Leggere è seguire tracce, che portano altrove. Chi viaggia può spostarsi su mappe e testi, può visitare luoghi, pensieri, sensazioni. Inoltrandosi nell’ignoto, può cambiare. In questo diario si raccontano alcuni di questi viaggi.
Le menti animali sono tornate da diversi anni al centro dell’indagine filosofica e scientifica. In Altre menti (2016), Peter Godfrey-Smith esaminava il caso della mente dei polpi, in base alle sue osservazioni di subacqueo e ai suoi studi di filosofo della scienza. L’intelligenza dei polpi risultava sorprendente e al tempo stesso diversissima da quella umana, fondata più sull’esplorazione tattile che sul ragionamento astratto e la visione. In generale, la mente di questi animali appariva priva dell’unificazione cosciente che caratterizza normalmente gli umani, e il loro sistema nervoso distribuito nel corpo proteiforme suggeriva perfino che quella mente potesse di volta in volta essere una e molteplice, a seconda delle attività dell’animale. Questo confronto con una mente «aliena», d’altra parte, gettava luce sulla stessa mente umana, suggerendo che qualcosa di quella intima disunità appartiene anche a noi.

Nel suo libro successivo, Metazoa (2020), Godfrey-Smith ha allargato lo sguardo all’intera storia evolutiva. Per contrastare l’errore più volte commesso nella storia della filosofia e della scienza, secondo cui se gli animali non hanno una mente cosciente come la nostra, allora non hanno affatto una coscienza, Godfrey-Smith si interrogava sulla specificità delle diverse forme di mente che di volta in volta dobbiamo associare alle vite degli altri organismi. Per definire la mente in questa prospettiva biologica, l’azione e la percezione risultavano inseparabili: la mente si è evoluta per controllare le azioni; ogni azione si accompagna a nuove percezioni e pensieri, ma «la componente fondamentale del modo di vivere animale è l’azione».
Con Vivere sulla Terra (2024; tr. it. Adelphi 2025), Godfrey-Smith conclude una trilogia, approfondendo stavolta la vita piuttosto che la coscienza. La storia della vita sulla Terra, ricorda all’inizio del libro, è storia di innovazione dei modi di vivere, che non procede solo da un processo passivo di adattamento. Per Godfrey-Smith, si tratta di considerare gli «organismi come cause, piuttosto che come prodotti evolutivi». La componente attiva dell’evoluzione è un tema dibattuto fin dai tempi di Darwin. Alla fine dell’Ottocento, quando l’evoluzionista Herbert Spencer sostenne che gli organismi «sono primariamente formati dagli ambienti esterni e dai loro antenati», il filosofo-naturalista William James rispose che gli animali non sono come «un’argilla assolutamente passiva, su cui “piove” l’esperienza». Esiste una componente attiva che produce l’adattamento, plasma il mondo e, con le generazioni, gli stessi corpi animali. Godfrey-Smith riprende questa linea filosofica, che vale anche per gli umani: «con il nostro agire […] tutti svolgiamo un ruolo nel formare una realtà condivisa».
Seguendo questo tema, il libro ripercorre tutta la storia della vita sulla Terra, dagli esseri microscopici ai mammiferi. L’agire secondo piani (piuttosto che semplici abitudini) è caratteristico degli animali terrestri, e seguendo questo filo conduttore l’indagine finisce con l’investire l’agire umano, e la nostra responsabilità etica rispetto agli altri esseri viventi. Così l’intero percorso dei tre libri, iniziato con l’indagine su mente e coscienza, si risolve nella sua componente pratica ed ecologica.
Ma prima di arrivare a questo punto, si attraversa un affascinante percorso attraverso diversi «modi di vita» animale, cioè «diverse capacità di sentire e agire», che interagiscono tra loro nella totalità ecologica della Terra. Questa prospettiva ecologica significa che le diverse forme di soggettività animale, pur determinando diversi punti di vista sul mondo per ciascuna specie, non implicano che i mondi di ogni specie siano distinti e separati. Al contrario, «quelle azioni entrano in rete con le altre», formando un unico tessuto di relazioni. Abitiamo un mondo condiviso.
Uno degli aspetti più interessanti di questa storia è la comparsa della comunicazione tra gli animali. Godfrey-Smith la introduce con il caso degli uccelli, la cui presenza è segnalata da una fitta rete di richiami. Ma ciò che distingue gli uccelli è il canto, come quello del meraviglioso uccello lira, capace di imitare ogni genere di suono e di trasmetterlo come una registrazione, al punto che alcuni uccelli lira continuarono a imitare per decenni il canto di una specie di uccello estinto.

