stimoli dell’ambiente, e questa capacità si trova non soltanto negli umani capaci di riflettere e rispondere delle proprie azioni, ma anche negli altri organismi e nei materiali. Per chiarire questo punto, Tripaldi usa l’immagine del tessuto, che accomuna la struttura chimica dei corpi e la tecnologia umana. Per esempio, consideriamo la struttura delle proteine, tessiture di amminoacidi continuamente prodotte nei nostri corpi:
«Le interazioni individuali di ogni amminoacido sono relativamente semplici, ma, quando se ne uniscono decine o centinaia, le interazioni diventano incredibilmente complesse e danno origine a strutture funzionali specifiche, un po’ come avviene intrecciando i fili di un tessuto. Questo approccio modulare, fatto di tanti piccoli elementi semplici che interagiscono tra loro a formare oggetti complessi, è incredibilmente efficiente e versatile, ed è condiviso dall’arte della tessitura e dalla chimica degli organismi viventi».
La produzione di proprietà complesse partendo da elementi microscopici è un caso di quello che tecnicamente si chiama emergentismo: le proprietà emergono dalle parti, senza ridursi a esse. Ecco che la materia, che può apparire “stupida e insensata” nella singola particella atomica, può diventare complessivamente un tessuto intelligente, senziente. Del resto, il nostro cervello è fatto di cellule, i neuroni, e ancora oggi gli scienziati si domandano come dalla attività di queste cellule – a ciascuna delle quali, di solito, non attribuiamo stati mentali – emerga la coscienza. È questo un caso di una più grande varietà di attività della materia, che ovunque intorno a noi produce adattamenti, metamorfosi, azioni, senza che a queste si accompagni la coscienza nella forma in cui la conosciamo.
Riflettendo sull’emergere della mente, Tripaldi tocca un altro motivo cruciale della filosofia contemporanea: la mente cosciente unitaria è solo un tipo di mente, realizzato nelle menti umane (peraltro in modo molto parziale, e precario: nella nostra mente c’è molto più di quanto emerga alla coscienza!) Tripaldi ci presenta la melma policefala, una gelatina proteica composta di cellule fuse in un’unica membrana, che si orienta nello spazio e si procura il cibo. Le nostre classificazioni faticano a collocarla tra gli esseri viventi. Con lo stesso esercizio mentale, possiamo aggirarci tra meraviglie mostruose di un mondo vivente privo di cervelli e centri di comando, dalle piante ai materiali sintetici prodotti con le nanotecnologie. Così appare l’intelligenza distribuita sulla Terra, una varietà di composti e tessuti; tali che, a comprenderne sempre meglio la struttura, la tecnologia può riprodurli e modificarli, realizzando in modo creativo una continuità tra naturale e artificiale.
Il fatto che in organismi e tessuti sia l’intero corpo a condurre un comportamento intelligente, non solo una sua parte, si collega ancora a un altro tema centrale della filosofia della mente contemporanea: la mente estesa. Questo concetto è stato coniato per sostenere che la mente umana – con i suoi processi di memoria, riflessione, decisione, e così via – non è un processo che avviene soltanto dentro la scatola cranica, ma al contrario è inseparabile da organi e strumenti con cui si realizza l’interazione tra il nostro corpo e l’ambiente – come la mano, una pietra, un tessuto, uno smartphone. Lo stesso vale per il ragno e la ragnatela, un caso da cui si vede che il prolungamento della mente animale può essere biologicamente prodotto dal corpo animale, invece che aggiunto dall’esterno. In questa prospettiva, Tripaldi mostra che il tessuto di un organismo – anche la melma policefala – elabora informazioni e pertanto suggerisce «la possibilità di utilizzare materiali alternativi per la computazione» – inclusi materiali non viventi. La teoria della mente estesa culmina così in una continuità tra le reti neurali nel cervello e i computer.
Con questo snodo finale, in una aggiunta alla nuova edizione, Tripaldi affronta il tema dell’intelligenza artificiale. Alla luce della sua ricerca, sottolinea un limite nel modo in cui oggi, alla luce delle capacità dei modelli linguistici come Chat-GPT, l’intelligenza è spesso definita come una serie di funzioni e capacità che possono essere realizzate su diversi supporti – biologici o artificiali – ma si definiscono astraendo da questi supporti. In questo modo di descrivere le cose Tripaldi individua lati positivi e negativi:
«Il paradigma cibernetico ci ha liberato dall’idea che la natura sia necessariamente contrapposta alla tecnologia, permettendoci di immaginare e costruire macchine autonome e intelligenti. Ma questo superamento è avvenuto al costo di una grave dimenticanza: la materialità è passata in secondo piano, ridotta a un supporto passivo di funzioni universali disincarnate».
In altre parole, la lezione della scienza dei materiali sta nel riconoscere che l’intelligenza è un processo materiale che può essere realizzato in tante forme diverse, ma proprio per questo dipende dalla struttura che lo realizza. Perciò, è vero che c’è una continuità tra organismi e altri materiali, ma la mente non può essere definita come un software, che in un certo immaginario tecnologico contemporaneo diventa un sostituto dell’anima – qualcosa che potrebbe essere caricato e scaricato su altri supporti alla morte del corpo fisico.
Al termine di questo viaggio – illuminante e illuministico – Tripaldi riconosce una continuità tra le meraviglie esplorate dalla chimica e quelle che indagavano alchimisti e maghi del Rinascimento. Nell’immaginario moderno, mostri come Frankenstein e Terminator hanno dato figura poetica all’idea di organismi artificiali capaci di agire in modo intelligente e perfino autoassemblarsi. Ma prima di queste finzioni narrative, parallele allo sviluppo della scienza, c’è stata una rottura: quella tra gli scienziati meccanicisti e i maghi rinascimentali. Cartesio, nel manoscritto pubblicato in seguito col titolo “L’uomo”, immaginava una macchina capace di riprodurre tutte le funzioni degli esseri umani, comprese la nutrizione e la riproduzione, a cui però sarebbe sempre mancato un elemento irriducibile alla materia: il pensiero. La materia con cui ha lavorato la scienza moderna era privata di quelle capacità di sentire e pensare che invece filosofi e maghi come Francis Bacon (Bacone) e Giordano Bruno le riconoscevano. La scienza dei materiali, oggi, riporta indietro a quello snodo, a quella concezione della materia pensante che oggi non è più magica: a riconoscere che le proprietà mentali emergono dai sistemi fisici complessi, sistemi che possiamo manipolare e in parte produrre o riprodurre. Con questi sistemi intelligenti ci confrontiamo, in un universo di forme differenti che continuiamo, con forti approssimazioni, a descrivere con un linguaggio modellato su noi stessi, usando parole come sensazione, mente, intelligenza.
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