Vista da un lato della collina, la penisola di Burrup sembra una prateria deserta che affiora dall’Oceano, ma basta muovere lo sguardo sull’altro lato e compaiono i capannoni, le impalcature, le ciminiere. Tra questi due scenari incongrui spuntano i mucchi di pietre rosse, che inizialmente considero artificiali, sottoprodotti dell’industria, mentre sono là da oltre due miliardi di anni.
Le tracce della presenza umana sulla penisola e l’arcipelago risalgono a 50.000 anni fa, prima che gli umani arrivassero in Europa. Allora le isole erano unite al Continente. In quest’area, che gli aborigeni chiamano Murujuga, si trova la più grande collezione di petroglifi preistorici del mondo, oltre un milione, e molti altri sono sommersi dal mare, che nel tempo ha coperto parte del territorio. Per decine di migliaia di anni, sulla roccia magmatica rossa che emerge in mucchi alti fino a trenta metri, la popolazione umana ha inciso delle figure. Grattando lo strato di ossido di ferro appaiono animali grigi, che la durezza della pietra ha permesso di conservare. Canguri e dugonghi, lucertole e echidne, tartarughe e emù, una fauna che era al tempo stesso alimento e simbolo.

Nel 1868 gli Inglesi, che da pochi anni avevano stabilito qui i loro primi allevamenti di bestiame, massacrarono quasi l’intera popolazione degli Yaburara. Gli aborigeni rimasti sono quasi tutti fuggiti nell’entroterra. Oltre ai pochissimi abitanti della cittadina di Dampier (chiamata così in memoria di un navigatore britannico), resta qualche canguro, che incontro mentre salto tra le pietre. Alla fine del XX secolo, cominciò l’industrializzazione della penisola. Da una piattaforma nell’Oceano arriva qui gran parte del gas australiano, che viene liquefatto e parte su enormi navi in direzione dell’Asia. C’è una fabbrica di esplosivi e una di fertilizzanti. Circa un quarto dei petroglifi, rimasti intatti per tutta la preistoria, fu distrutto o rimosso per la costruzione degli impianti, e le emissioni di gas minacciano di cancellare gli altri. Nel frattempo, il governo ha autorizzato un ampliamento del complesso industriale. Il territorio è conteso tra la lunghissima preistoria umana e la brevissima era industriale, con i rispettivi e diversissimi sguardi sul passato e sull’ambiente. Le incisioni precedenti sono sempre state preservate dagli aborigeni, a meno che non fossero irrimediabilmente sbiadite; poi, in pochi decenni, la grande rivoluzione industriale ne ha comportato la distruzione.
Di tutto questo mi racconta l’archeologo Ken Mulvaney, che mi ospita nella sua casa di Dampier, piena di arte aborigena e figure animali che intaglia nel ferro. Per quarant’anni Ken ha studiato e catalogato i petroglifi di Murujuga, animando la campagna che ha portato nel 2025 alla inclusione del sito nel patrimonio Unesco, e al suo parziale salvataggio. Muovendosi in miracoloso equilibrio sulle rocce appuntite, mi spiega come ha sviluppato una cronologia degli stili fondata sulle datazioni dei reperti archeologici circostanti, sulla raffigurazione di alcune specie estinte (come il tilacino, o tigre della Tasmania), sulla sovrapposizione di alcune incisioni a quelle precedenti, e sulla brillantezza del loro colore che cambia col tempo. Ken ha conosciuto molti aborigeni anziani, e a loro ha domandato cosa significassero i segni astratti e le figure animali che costituiscono la maggior parte delle iscrizioni e che furono tracciati dai loro antenati (un tentativo non troppo ardito se si considera la straordinaria continuità etnica e culturale dell’Australia). I significati erano diversi. Raffigurare un canguro, per esempio, poteva essere un modo per propiziare la caccia, o la moltiplicazione di quegli animali tanto necessari al sostentamento delle comunità umane; poteva illustrare come macellarlo; la figura dell’animale poteva indicarne la presenza presso una fonte, segnando un percorso. C’entrava insomma quasi sempre la caccia, come in gran parte dell’arte rupestre australiana. Ma al tempo stesso, gli animali sono anche antenati ancestrali, che possono quindi simboleggiare una famiglia o un gruppo. La figura di un animale, in questo senso, potrebbe indicare anche un personaggio umano: nel mito, la differenza tra umani e animali scompare.

