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Texas, deserto al tramonto
Texas, deserto. Foto di Paolo Pecere

Oltre il confine

Tempo di lettura: 8 minuti
Fiume Pecos
Fiume Pecos, foto di Paolo Pecere

L’Avenida Revolución di Tijuana è una striscia di ristoranti turistici, negozi di sigari e scadenti souvenir. Da una via che la incrocia, a un certo punto, vedo l’insegna verde del confine: USA. Dall’altra parte c’è San Diego. Un amico che è cresciuto là mi scrive che, quando era ragazzo, si andava in Messico per fare benzina. Oggi si viene ancora a giocare nei casinò. Lontano dalla via principale cominciano le crepe sugli edifici. Prendo una stanza in uno squallido motel con un piccolo cortile interno in erba sintetica. Di notte c’è un tizio che fuma, seduto su una sedia di plastica.

Sono arrivato qui al confine salendo da Città del Messico, con il programma di visitare le pitture rupestri della Baja California. In una città vicina vado a trovare Carlos Lazcano, un esperto del posto, che mi ospita e mi mostra i suoi libri. Mi spiega che il nome California viene da un romanzo spagnolo del diciassettesimo secolo, dove indicava un’isola “vicina al Paradiso terrestre”. Dopo l’annessione del Texas, nel 1845, ci fu la guerra messico-statunitense e la California fu divisa tra due Stati, ma la “Bassa California”, mi spiega mostrando delle mappe d’epoca, era in realtà la prima area chiamata con questo nome dai missionari.

Guidando per due giorni nel deserto, tra i cactus giganti e i cirios, vengo fermato in diversi posti di blocco. Arrivo nel paesino di San Ignacio, dove devo bussare a lungo nella missione ancora attiva per trovare aiuto. Organizzo una visita nel vicino Canyon di Santa Teresa, dove, dopo ore di discesa con i muli, trovo due murales straordinari: figure umane rosse e nere, cervi e balene sembrano volare insieme.

Poi torno a Città del Messico, prendo un volo per New York, dove la settimana dopo, a settembre 2024, inizio a lavorare. Il mio aereo sorvola il confine su cui il candidato presidente Trump promette di completare il Muro e farlo pagare al Messico. L’università mi ha proibito di passare la frontiera via terra col visto di lavoro.

Torno al confine un anno dopo, stavolta dal lato di San Diego. Il Muro si sviluppa a tratti a est della città, poi scompare. Dal Chihuahua qualcuno cerca di entrare di notte. Il mio piano, alla fine del 2025, è seguire il confine fino al Texas, poi si vedrà. Ho appena finito un libro meraviglioso e terribile. La fotografa Cristina de Middel, per lavorare a Journey to the Center (2024), è venuta da queste parti e ha viaggiato sui camion dei coyotes, trafficanti che aiutano a entrare negli Stati Uniti passando per il deserto. Ha raccolto storie di gente che si è incamminata partendo da Panama, Costa Rica, Venezuela. De Middel ha fotografato anche gli oggetti ritrovati di chi è morto nel deserto. Ha trascritto alcune telefonate disperate ricevute dalla polizia di confine. Dicevano di venirli a prendere. “Parla inglese?”, chiede la voce di una poliziotta. Hanno trovato corpi disidratati. Il vero muro è il deserto.

De Middel ha visitato l’insediamento di Felicity, in California, un miraggio di salvezza che si definisce ironicamente il “Centro del Mondo”. L’ha fondato un anziano immigrato di origine francese, che – lascia intendere la fotografa – sembra essersi stabilito là per dare ospitalità a chi arriva dal deserto. Sulla sua scrivania, De Middel vide una copia di “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne, dove si legge: “Nel mio petto si accese un ardimento! Dimenticai tutti i pericoli del viaggio”.  Decise di chiamare il suo libro Journey to the Center, immaginando un viaggio ispirato da una destinazione idealizzata, che in realtà si rivela inospitale e pericolosa. In diverse foto del libro si vedono cartelli sul confine: “Buon viaggio! Aspettiamo il suo ritorno”, si legge dal Messico. “Happy trip”, taglia corto il lato californiano. “La porta di una nuova vita è aperta”, si legge di fronte a una chiesa.

