Questo articolo inaugura il «Diario dei viaggi» di Paolo Pecere. Leggere è seguire tracce, che portano altrove. Chi viaggia può spostarsi su mappe e testi, può visitare luoghi, pensieri, sensazioni. Inoltrandosi nell’ignoto, può cambiare. In questo diario si raccontano alcuni di questi viaggi.
Con Il Tao della fisica, pubblicato nel 1975, Fritjof Capra si inoltrava nel territorio di frontiera tra scienza e mistica, cercando un’ambiziosa connessione tra indagini e esperienze profondamente eterogenee. Non si trattava di stabilire certezze o scovare influenze, ma di una «esplorazione» alla ricerca di «paralleli» (come dice il titolo originale: An Exploration of the Parallels Between Modern Physics and Eastern Mysticism).
Il successo straordinario di quel libro di cinquant’anni fa – ora ripubblicato in traduzione da Aboca con due nuove postfazioni dell’autore – rispondeva al bisogno di innestare le teorie più recenti della scienza della natura, di arduo accesso ai non specialisti, in una visione spirituale e etica del mondo che da tempo la fisica aveva bandito dai suoi propositi. Ma c’era, prima ancora, la necessità di far luce sul significato di teorie fisiche fondamentali su cui gli stessi scienziati erano divisi. La mossa ambiziosa di Capra stava nel cercare quella luce nel campo lontano della spiritualità «orientale» di induismo, buddhismo, e taoismo.
Non era una mossa senza precedenti. Dopo la formulazione della meccanica quantistica, che insieme alla teoria della relatività aveva rivoluzionato la fisica all’inizio del XX secolo ma era di gran lunga più controversa, erano stati già scienziati come Niels Bohr e Werner Heisenberg a suggerire che il carattere controintuitivo della nuova fisica trovasse risonanze nella sapienza asiatica. Questo radicale spostamento di orizzonte rispondeva al problema di abbandonare le intuizioni fondamentali della fisica classica, come la rappresentazione della materia in quanto composta di particelle che si muovono nello spazio e nel tempo, dotate di proprietà oggettive indipendenti dall’osservatore. Un’intuizione risalente all’atomismo antico, che Newton aveva posto alla base della fisica moderna.
La meccanica quantistica descrive invece la probabilità di osservare determinati stati di una particella (come la posizione), e l’atto di osservazione con cui si misurano questi stati introduce una modifica nella sua stessa descrizione. Questo metteva in gioco la tradizionale separazione di soggetto conoscente e oggetto fisico. Inoltre, come afferma il principio di indeterminazione di Heisenberg, nella nuova meccanica non è più possibile determinare con precisione arbitraria tutte le proprietà di una singola particella in uno stesso momento. Così l’immagine della particella che si muove nello spazio e in ogni istante possiede tutte le sue proprietà (una posizione, una massa, e così via), a cui siamo abituati dall’esperienza dei corpi macroscopici – pensiamo a un pallone – perde validità nel mondo atomico. Ancora: diversi esperimenti obbligavano a rinunciare a una visualizzazione univoca della materia come onda o come particella: i fenomeni mostravano che essa si comporta sia come particella, sia come onda diffusa nello spazio.
Per superare le resistenze di fronte a questi paradossi, i padri della meccanica quantistica cominciarono a suggerire che un altro senso comune, dove la realtà non è composta di oggetti e soggetti separati, esisteva già: in «Oriente». Nel Tao della fisica, Capra sviluppava questa idea nei dettagli, allargando il parallelismo alla fisica atomica successiva, quella che stava portando ai suoi tempi alla scoperta di particelle subatomiche nei grandi acceleratori come quello del CERN di Ginevra. La sua conclusione è che:
«Le teorie e i modelli principali della fisica moderna conducono a una visione del mondo che è coerente al suo interno e in perfetta armonia con le visioni del misticismo orientale».