Un aspetto unico dell’arte di Murujuga sono i volti umani. In uno dei pannelli più celebri e complessi, noto come quello dei Climbing men (poiché si vedono una serie di figure che sembrano scalare un albero), c’è forse la più antica raffigurazione di un volto di tutta l’arte umana. Ken mi porta a vederne altre, dai tratti quasi espressionisti. C’erano diversi stili e una tecnica artistica piuttosto sviluppata, mi spiega: raramente si trovano immagini dai tratti scadenti. A volte mi lascia nel letto di un fiume secco, e torna a casa. Esploro la zona, arrampicandomi sulle pietre in cerca di immagini, tra gli arbusti di spinnifex e gli eucalipti bianchi. Viene a piovere: mi rifugio sotto un albero, osservando la roccia diventare color sangue sotto il cielo metallico. Ken torna a prendermi e mi porta a prendere un tè. Mentre cucina, riprende a raccontarmi le sue ricerche. La prospettiva che i petroglifi spariscano lo preoccupa. La difesa di questo patrimonio è particolarmente difficile, poiché le comunità aborigene ricevono indennizzi dal governo e, vivendo ormai altrove, tendono a fidarsi delle dichiarazioni del governo sull’impatto ambientale che, per Ken, sono largamente ottimistiche. Sono abituati, del resto, a pensare che il territorio non possa perdere davvero le proprie tracce ancestrali.

Proprio tra queste rocce scivolose e impervie, tra gli alberi di eucalipto, noce e acacia, inizia una linea invisibile, una delle Vie dei Canti di cui narrò Bruce Chatwin. Si tratta di percorsi che si seguono a memoria, mediante canti trasmessi per tradizione orale, che raccontano luoghi e eventi mitici. Definiscono l’appartenenza degli aborigeni al territorio, formando linee che attraversano tutto il Continente. In questo caso, da Burrup comincia la via delle Sette Sorelle, che arriva fino alla costa orientale.
Il termine Songlines (Vie dei Canti) fu introdotto dai britannici, così come quello che designa il tempo originario del mito: Dreaming, il Tempo del Sogno. Si tratta non di un’epoca della creazione con un inizio e una fine, ma di un evento originario fuori dal tempo, che conserva la sua validità e i suoi effetti anche nel presente. L’antenato che creò il tale monte e il tale fiume col suo movimento, e che ebbe incontri e scontri con altri personaggi, è sempre qui. I canti insegnano a riconoscere i luoghi, formando una mappa. Ogni popolo conosce alcuni canti, e di conseguenza un pezzo della mappa. Il popolo della regione successiva ne conosce un altro pezzo. Si forma così una rete mitologica e cartografica, la cui parziale conoscenza definisce l’appartenenza dei gruppi e le gerarchie sociali: orientarsi significa essere custode di un certo territorio, e chi più conosce ha uno status più elevato. I riti di iniziazione aborigeni sono lunghe riunioni in cui si apprendono i canti, e dunque si assume l’identità di gruppo. Chi è di passaggio ignora segreti e divieti, e accedendo a siti proibiti – come mi è stato confermato altrove – può morire. Ancora oggi alcune vie sono percorse in pellegrinaggi di gruppo, o solitari, e viaggiatori ignari come me ne calcano alcuni tratti.
Chatwin fu attratto da questa tradizione unica legata al cammino e, con Le vie dei Canti, la sviluppò con accostamenti originali cercando di realizzare il suo progetto di un libro sul nomadismo. Da grande esploratore di libri qual era, accumulò storie e parole su nomadi e pastori, portatori di un modello di vita slegato dal possesso del territorio: Caino l’agricoltore, padrone della terra, che uccide Abele, signore degli esseri viventi, che è passato per i suoi campi con il bestiame; la parola per «essere umano» in tibetano che significa «viandante»; i Basseri, nomadi iraniani, che migrano anche dopo aver perso i propri animali, perché viaggiare è per loro il rituale, la preghiera, la Via. Si apprende che «trovare la strada» e «trovare la Legge» sono sinonimi in molte lingue, dall’Asia alle Americhe all’Australia. E gli aborigeni australiani, a cui Chatwin si sentiva vicino, non concepiscono di appropriarsi della terra altrui ma praticano il walkabout, un periodo di pura esplorazione del territorio, seguendo le Vie tracciate dagli antenati nel Tempo del Sogno. Chatwin insegue una dicotomia universale tra cittadini e nomadi, trovandone le radici in testi antichi di ogni tradizione. Sostiene che l’età dell’oro di cui dice Esiodo era non stanziale, in contrasto con secoli di biasimo contro i «selvaggi» (i viandanti nelle selve originarie). Fa proprie le parole del profeta Geremia, che intima al suo popolo: «Non costruirete case, non seminerete sementi, non pianterete vigne né ne possederete, ma abiterete nelle tende tutti i vostri giorni, perché possiate vivere a lungo sulla terra dove siete forestieri».
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