«Se non fosse per quella gente con il calesse, laggiù, saremmo forse le uniche creature viventi sull’intero pianeta» disse Edith, scartando allegramente tutto quanto il regno animale.
Così Joan Lindsay, in Picnic a Hanging Rock (1967), faceva parlare una delle ragazze in gita che salgono sulla roccia impervia e contemplano dall’alto la pianura australiana. Venute ai piedi di Hanging Rock per prendere tè e merende all’ombra, avvolte in vesti scomode e calde, per la prima volta nel racconto guardano da lontano lo scenario della loro vita quotidiana, e vedono il deserto. Ma il brusco salto di prospettiva effettuato da Lindsay è doppio: prendendo le distanze anche dalle studentesse del collegio, l’autrice ci mostra la vita che il loro sguardo manca.
«I pendii soleggiati e la boscaglia in ombra, per Edith così quieti e silenziosi, in realtà brulicavano di fruscii e cinguettii non uditi, di zuffe e graffi, del tocco leggero di ali invisibili. Foglie, fiori ed erbe scintillavano e tremolavano sotto la volta luminosa; ombre di nuvole suscitavano un pulviscolo d’oro danzante sopra lo stagno, dove i ditischi sfrecciavano veloci. Sui pietroni e nell’erba le diligenti formiche attraversavano minuscoli deserti di arida sabbia, giungle di graminacee, nell’interminabile fatica di raccogliere e accantonare provviste. Qui, sparsa tra le sagome umane grandi come montagne, era scesa la manna: briciole, semi di cumino, un pezzettino di zenzero candito, un bottino strano, esotico, ma evidentemente commestibile. Un battaglione di formiche rosse, quasi piegate in due dallo sforzo, stava trascinando con gran pena un pezzo di glassa della torta verso qualche dispensa sotterranea situata, pericolosamente, a pochi centimetri dalla testa bionda, appoggiata su un sasso, di Blanche. Le lucertole si crogiolavano sulle pietre più calde, un coleottero con la sua pesante corazza era rotolato tra le foglie secche e stava scalciando invano sdraiato a pancia in su; i vermi grassi e bianchicci e gli onischi piatti e grigi preferivano l’umida sicurezza degli strati di corteccia marcescente. I rettili torpidi se ne stavano acciambellati nelle loro tane segrete, e attendevano l’ora del crepuscolo per uscire strisciando dai tronchi cavi e andare a bere al fiumicello, mentre nelle profondità recondite della boscaglia gli uccelli aspettavano che il calore del giorno diminuisse.»

Popolazioni di animali sono presenti ma invisibili, partecipano al picnic, attendono di uscire. Tra loro, serpenti. La conclusione di Lindsay è che le figure umane sbiadiscono come vecchie foto, un presagio funebre di quel che seguirà:
«Isolate dal naturale contatto con la terra, l’aria e la luce del sole per via dei corsetti prementi sul plesso solare, delle sottane voluminose, delle calze di cotone e degli stivaletti di capretto, le ragazze sazie e assonnate che poltrivano all’ombra non facevano parte dell’ambiente più di quanto ne facciano parte le figure di un album di fotografie messe in posa a capriccio su un fondale con rocce di sughero e alberi di cartone».
La vicenda narrata nel romanzo è innescata dalla salita delle ragazze, guidate dalla misteriosa e bellissima Miranda. Salgono sulla roccia e s’inoltrano, contro le regole, forse reagendo a quel rito del picnic che pretende di proiettare le rigide norme e le comodità del collegio sul torrido territorio australiano. Non si sa cosa le attragga. Non fanno ritorno, solo Edith scappa ma non ricorda nulla. Iniziano le ricerche. Nel collegio, il tempo pare fermarsi.
Quel racconto memorabile – come il magnifico film di Peter Weir del 1975 – si conclude con la rovina del collegio e della sua perfida governante. Ma di cosa narra davvero? Quello che ha attratto e apparentemente inghiottito le ragazze è un luogo, il senso e il modo della sparizione sono ignoti. Si vocifera di violenze sessuali, ma nulla viene trovato. Lindsay non spiega di più (almeno nella versione pubblicata del romanzo: un capitolo finale inizialmente previsto, con una sorta di uscita metafisica, è stato giudiziosamente omesso). Così facendo, per omissione, cattura qualcosa di essenziale di questo territorio duro e silenzioso, e di chi lo ha popolato per millenni.
A queste cose penso mentre una sera, durante un viaggio di ricerca sulle pitture rupestri aborigene, mi capita d’incamminarmi con un amico fotografo su una roccia come quella del romanzo, nel bush australiano, e perdermi nell’intreccio impervio di spinifex pungenti e roccia in frantumi. Siamo costretti a dormire sulla pietra, senza cibo, proprio come capitò a quelle ragazze e ragazzi del romanzo. Il tutto per scattare una foto notturna alla Via Lattea. Di notte sogno di essere imprigionato in una scuola, dove è avvenuto un crimine. Alla fine, troveremo l’uscita.

Le coincidenze di luoghi, testi e sogni, mi offrono una chiave di lettura di un racconto che sfuma i confini tra romanzo, mito e storia. Ciò che manca del tutto nel romanzo di Lindsay sono gli aborigeni. Tutti i personaggi sono bianchi. Ma gli animali che emergono dalla roccia, l’autrice lo sapeva bene, sono stati iscritti per millenni in pitture dalle popolazioni che i coloni decimarono e deportarono. Sono antenati ancestrali del Tempo del Sogno. Da loro dipende la conformazione del territorio, la vita tutta. Tra loro c’è un serpente che porta morte e rigenerazione. Gli umani sono arrivati dopo, e ancora li riveriscono. Credono che alcune pitture siano gli stessi antenati che hanno deciso di fermarsi e riposare nella roccia. Quei luoghi, detti Dreaming, sono proibiti: accedervi porta alla morte.
Di queste cose mi racconta Shaun Namarnyilk, un giovane aborigeno, sulla roccia di Injalak nella West Arnhem Land. In questa terra giro per due settimane scovando ripari e macigni dipinti, collegandoli ai miti delle origini e ai percorsi sul territorio australiano che questi tracciano. Tra questi miti c’è quello delle Sette Sorelle. Sono inseguite dallo stregone Wati Nyiru, e la loro fuga traccia una via che attraversa tutta l’Australia. Il racconto è pieno di allusioni al desiderio sessuale negato (le sorelle incontrano e scacciano un serpente che è il pene dello stregone). Il loro arrivo coincide con l’arrivo della pioggia, che riporta vita nella terra arida.
Il mito ricorda quello delle Pleiadi, inseguite da Orione e diventate stelle, e si trova in tante tradizioni. Roberto Calasso nel Cacciatore celeste lo collegò con una antichissima riflessione sulla caccia che definì la coscienza umana, ma non notò il nesso con la mitologia aborigena. Forse il racconto di Lindsay, dove un giovane innamorato segue e cerca le ragazze perdute sulla collina di Hanging Rock, è una ennesima variazione di quel mito, tramandato dal popolo che il suo racconto omette. Una storia di desiderio, violenza e trasformazione, che emerge come un sogno nella coscienza di una scrittrice di origine europea che si fa incantare dalla roccia australiana. A riguardare le Pleiadi da una di quelle rocce, questa globale tessitura mitica mi sembra sigillata dal frammento di Saffo:
È tramontata la luna
insieme alle Pleiadi
la notte è al suo mezzo
il tempo passa
io dormo sola.

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