Il canto degli uccelli, insieme ad altri comportamenti come la costruzione di nidi decorati, introduce una componente estetica e retorica nella comunicazione animale che si ritrova negli umani. Ma componenti specifiche del modo di vita umano sono «la collaborazione tra molti membri non imparentati della stessa specie» e la «diffusione culturale del comportamento», più elaborata che in ogni altra specie. Su questa via si sviluppano l’apprendimento imitativo e forme di elaborazione dell’esperienza che si staccano dalle immediate esigenze del presente, come le «tecnologie cognitive»: prima di tutto la scrittura.
Come in una mise en abyme, la vicenda narrata in questo libro filosofico arriva così alla stessa capacità di ragionamento che ha reso possibile il libro stesso. Il ragionamento, nato probabilmente come attività sociale per produrre consenso intorno alle opinioni di un individuo, finisce col plasmare la vita interiore dello stesso individuo. Pensiamo in silenzio, cercando un ordine nella nostra esperienza. In questa prospettiva, l’Io non è altro che il «narratore interno» che guida i pensieri.
Nella parte conclusiva del libro, lettori e lettrici, ormai protagonisti della storia, sono portati a riflettere sull’uso delle proprie capacità rispetto alle altre forme di vita. Il primo tema affrontato da Godfrey-Smith è l’allevamento intensivo. Si tratta di una delle questioni cruciali del dibattito bioetico e ecologico contemporaneo. Qui il riconoscimento della «senzienza» (in particolare, la capacità di sentire piacere e dolore) in un numero di specie sempre più alto, mostra le sue implicazioni etiche: la sofferenza animale ci riguarda, soprattutto quando la produciamo. Nel caso dell’allevamento intensivo, modalità e numeri sono impressionanti. «La biomassa del bestiame allevato, degli animali che teniamo confinati e controlliamo, è dieci volte quella di tutti i mammiferi e gli uccelli in natura», scrive Godfrey-Smith. «In tutto il mondo in un dato momento vivono nei nostri allevamenti da carne o d’altro circa trenta miliardi di polli, suini e bovini», tre quarti dei quali vive chiusa in qualche allevamento intensivo.
Per valutare questa situazione, Godfrey-Smith elabora la teoria di una «vita che vale la pena di essere vissuta», definendola come una vita che, potendo scegliere, decideremmo di rivivere dopo la morte. Con questo «test della reincarnazione», la vita di gran parte degli animali viventi oggi risulta inaccettabile. Ecco allora una capacità che gli esseri umani hanno sviluppato, oltre a cultura e arte: «creare esistenze animali insopportabili che continuiamo a imporre a numeri impressionanti di altri esseri viventi». La conclusione è che «porre fine agli allevamenti intensivi dovrebbe essere la nostra priorità vista la relazione che ci lega agli altri animali». In questa relazione, gli allevamenti intensivi costituiscono un «tradimento» di una storia lunghissima di coesistenza e interdipendenza.
La densa sezione etica conclusiva del libro, e della trilogia, affronta in dettaglio altri temi come la sperimentazione medica sugli animali e il nostro rapporto con gli habitat e il cambiamento climatico. Su quest’ultimo tema, Godfrey-Smith sottolinea che accanto all’azione per il clima, che ha tempi e modi di efficacia lunghi e graduali, è urgente proteggere gli habitat, dove grandi numeri di animali e specie stanno scomparendo rapidamente. Anche in questo caso, in base al suo lavoro, Godfrey-Smith insiste sull’importanza di considerare il punto di vista di altre specie sulla qualità della loro vita e la loro libertà di perseguire piani di azione senza costrizione. Il benessere di un animale in gabbia non è una soluzione, ma assomiglia piuttosto a una distopia, come quella del Mondo nuovo di Aldous Huxley, dove gli umani sono tenuti in uno stato artificiale di benessere con delle droghe. La natura selvaggia assume, per contrasto, un valore intrinseco, benché non sia una realtà idilliaca: bisogna lasciar essere gli animali nel loro stato selvatico, con la sua quota di sofferenza e ricchezza. Il caso di allevamenti non intensivi, che Godfrey-Smith ritiene accettabili, va invece esaminato tenendo sempre conto di una idea di dignità della vita.
Al termine di questo percorso, la vita sulla Terra appare in una prospettiva meno legata al sé individuale, e più fondata sulla «connessione materiale» di tutto: la parentela e la successione degli esseri viventi, piuttosto che la centralità dell’individuo umano. Contro la resistenza alla mortalità, che ispira molta cultura contemporanea, Godfrey-Smith conclude evocando il «potenziale creativo» che risiede nel continuo succedersi delle generazioni e delle forme di vita. Di questo potenziale si scoprono continuamente i prodotti guardando alla natura non-umana, dai mari al cielo, un’attività che non riguarda solo il pensiero ma anche i sensi. Le fotografie che Godfrey-Smith scatta e diffonde quotidianamente, alcune delle quali si trovano nel libro, sono prova di questo coinvolgimento concreto nella vita, dove possiamo fare incontri straordinari, capaci di meravigliarci e consolarci di ogni perdita e mancanza.
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