Un esempio di questa coerenza è l’unità di tutta la realtà. La dottrina induista dell’Ātman insegna che esiste un solo principio di tutti fenomeni, e anche nel buddhismo il superamento dell’ignoranza (avidyā) porta a riconoscere «l’unità fondamentale dell’universo». A queste intuizioni corrisponderebbero, nella fisica contemporanea, l’inseparabilità di soggetto e oggetto e altri fenomeni come l’entanglement, cioè l’accoppiamento di proprietà di particelle «gemelle» che implica un effetto a distanza istantaneo qualunque sia la distanza tra di esse (paradossi che lo stesso Einstein respinse con decisione). Certo, le vie per giungere a queste conclusioni sono del tutto diverse: mentre il fisico osserva fenomeni esterni e calcola per fare previsioni, il mistico fa esperienze interiori. Ma le vie convergono:
«Al contrario del mistico, il fisico comincia la sua indagine sulla natura essenziale delle cose studiando il mondo materiale. Penetrando in livelli sempre più profondi della materia, è diventato consapevole dell’unità essenziale di tutte le cose e tutti gli eventi. Inoltre ha anche appreso che egli stesso e la sua coscienza sono parte integrante di questa unità. Così il mistico e il fisico arrivano alla medesima conclusione; l’uno partendo dal mondo interiore, l’altro dal mondo esterno».
Un altro esempio di convergenza è la natura dinamica della realtà. Non esistono «cose» immerse nello spazio e nel tempo dell’esperienza comune; esistono invece eventi e relazioni, e le stesse particelle subatomiche si definiscono attraverso interazioni, e non come realtà a sé stanti. Sono aspetti contrastanti e complementari della realtà che, come i due lati del Tao cinese, compongono un tutto armonico.
Capra racconta che la prima intuizione per il suo libro la ebbe quando immaginò le teorie della fisica subatomica come una danza ininterrotta delle particelle che paragonò a quella di Siva, il dio indù che danzando crea e distrugge continuamente l’universo. L’immagine del dio Siva Nataraja (il dio danzante) è oggi scolpita sulla soglia degli acceleratori di particelle del CERN a Ginevra.

Nonostante il successo del libro, i suoi accostamenti restavano problematici, perché tali erano i termini di paragone. Per un verso, la fisica nucleare, che ancora oggi non poggia su una teoria fondamentale che la colleghi col resto delle teorie fisiche. Capra, in particolare, lavorava a una teoria possibile, quella del bootstrap, che oggi ha pochi sostenitori. Altri tentativi di teoria fondamentale sono la teoria delle stringhe e la gravità quantistica (su cui ha lavorato Carlo Rovelli, che dal libro di Capra ha tratto diversi spunti per i suoi lavori divulgativi), ma nessuna di queste è considerata sufficientemente fondata. Per l’altro verso, il «misticismo orientale» di cui parlava Capra era una sintesi approssimativa di dottrine complesse e diverse, in cui confluivano testi antichi (come il Daodejing di Laotze e i trattati del pensatore indiano Nagarjuna) e testi di pensatori contemporanei che quindi offrivano più facile sponda al parallelismo con la scienza occidentale. Rileggendolo oggi, ci si può domandare quindi quali motivazioni lo rendano ancora interessante. Lo stesso Capra scriveva:
«La scienza non ha bisogno del misticismo e il misticismo non ha bisogno della scienza; ma uomini e donne hanno bisogno di entrambi».
Come ha mostrato Lorraine Daston in Contro natura (Timeo 2024), fin dall’antichità gli esseri umani hanno cercato nella natura, in ciò che avviene di fatto, delle indicazioni per le norme del loro agire, per l’etica. Ma quali interrogativi, quali bisogni muovevano il progetto di Capra all’inizio degli anni ’70?
Tra i nomi citati da Capra di fisici atomici che invitavano a esplorare le sapienze asiatiche c’era il fisico J. Robert Oppenheimer, studioso di sanscrito e direttore del Progetto Manhattan con cui gli Stati Uniti realizzarono la bomba atomica. Di Oppenheimer si ricorda spesso che, dopo il celebre e famigerato Trinity test del 1945, con cui fu collaudata la bomba nel deserto del New Mexico, egli avrebbe dichiarato: «Sono diventato morte, il distruttore di mondi». Era una citazione dalla Bhagavadgītā, la celebre sezione del poema induista Mahabharata dove, nel mezzo di una battaglia decisiva, la frase è pronunciata da Krisna, manifestazione di Visnú (che insieme a Siva e Brahma forma la triplice manifestazione del divino).
Capra riprendeva quel collegamento di Oppenheimer tra fisica nucleare e divinità induista, rovesciandone la tonalità drammatica: vide invece nel nucleo atomico un equilibrio cosmico e dinamico manifestato dalla danza creatrice e distruttrice di Shiva. La generazione della controcultura americana reagiva così al senso di colpa per la bomba, prendendo la via delle «piante potenti» (come le chiama Capra nella prefazione), della sapienza orientale, dell’ecologia – della pace.
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