Idee

Panorama di Kamberg
Kamberg, foto di Paolo Pecere (2025)

La danza e l’animale

Tempo di lettura: 5 minuti

Dopo un’ora di ripida ascesa tra le cime appuntite del Drakensberg, al confine tra Sudafrica e Lesotho, arriviamo al riparo roccioso. All’ombra c’è il pannello dipinto, che solo una guida esperta come Duncan Guy, che mi ha portato qui, è in grado di localizzare. Sono subito attratto dalla scena di danza: un cerchio di persone, alcune protese in avanti, altre a quattro zampe, altre ancora sedute e che battono le mani. È una delle rappresentazioni meglio conservate della «danza di trance» del popolo San dell’Africa meridionale. Fa parte di una fragile eredità artistica composta da innumerevoli pannelli dipinti sull’arenaria dei ripari sudafricani. Spesso accanto agli esseri umani danzanti compaiono teriantropi, di solito con teste di antilopi su corpi umani. Non sono chiari né la funzione né il significato di questi dipinti: perché dipingere una scena di danza? Si tratta di una semplice raffigurazione di un’attività tipica, come quelle della caccia o della pastorizia che pure si trovano in queste terre? E che rapporto c’è tra queste scene apparentemente realistiche e le figure fantastiche dei teriantropi? Sono domande valide per l’arte preistorica di tutto il mondo, di cui la danza e i teriantropi sono motivi ricorrenti, e spesso per rispondere si procede con analogie e tentativi di immedesimazione nei nostri lontani antenati. Ma qui in Sudafrica si sono poste le basi per alcune risposte documentate.

Sani Pass, foto di Paolo Pecere (2025)

I San del Sudafrica furono prima allontanati e in parte assimilati dall’arrivo di altri popoli africani come gli Zulu, poi spazzati via dal colonialismo bianco. I loro parenti più stretti, forse discendenti di alcuni di quelli che sfuggirono al destino dei San sudafricani, vivono più a nord, nel deserto del Kalahari, parlano una lingua simile. Non hanno mai realizzato pitture rupestri. Ma negli anni ’50, quando l’antropologa Lorna Marhsall visitò il popolo degli Nyae Nyae !Kung, danzavano ancora in trance. Suo marito John Marshall filmò il rito. La scena dipinta dei San meridionali prende vita in questo incredibile filmato.[1] I Marshall lo interpretarono come una «danza medicinale», dalla parola n/um, che significherebbe medicina o potere sovrannaturale. Era un primo frammento di un puzzle linguistico e figurativo, che pochi anni dopo si è creduto di poter ricostruire introducendo una parola straniera: sciamani.

Visito la casa e lo studio della pittrice e archeologa Patricia Winnicombe, che da bambina scoprì l’arte rupestre in un rifugio sul retro della proprietà. Con Don saliamo a vedere il riparo roccioso con le pitture ancora visibili che ispirarono la bambina. Winnicombe ha chiamato i San «Il popolo degli eland». Gli eland sono grandi antilopi che costituivano una delle principali fonti di cibo per i San e figurano in modo prominente nella loro arte (il loro sangue è spesso mescolato ai minerali nei pigmenti). Un giorno, durante una camminata infruttuosa di diverse ore in cerca di un altro sito, sul dorso di una collina compare una mandria di centinaia di antilopi. Questi animali maestosi ci sono ancora, e hanno conservato il timore dei loro antichi cacciatori scomparsi. Ecco un altro elemento del puzzle: i teriantropi tanto diffusi nell’arte San hanno proprio la testa di antilope.

Game Pass, foto di Paolo Pecere (2025)

Un pannello famoso aiuta a collegare la vita quotidiana di queste persone e le loro danze estatiche. Salgo al riparo del Game Pass, nel Kamberg, con Raphael, guida di etnia zulu. Attraversiamo canyon verdissimi, dominati dalle rocce dove trovavano rifugio i San. Qui, nascosto in una grande fessura in cima a un pendio, si trova uno dei dipinti che l’archeologo David Lewis-Williams ha portato come prova della sua interpretazione sciamanica dell’arte San. Un gruppo di eland policromi finemente dipinti galleggia nello spazio tra figure umane. Una scena particolare cattura l’attenzione: un eland morente, appoggiato sulle zampe anteriori, è tenuto per la coda da un teriantropo con la testa di eland. Altri teriantropi sono in piedi intorno a lui. Non sono esseri umani mascherati, perché hanno gli zoccoli e il corpo ricoperto di setole. Appartengono a un altro livello di realtà.

