Si sente uno schiocco lassù, sulle cime che oltrepassano la chioma della foresta, fino a settanta metri. Ecco il corpo fulvo, in discesa, inconfondibile nel verde. La madre afferra un ramo, mentre con il piede raccoglie il piccolo e lo tira a sé. Fissiamo quella coppia silenziosa e agile, tenendo il collo teso e indolenzito: sentiamo cosa abbiamo perduto rispetto a quei parenti arboricoli. Noi uomini bipedi restiamo instabili sul fondo della foresta, tra strapiombi di giungla infossata e scivolosa, calda e gocciolante, i nostri piedi a fatica cercano soste oblique e contrappesi, le mani sfarfallano in cerca di appoggio. Sembriamo persi e ubriachi, nell’umido humus, umili, umani, mentre cerchiamo di distinguere i parenti superiori, che sanno ancora volare tra i rami. Il piccolo si gira e mi guarda curioso, poi indovina altre fronde dove appendersi, scompare con una giravolta. Da un altro canto un maschio scende, si siede e ci contempla come un dio. Poi volteggia via anche lui, piegando i tronchi.
La foresta di Sumatra – o quello che ne resta – è uno degli ultimi luoghi della Terra in cui gli orang utan vivono nel loro ambiente naturale. Il disboscamento in Indonesia procede rapido, e a questo è forse connesso quel che ho trovato qui vicino, a Ketambe: il villaggio costruito lungo l’argine di un fiume, alcuni anni fa, è stato investito da un’alluvione, che ha trascinato via la strada e le case. La strada è ancora spaccata, la stanno ricostruendo dall’altro lato. Il suono delle ruspe e dei motorini si sente ancora quando, salendo sulle ripide colline circostanti, si entra nella giungla – e pare che gli oranghi, quando non trovano abbastanza frutti, sconfinino negli orti.
Non temono più di essere catturati, e portati in Europa, com’è accaduto a lungo. Charles Darwin osservò degli esemplari di orango nei giardini della Società zoologica di Londra, e in loro riconosceva le caratteristiche condivise – come la curiosità, la gelosia, la capacità di capire il linguaggio verbale – prove di quella stretta vicinanza biologica che in seguito fu confermata dalla genetica. Quelle somiglianze colpiscono ancora di più viste da qui, in un ambiente divenuto estraneo per me cittadino. Ma sono a Gunung Leuser per cercare delle differenze, in un’altra specie di primati.
Madre e piccolo di orango nel parco nazionale Gunung Leuser, Sumatra. Foto di Bastien Pigneul
Mentre procediamo, sopra di noi passa un gruppo di langur, le scimmie endemiche con i tipici ciuffi bianchi e neri. Riposano con le lunghe code appese, mentre noi qui sotto continuiamo a affondare. La foresta, in realtà, non ha un terreno su cui camminare. Il fondo del bosco è uno sfascio infinito, di foglie, funghi e cortecce ammollate, crolli e ricrescite, semi giganti e fiori spalancati come grida rosse. Tutto è traccia di scatti sessuali, e punta in infiniti slanci verdi verso la vita. In mezzo a questo, l’umidità ci abbatte, mentre spingiamo le gambe e ci tiriamo sopra con le braccia, il che rende ancora più difficile raggiungere l’animale che cerchiamo, che salta tra le cime più leggero degli oranghi.
Dopo ore di avanzata attraversiamo il buco di un tronco colossale, divorato dal ficus, e sentiamo infine il canto. Un gorgheggio ascendente. Altri glissandi sempre più acuti. Poi un altro, che viene da un’altra parte. I gibboni bianchi di Sumatra cantano in famiglia. Nelle albe limpide e al tramonto, declamano la loro presenza. Questo canto viene insegnato ai figli, che in pochi anni imparano a imitarlo. Segnalando la provvisoria presenza del gruppo agli altri gibboni, fa qualcosa di cui soli pochi primati sono capaci: sostituisce il conflitto territoriale.