Alcuni giorni dopo sto guidando verso El Paso passando per il New Mexico. A Santa Fe fa freddo. Lunghe automobili luccicanti sono ferme di fronte ai ristoranti e alle infinite gallerie d’arte. In una di queste mi ritrovo di fronte a un dipinto largo due metri che rappresenta uno sciamano indio con la faccia dipinta di rosso. Un obbrobrio che si porta a casa con 3000 dollari. Ma il museo con i dipinti di Georgia O’Keefe vale il viaggio per salire fin qui. Fiori, nuvole e ossa di animali nel deserto formano visioni che mi incantano. O’Keefe sentì che questo deserto rosso ha qualcosa che a New York manca. La luce che incendia ogni sera i profili rocciosi, come a celebrare l’ultimo giorno della Terra.

Deserto Bianco, foto di Paolo Pecere
Deserto Bianco, foto di Paolo Pecere

Avvicinando il confine con il Messico attraverso il Deserto Bianco. Le famiglie vengono a giocare con gli slittini tra le dune. Siamo nei pressi dell’area del Trinity Test, dove nel 1945 fu esplosa la prima bomba atomica. C’è anche un museo dello Spazio: questo è il paese che lancia bombe e che ha esplorato la Luna. Di recente si è concentrato sulle bombe. Il comune di Alamogordo, il 31 dicembre, è una fila di ristoranti di catena chiusi e distributori di benzina sull’autostrada. Non c’è nessun altro che cammina. A mezzanotte esco sul parcheggio del motel. Lontani scoppiano dei fuochi d’artificio.

Il confine di El Paso divide la città texana dalla gemella Ciudad Juárez. L’ho sentita nominare per la prima volta nel romanzo di Roberto Bolaño, 2666. La sezione intitolata “La parte dei delitti” narra una serie di ritrovamenti di donne uccise in una città che lo scrittore chiama Santa Teresa. La storia è ispirata a una quantità di femminicidi avvenuti a Ciudad Juárez, che Bolaño trasforma in una sequenza disturbante: descrizioni di corpi seminudi e brevi indagini che non portano mai a nessun risultato.

“Tanto questo caso come il precedente furono chiusi dopo tre giorni di indagini piuttosto svogliate. Il Natale a Santa Teresa fu festeggiato come al solito. Si fecero posadas, si ruppero pentolacce, si bevvero birra e tequila. Anche nelle strade più umili si sentiva ridere la gente. Alcune di queste strade erano completamente buie, come buchi neri, e le risate che uscivano da chissà dove erano l’unico segno, l’unica informazione che avevano i vicini e gli estranei per non perdersi”.

A El Paso, dalla Scenic drive ci si affaccia sulla distesa di cemento che attraversa il confine, sotto una luce abbagliante. Una targa celebra la sorellanza tra le due città gemelle. Una turista americana mi chiede dove sia precisamente il confine tra le due. Indico un’insegna rossa a forma di croce oltre un cavalcavia. Lei chiama la madre al telefono e grida “sono in Messico!”, tra le risate degli amici.

Segundo Barrio, foto di Paolo Pecere

Scendo a Downtown e m’incammino verso la frontiera. Ci sono alcuni centri commerciali, un negozio di stivali di lusso. Supero una stazione di polizia. Un agente biondo e magro con gli occhiali a specchio sembra aver inghiottito la sostanza più amara del mondo. Presto le strade si svuotano. Ai piedi dei palazzi scrostati c’è un piccolo supermarket con un cane che aspetta qualcuno all’uscita.  Vado in cerca di murales tra le abitazioni chiuse e silenziose. Alcune auto sembrano parcheggiate da secoli, altre sono distrutte. Una donna anziana apre una piccola porta di ferro, mi guarda, la richiude. Sono a poche decine di metri dal confine. L’unico posto aperto è la Bowie Bakery, dove compro una pasta. Qui si parla spagnolo, come quasi ovunque a El Paso. Il sole scompare tra i tetti e un vento caldo mi spinge via.

A est ricomincia il deserto giallo, punteggiato di cactus e sassi. Da queste parti, in diverse epoche, passano i protagonisti di Meridiano di sangue e della Trilogia della pianura di Cormac McCarthy, ragazzi che si smarriscono sulla frontiera e vagano nel deserto, sfuggendo alla violenza umana, fino a diventare magri come fantasmi. Guardo verso sud immaginando qualcuno che avanza tra i cespugli. Vedo solo una lepre, che scappa subito. La polizia di frontiera è ovunque. Mi fermano di notte a un posto di blocco e si mettono a discutere sul mio visto: non sanno cos’è un Esta, il visto elettronico per turisti che permette agli Italiani di entrare senza interrogatorio.

