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Foto di Paolo Pecere
Foto di Paolo Pecere

Vodu

Tempo di lettura: 6 minuti

Il 30 settembre 1975, un regista italiano riceve una lettera da René Aho Glélé, nipote dell’ultimo re del Dahomey. Invitando il regista, che aveva comunicato l’intenzione di girare un documentario sulla magia locale, Aho Glélé scrive:

«Riteniamo in tutta sincerità che sia arrivato il momento, per voi come per noi, di far comprendere al mondo civilizzato i modi che utilizza la natura per tenere l’umanità in equilibrio. Aspettiamo dunque di accogliervi il prima possibile per presentarvi le possibilità del mondo invisibile e per iniziarvi alla magia dell’Africa».

 Comincia così l’avventura di un gruppo di Italiani, mossa dall’entusiastico progetto di fare un film sul vudu, una cultura che nel cinema dei paesi coloniali era offuscata da pregiudizi e mistificazioni su zombie e sortilegi fatti pungendo bambole. Proprio in quell’anno, il nome di quell’antico regno dell’Africa occidentale, ottenuta l’indipendenza, veniva cambiato in quello attuale: Repubblica del Benin. Il desiderio di risalire all’arcaico si calava in una realtà protesa verso il futuro.

Quel viaggio straordinario – da cui poi risultò il documentario Magia d’Africa – è raccontato oggi da Maria Pace Ottieri, che vi partecipò giovanissima, in La prima volta che siamo stati bianchi (Sellerio 2026). Il filtro del tempo ha conferito spessore alle impressioni di quel viaggio, ai ricordi di un’esperienza disorientata e disorientante in un Paese che stava (e sta ancora) cambiando rapidamente. In primo piano, c’è il racconto di come le illusioni occidentali su quel luogo, dove «il sole schizzava lampi d’oro, come se la sua palla fosse esplosa», gradualmente si sciolgono.

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Inizialmente il regista era ispirato dalla passione per il paranormale, che proiettava sull’immagine del mondo africano come altrove magico. Ottieri, con un linguaggio al tempo stesso poetico e riflessivo, mostra come quelle idee di partenza s’infrangono sull’enigma di una terra in cui la decolonizzazione di stampo socialista respinge l’esotismo, e al tempo stesso la magia esiste ancora, ma risulta sfuggente. Com’era possibile, del resto, che l’invisibile – come aveva promesso Aho Glélé, discendente di un dio – potesse presentarsi agli occhi dei Bianchi?

Chi si metteva sulle tracce del vodu beninese, all’epoca (e in parte ancora oggi) trovava altari dei “feticci” – ammassi di ossa e lance cosparse di una glassa nera, collosa e coperta di piume, formatasi con le aspersioni di sangue e vino di palma – e danze rituali protratte per ore, per energie impensabili, fino allo sfinimento e alla possessione; al tempo stesso, lo sguardo del turismo cominciava a pietrificare quel mondo, insinuandosi nelle sue fibre più intime in nuove forme meno apertamente aggressive. Così, Ottieri incontra un mondo magico ancora in parte integro, ma già intessuto di interazioni secolari con gli Europei, che racconta con schiettezza, mettendo a nudo la dimensione erotica ed economica di quel viaggio con uno sguardo spregiudicato che ricorda un luminoso precedente, l’Africa fantasma di Michel Leiris, scrittore che a sua volta entrò giovanissimo in una spedizione, nel suo caso etnografica. Ma a differenza di Leiris, che viaggiò negli anni Trenta, Ottieri incontra una realtà già postcoloniale in cui l’esigenza di modernizzazione accelera nuove trasformazioni. Diventa evidente che la ricerca di tradizioni esotiche è per sua natura viziata da una distorsione, e da una patina d’incanto tutto occidentale per le radici perdute, poiché le tradizioni religiose cambiano rapidamente, soprattutto dopo l’esperienza coloniale e il tentativo di evangelizzare.

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Il progetto del film di fatto rallenta, s’impantana tra burocrazia e indecifrabili ostacoli sociali, mentre prende il sopravvento il richiamo di un’altra vita:

«Da giustificato pretesto per trovarsi lì, la pellicola stava diventando per Ulisse un ostacolo al desiderio più istintivo di lasciarsi andare al pensiero e ai modi di essere di quel luogo a cui si sentiva sempre più affine. Perché inseguire un risultato invece di abbandonarsi a vivere come gli sembrava facessero i locali?».

Al tempo stesso, rivivendo l’esperienza dell’antropologia del Novecento, Ottieri si rende conto che le domande e i bisogni dei visitatori, affascinati dal mondo primitivo che possiede valori perduti, si riflettono su di loro. Gli abitanti del posto, dopo aver conosciuto missionari, antropologi e funzionari coloniali, si domandano: «– Ma questi che bianchi sono?».