Madre e piccolo di gibbone nel parco nazionale Gunung Leuser, Sumatra. Foto di Bastien Pigneul
Nel 1948, l’erudito Robert Eisler tenne una lezione presso la Royal Society of Medicine di Londra, intitolata Uomo diventa lupo. Eisler – che alcuni anni prima era stato imprigionato nei campi di concentramento di Dachau e Buchenwald – indagava le origini del sadismo e, più in generale, della tendenza umana alla violenza. Nel testo ipotizzava che la specie umana ereditasse tratti contrastanti dalla sua genealogia: il lato possessivo e bellicoso era legato a primati come gorilla e scimpanzé, mentre un lato pacifico e socievole ci congiungerebbe a primati come i gibboni e i siamanghi (un’altra specie di gibboni presenti a Sumatra). In questa luce, alla fine della sua conferenza, Eisler rileggeva il mito di una Caduta e s’interrogava sulla necessità della guerra:
«Se non ci fu una Caduta, non vi poté essere né potrà mai esserci una redenzione. Se, invece, ci fu una ben definita Caduta, se la ‘natura umana’ in origine non fu una natura di lupo, ma di un animale pacifico, frugiforo, non aggressivo e neppure geloso, che sviluppò l’attuale comportamento predatorio, omicida, mosso da gelosia solo a causa di un’estrema pressione ambientale e dell’imitazione extraspecifica dei sanguinari nemici della sua stessa specie, allora esiste la speranza di modificare la nostra organizzazione sociale e il nostro ambiente, per gradi o in modo rapido, così da consentirci di gettare la fatale maschera del lupo, domare la belva ‘archetipica’ che è in noi e riportare l’umanità alla sua condizione primordiale di ahiṃsā o ‘in-nocenza’, realizzando la pace in terra fra gli uomini di buona volontà».
Esemplare maschio di orango nel parco nazionale Gunung Leuser, Sumatra. Foto di Bastien Pigneul
Eisler morì poco dopo la conferenza. Nello stesso anno, l’Organizzazione delle Nazioni Unite approvava la Dichiarazione universale dei diritti umani. L’obiettivo dell’ONU di espandere i diritti e ridurre i conflitti territoriali attraverso la diplomazia e la concertazione internazionale si mostrò ben presto difficile. La domanda che aveva impegnato Eisler, sulla possibilità di una modificazione dell’umano, restava aperta.
Nel 1968, Ursula Le Guin mentre viveva a Londra, partecipando alle proteste contro la guerra americana in Vietnam, scrisse il romanzo Il mondo della foresta. Il titolo originario era “I piccoli uomini verdi”: nel libro s’immaginava la brutale colonizzazione umana di un pianeta-foresta su cui viveva un’altra specie umana, gli Athshe, pelosi e verdi. Le Guin immaginava che questi umani avessero sviluppato un modo di sostituire il conflitto fisico con un duello canoro. La scrittrice attingeva a quanto aveva appreso dai genitori antropologi, Alfred Kroeber e Theodora LeGuin, sui “duelli di canto” presenti in diverse culture umane. Ma stando qui, nel mondo-foresta di Sumatra, sotto i gibboni che cantano, la sua intuizione sembra risalire davvero a una specie sorella, che custodisce il segreto di padroneggiare la guerra.
Esemplare maschio di orango nel parco nazionale Gunung Leuser, Sumatra. Foto di Bastien Pigneul
Storico della filosofia (Università di Roma Tre), saggista e romanziere, nel 2023 Paolo Pecere è stato selezionato da «L'Espresso» tra i 10 professori emergenti di area umanistica. Tra i suoi saggi «La filosofia della natura in Kant» (2009) e «Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario» (2015), il manuale per i licei «Filosofia. La ricerca della conoscenza» (2018, con R. Chiaradonna) e «Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni» (2021). Ha pubblicato due romanzi, «La vita lontana» (2018) e «Risorgere» (2019). Il suo ultimo libro è "Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra" (Sellerio 2024).