Di giorno in cielo vedo un oggetto bianco. È un dirigibile, controlla la zona. Un ranch al confine sul Rio Grande ha sul recinto una bandiera di Trump Vance. Il fiume segna il passaggio tra i due Stati. C’è proprio un segnale che indica: Messico. Guardo il vuoto dall’altra parte. Chi nasce di là è messicano. Ho poco carburante, accosto a una stazione di servizio abbandonata. Accanto alle pompe secche c’è un telefono a gettoni con le istruzioni in spagnolo per chiamare oltreconfine, duecento metri più oltre.

Strada I-80, telefono a gettoni, foto di Paolo Pecere

Proseguo il viaggio fino a Marfa, un pittoresco reticolo di case molto distanziate, dove la carreggiata è invasa di piante rotolacampo, quelle che si vedono in tanti film sul West. In effetti qui hanno girato diversi film, c’è un enorme centro d’arte contemporanea minimalista i capannoni dove erano chiusi i prigionieri di guerra. Su una ex-caserma, poi trasformata in residenza d’artisti, c’è un numero di telefono. Mi risponde un tedesco che insiste per venire ad aprire e mostrarmi il posto. La sua voce sembra quella di Werner Herzog, perciò accetto. Ha voglia di parlare della sua vita, partendo da suo padre che militava nell’esercito ai tempi di Rommel.

Prada Marfa, foto di Paolo Pecere

Nei pressi del falso negozio Prada, un’installazione artistica che riproduce una vetrina di borse nel nulla, vedo una luce rossa: il Valentine Bar. È un posto piccolissimo dove due ragazze servono lattine di birra. Stanno girando un film sperimentale, una di loro dice di essere palestinese. «You know what reality is?» mi chiede l’altra, con l’aria di chi la sa lunga. A Marfa tutto sembra finto, o piuttosto, la realtà a cui sono abituato qui non esiste più. La sera dopo, in un altro bar, due ragazzi del Wisconsin raccontano che sono andati nel parco nazionale Big Bend a camminare e a un certo punto hanno passato il confine, da un cancello che al tramonto viene chiuso. E se fossero rimasti fuori? «Good night and good luck!», ride lei.

Bar Valentine, foto di Paolo Pecere

Prima di allontanarmi dal confine, scendo nel canyon del fiume Pecos, un affluente del Rio Grande. In un riparo roccioso a strapiombo, migliaia di anni fa, hanno dipinto un murale policromo di otto metri, noto come White Shaman. Alcuni anni fa un’artista e archeologa, Caroline Boyd, ha pubblicato un ampio studio sul murale dove lo confronta con quelli della cultura Huichol in Messico e con la mitologia azteca. Una stessa tradizione artistica unisce il territorio che oggi è diviso, e proprio sul confine ha lasciato una delle sue testimonianze più elaborate.

White Shaman, foto di Paolo Pecere

Non sarebbe il primo caso nordamericano di “scrittura pittorica”, come l’ha chiamata l’antropologo Jack Goody. Una sequenza di immagini che narra un mito. Secondo Boyd, la scena raffigura “la nascita del Sole e l’origine del tempo”. Gli artisti hanno immaginato il passaggio dall’oscurità alla luce, l’inizio di tutto. Scendere qui dall’autostrada, che passa non lontano su un viadotto, su un altro livello della realtà, è come riavvolgere il corso della storia. Quando arrivo di fronte alla parete capisco di essere alla fine del viaggio.

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  • Storico della filosofia (Università di Roma Tre), saggista e romanziere, nel 2023 Paolo Pecere è stato selezionato da «L'Espresso» tra i 10 professori emergenti di area umanistica. Tra i suoi saggi «La filosofia della natura in Kant» (2009) e «Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario» (2015), il manuale per i licei «Filosofia. La ricerca della conoscenza» (2018, con R. Chiaradonna) e «Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni» (2021). Ha pubblicato due romanzi, «La vita lontana» (2018) e «Risorgere» (2019). Il suo ultimo libro è "Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra" (Sellerio 2024).

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