Quei bianchi non erano assimilabili a nessuna delle categorie che Aho aveva incrociato nel corso della sua lunga vita, e nel suo ruolo di informatore, storico della famiglia reale e grande capo religioso, poteva dire di averne conosciuti tanti. Si vestivano male, come gente che va nei campi, non uno straccio di divisa, di uniforme, di tessuti preziosi, di seta o velluto, nemmeno quel buffo cravattino che portava Herskovits, l’antropologo americano. Qualche volta li sorprendeva addirittura a torso nudo, stinti, pelosi, senza muscoli, ma anche con addosso una delle loro magliette, come si poteva capire chi erano e se avevano un rango?

Il gioco di sguardi, tra i due gruppi, è prima di tutto sensuale ed estetico. I beninesi vestono con cura, indossano abiti vistosi e sgargianti che sono l’anticamera delle loro possessioni, la «commedia rituale» – come la chiamò Alfred Métraux parlando del voodoo di Haiti – in cui diventano altri; gli italiani, d’altra parte, sono attratti e ammirano «la grazia e la bellezza di uomini, donne e bambini».

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E il vodun? È ovunque, a saperlo vedere. Il racconto si sofferma su episodi che ne rendono la tipica sacralità, in cui il meraviglioso si mescola al cruento e al comico: gare di magia, sacrifici di polli, danze violente e liberatorie sotto gli alberi di ficus. Il sangue non manca mai, poiché il vodun ha sempre a che fare con la consanguineità e col sacrificio per i morti.

La scrittura di Ottieri riesce a trasmettere la dimensione concreta del vodun, fatta di odori acri, caldo schiacciante, energie inesauribili che lacerano l’Io. Quei riti sfidano l’individuo mostrando l’intrinseca molteplicità della psiche: già Leiris annotava, a proposito dei riti di possessione: «abbiamo la testa popolata di genietti che verosimilmente comandano ogni nostro atto […] senza che nessuno di noi ne sia minimamente responsabile». Concezione scandalosa per chi è cresciuto in Europa, nella cultura dell’io e della responsabilità.

Ma le culture non sono più isolate. Ottieri racconta anche di un paese che con la sua memoria storica parla di tutto il mondo. Dal Dahomey partivano le navi degli schiavi, che portarono i culti vodun dei popoli Fon e Yoruba nelle Americhe. Poco dopo il viaggio del 1975, Bruce Chatwin raccontò quella storia nel romanzo Viceré di Ouidah (1980), da cui poi Werner Herzog trasse il film Cobra verde (1987). Di recente, nel film Dahomey (2024) di Mati Diop, le statue rubate dagli etnografi francesi tornano in Benin e prendono la parola, mentre studenti e studentesse dibattono sul significato delle tradizioni locali. Il susseguirsi delle narrazioni moltiplica i punti di vista.

Che ne è dunque del vodun? Da lungo tempo, i governi beninesi hanno smesso di contrastare il vodun, e oggi è d’obbligo la precisazione, in contrasto con i pregiudizi del passato, che si tratta di magia buona. Intanto il vodun si evolve in nuove forme sincretiche in cui c’è spazio per Gesù e Maometto e Mami Wata, adatte a un paese multireligioso, in cui le Chiese evangeliche fanno proseliti. Tra queste forme c’è il tron, di cui racconta l’antropologa Alessandra Brivio nel prezioso volume Il vodu in Africa (Viella 2012).

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Ottieri torna in Benin nel 1992, quando questi cambiamenti sono già in corso. L’anno successivo, è istituito il Festival Internazionale del Vodú di Ouidah, promosso dal governo di Nicéphore Soglo, che prosegue la politica di recupero e modernizzazione della tradizione locale sotto l’egida dell’UNESCO. Come succede in tutto il mondo, quando il rito diventa festival si trasforma a beneficio di chi arriva da fuori e non rimane, e i luoghi turistici diventano vetrine. Nel 2018, assisto alle danze del festival, che hanno luogo su una spianata di fronte al palco delle autorità, visibili da schiere di turisti col teleobiettivo. Ma quando m’inoltro nel mercato di Dantokpa di Cotonou, o nei paesi dell’entroterra, dove era stata Ottieri, incontro ancora statue e altari macchiati di sangue, cerimonie con sacerdoti e danze, e persone che confidano strane dottrine. Ne scrivo in un libro pubblicato nel 2021, in un capitolo intitolato “il dio nascosto”. Cosa vi si troverebbe oggi, tornandoci? Ogni ricerca segue le tracce della precedente su un terreno mobile. Se ci liberiamo dal mito di tradizioni invariabili, può capitare ancora d’intuire l’invisibile, che si nasconde in sempre nuovi abiti, sotto la rete del linguaggio, in segni equivoci, nel corpo ardente.

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  • Storico della filosofia (Università di Roma Tre), saggista e romanziere, nel 2023 Paolo Pecere è stato selezionato da «L'Espresso» tra i 10 professori emergenti di area umanistica. Tra i suoi saggi «La filosofia della natura in Kant» (2009) e «Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario» (2015), il manuale per i licei «Filosofia. La ricerca della conoscenza» (2018, con R. Chiaradonna) e «Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni» (2021). Ha pubblicato due romanzi, «La vita lontana» (2018) e «Risorgere» (2019). Il suo ultimo libro è "Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra" (Sellerio 2024).

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