In un capitolo di Tristi tropici (1955, Il saggiatore 2015), l’antropologo Claude Lévi-Strauss riporta un episodio del suo lungo viaggio nell’Amazzonia profonda, quando distribuì dei fogli di carta e matite tra la popolazione indigena dei Nambikwara. Inizialmente nessuno ne fece nulla; ma un giorno – scrive – «vidi che tutti erano intenti a tracciare sulla carta delle linee orizzontali ondulate». Lévi-Strauss concluse che, senza sapere nulla della scrittura, i Nambikwara «cercavano di fare della loro matita lo stesso uso che facevo io». Il capo allora ebbe un’idea: cominciò a tracciare linee su un bloc-notes, mostrandole al francese come se dovesse decifrarle. La commedia – come la chiama Lévi-Strauss – andò avanti per giorni, finché il capo non finse di leggere da alcuni fogli la lista degli oggetti che il suo gruppo si aspettava da lui in dono. Sperava di «stupire i suoi compagni, di persuaderli che le merci passavano sotto il suo controllo, che aveva ottenuto l’alleanza del bianco e che partecipava dei suoi segreti».
A margine di questo aneddoto, Lévi-Strauss fa una digressione sull’origine della scrittura. Ricorda che questa tecnologia ha la straordinaria capacità di preservare la conoscenza, ma, interrogandosi sulla sua funzione primaria nella storia umana, formula la congettura che la scrittura sia servita soprattutto a «favorire lo sfruttamento degli uomini prima di illuminarli». Insomma, la scrittura sarebbe uno strumento del Potere, caratteristica degli Imperi antichi, che ancora nel Novecento serviva ad amministrare lo Stato e facilitare il controllo sui cittadini.
L’ipotesi che la scrittura sia nata per svolgere funzioni amministrative negli Stati è stata a lungo dominante negli studi sulla scrittura. La si trova ancora in best-seller come Armi, acciaio e malattie di Jared Diamond o Sapiens di Yuval Harari. Ma, nel frattempo, la conoscenza delle scritture antiche ha fatto molti passi avanti. Per orientarsi nella questione, oggi, sono di grande aiuto i libri di Silvia Ferrara, che guida un gruppo di ricerca interdisciplinare sui codici grafici, SAPIENCE. Per capire un’invenzione tanto familiare quanto complessa qual è la scrittura, servono infatti competenze diverse, dalla linguistica all’archeologia, dalle neuroscienze alla filosofia.
Partiamo da un libro di Ferrara, La grande invenzione. Storia del mondo in nove scritture misteriose (Feltrinelli 2024) in cui, in primo luogo, si scopre che l’invenzione della scrittura non è stata una, ma molte. Almeno quattro: i geroglifici in Egitto, la scrittura cuneiforme in Mesopotamia, la scrittura sugli ossi oracolari in Cina e quella dei Maya. Accanto a queste va forse aggiunta la scrittura dell’Antica valle dell’Indo, e ci sono altri casi più isolati e dubbi, come il rongorongo dell’isola di Pasqua.

In ogni caso, Ferrara insiste su un punto: l’invenzione è stata resa possibile dalle capacità cognitive umane, e non da specifiche necessità politiche. In altre parole, bisogna superare l’accoppiata burocrazia-scrittura: ci sono stati grandi Stati senza scrittura, e ci sono state scritture senza Stato, inventate per ragioni diverse, su cui in molti casi si continua a indagare. Un esempio sono i tanti sistemi di scrittura delle popolazioni native americane, nati per tutelare un’identità culturale, o, come sostiene Pierre Déleage nel recente The Invention of Writing (Hau 2026), per codificare delle pratiche rituali. Si tratta di casi moderni che, secondo l’antropologo francese, potrebbero gettare luce sulla nascita delle scritture antiche, anche in assenza di archivi e tasse.
Queste ricerche recenti si possono accostare a quelle di altri studiosi di preistoria che – come hanno fatto David Graeber e David Wengrow ne L’alba di tutto (Rizzoli 2022) – sottolineano che l’evoluzione delle società e delle culture umane non ha seguito uno schema rigido, come quello del passaggio dalla caccia all’agricoltura. Al contrario, fin dalla preistoria, le comunità umane hanno dato prova di libertà nelle proprie scelte.
Libertà: torniamo sulle capacità che rendono possibile esercitare questa libertà, e inventare una scrittura. Ferrara ci guida in un’esplorazione dei modi in cui si è sviluppata la caratteristica fondamentale della scrittura: l’associazione di un segno con il suono di una lingua. Prendiamo il caso di segni che somigliano alla cosa rappresentata, come gli odierni emoji: un sole rimanda al Sole, una freccia a una freccia. Questo tipo di segno non basta a formare un sistema di scrittura, perché non permette di esprimere un linguaggio completo. Per arrivare a esprimere significati astratti, uno dei meccanismi più diffusi è l’omofonia: per esempio, la parola con cui si dice “freccia”, in Sumero, suona come quella per dire “vita”. Con questo passaggio, identico a quello del gioco enigmistico dei rebus, si stabilisce un segno per un concetto astratto. Scoperto questo trucco, si possono associare segni a qualsiasi idea.

Ci sarebbero molti altri aspetti da considerare, ma fermiamoci all’ingrediente di partenza dell’esempio di Ferrara: i segni iconici, quelli che raffigurano cose, animali, mani. Osservando scritture antiche come i geroglifici egiziani, chi non le sa leggere (come me) ha l’impressione di vedere una successione di figure – uccelli, omini, e così via – anche se diversi segni non indicano idee, ma sillabe. Ma in questa capacità di trasformare un disegno in segno sta una radice fondamentale della scrittura, che appartiene a tutti gli esseri umani. Come scrive Ferrara: «L’invenzione è alla portata di tutti, l’invenzione è possibile tra le pieghe magmatiche delle isole vulcaniche come tra gli strati densi e popolati delle città civilizzate. L’invenzione è nel nostro cervello».
Facciamo un salto indietro di oltre diecimila anni, al Paleolitico. Non c’è evidenza di scrittura, ma le pareti di grotte e ripari rocciosi dove sono passati i nostri antenati sono coperte di pitture e incisioni: impronte di mani, punti, linee, immagini di animali. Il neuroscienziato Stanislas Dehaene, con il suo gruppo di ricerca, ha studiato le basi della capacità umana di riconoscere forme geometriche. Grazie a questa capacità, noi sappiamo astrarre puntini, linee e cerchi nel mondo che percepiamo con i nostri sensi, li possiamo immaginare, e quindi tracciare graficamente. In un libro da poco pubblicato, Il rettangolo di Lascaux (“Le rectangle de Lascaux”, Odile Jacob 2026), Dehaene mostra come questa capacità, che ha trovato la sua più antica espressione nelle pitture del Paleolitico, sia alla base del pensiero simbolico umano.
Il luogo dove questo passaggio mi è apparso più evidente è la grotta della Pasiega, in Spagna. Si tratta di una delle grotte decorate del Monte Castillo, in Cantabria, oggi chiusa al pubblico. In parte vi si trovano gli elementi visibili nelle due grotte visitabili di questo monte, che è uno dei monumenti dell’arte paleolitica mondiale. Ma le dimensioni più ridotte della sua rete di gallerie nascondono una rivelazione unica.
A un’estremità del labirinto si accede a un passaggio in cui le pareti rugose si accendono di animali rossi. Si passa sotto un megalocero, il cervide gigante preistorico, il cui palco di corna si sviluppa su tutta la volta. Poi ancora cervi, cavalli, uri, e uno dei bisonti più raffinati mai dipinti. Annette Laming-Emperaire, filosofa e archeologa, per prima ipotizzò, in base a un’analisi quantitativa, che la disposizione delle figure animali in grotte come questa non era casuale, ma formava un sistema di simboli. Spostiamo lo sguardo tra le impronte delle mani e i segni: scie di punti, claviformi, tettiformi, quasi a segnalare un percorso cifrato in cui ci perdiamo in silenzio. La densità dei segni s’infittisce nella fessura finale. Qui si ha la netta sensazione di essere sulla soglia di un luogo riservato a pochissimi iniziati.

Si è discusso per oltre un secolo sul significato di quei rettangoli rossi, divisi da segmenti e pieni di puntini. Per alcuni rappresentano case, o trappole per le prede che si cacciavano. Per altri sono simboli di gruppi sociali. Di certo, marcano alcune zone lasciando un messaggio simbolico di cui non possederemo mai la chiave: agiscono su di noi, trattenendo il nostro sguardo incantato, ma non nel modo in cui potevano a fare a chi, circa 20000 anni fa, ne conosceva il codice.
Mi ricordo dei zig zag del Nambikwara: un simbolo che creativamente si associa a uno scopo. Siamo nei pressi della scrittura.
E infine, al culmine di queste sequenze, compare in alto l’“iscrizione”. Una striscia di segni che ai primi studiosi sembrò un caso di scrittura ideografica riservata agli iniziati, o di simboli femminili. La nostra immaginazione riconosce dei piedini, il resto sembrano segni puramente astratti.

Cosa ne pensa l’esperta di scrittura Silvia Ferrara? Se ne occupa in un altro libro, Il salto. Segni, figure, parole (Feltrinelli 2021), sostenendo che non si tratta ancora di una scrittura vera e propria, ma di qualcosa che ne contiene gli ingredienti: i segni messi in sequenza, collegati, con alcuni elementi che si ripetono: «siamo già agli albori di qualcosa, di un lancio, lungo, graduale, progressivo, ma anche ordinato, verso un sistema di codificazione».
Il mistero non si risolve, sono troppo pochi gli indizi. Ma possiamo collegare quella singola sequenza con le pitture di segni e animali sulle pareti della grotta, e chiederci: che cosa stavano facendo quelle persone? Il fatto stesso di disegnare una figura, per esempio un bisonte, gettava le basi dell’attività simbolica. Un cavallo dipinto non corrispondeva al cavallo reale che pascolava nei dintorni della grotta; poteva indicare altro: qualsiasi altra cosa, reale o immaginaria (nella grotta qui accanto è dipinto un uomo-bisonte). Il mondo dell’animale umano era fatto così: non era semplicemente un ambiente popolato di esseri viventi, ma una foresta di segni, in cui una cosa poteva rimandare a un’altra, e alle immagini dipinte associarsi liberamente nuovi significati. Perciò, quando l’artista della Pasiega tracciava quei segni rossi, forse non stava ancora inventando la scrittura, ma stava facendo già qualcosa di più grande: inventava il mondo.
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