Game Pass, foto di Paolo Pecere (2025)

Non lontano da queste figure, scene di uomini che cacciano con l’arco. Questa contiguità tra morte e caccia, danza e trasformazione, come ho imparato sulle vette del Drakensberg, è comune nell’arte San e allude a un’esperienza spirituale in cui gli esseri umani sono profondamente interconnessi con gli eland e possono trasformarsi in loro. Ecco lo sciamanismo, che Lewis-Williams evocò per individuare un tratto tipico non solo dell’arte San, ma di tutta l’arte preistorica, nel suo libro The Mind in the Cave (2002).

Un primo modo di vedere questa connessione è l’evento della caccia vera e propria. L’eland veniva mangiato e, per così dire, assimilato dagli esseri umani. Questo può in parte spiegare la rappresentazione dei teriantropi, come se la morte e il trasferimento di energia vitale rivelassero una profonda identità tra esseri umani e animali non umani. Ma Lewis-Williams ha fatto una scoperta che permette un’interpretazione più dettagliata e audace. È partito da un episodio che ha avuto luogo in queste montagne alla fine del XIX secolo. Nel 1873, Joseph Orpen, un amministratore coloniale dell’impero britannico, stava inseguendo un fuggitivo al confine dell’odierno Lesotho. Nel frattempo, continuava a interessarsi alle pitture rupestri San che decoravano molte delle pareti. Dopo aver saputo della presenza di un sopravvissuto San, volle incontrarlo. L’uomo si chiamava Qing, era il servitore di un capo Sotho e non aveva mai interagito pacificamente con i bianchi. Orpen riuscì a trovarlo e a fare amicizia con lui, e i due trascorsero un po’ di tempo insieme davanti ad alcune pitture.

Così, Qing spiegò a Orpen il presunto significato delle pitture, identificando enigmaticamente gli eland delle pitture con persone umane. Orpen pubblicò un articolo e lo inviò al linguista tedesco Wilhelm Bleek, esperto di lingue khoisan, che a Città del Capo era stato autorizzato a portare alcuni prigionieri nel suo studio per imparare la loro lingua e le loro tradizioni. Le conversazioni di Bleek e Lucy Lloyd con questi uomini, in particolare con l’anziano ǁKabbo, furono trascritte in migliaia di pagine e archiviate. Mentre lavoravano a questo progetto monumentale, i due linguisti chiesero al popolo San informazioni sull’arte rupestre e ottennero informazioni sui rituali di trance e di potenziamento dei guaritori tradizionali che potevano svelare il significato di molte scene, integrando le informazioni raccolte da Orpen.

Il puzzle fu composto da Lewis-Williams negli anni Ottanta del secolo scorso. Chiese consiglio a Lorna Marshall e scoprì che la parola usata da Orpen per descrivere i teriantropi si riferiva allo stato di trance raggiunto dagli sciamani nella danza rituale per attingere un “potere” (n/kom). Questa capacità, condivisa da molti San – che Lewis-Williams chiama pertanto sciamani – era usata per guarire o prevedere gli eventi. Durante la trance, le visioni spesso mostravano l’eland, considerato una fonte di potere. Mettendo insieme questi pezzi, Lewis-Williams iniziò a sviluppare la sua ipotesi: il tema principale dell’arte San era la connessione con il mondo degli spiriti che si raggiungeva nella danza di trance. I teriantropi raffiguravano sciamani che attingevano simbolicamente energia dalla morte degli eland, entrando nel mondo degli spiriti [continua].


[1] https://www.youtube.com/watch?v=eT_XTM9MSx0

Idee

  • Storico della filosofia (Università di Roma Tre), saggista e romanziere, nel 2023 Paolo Pecere è stato selezionato da «L'Espresso» tra i 10 professori emergenti di area umanistica. Tra i suoi saggi «La filosofia della natura in Kant» (2009) e «Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario» (2015), il manuale per i licei «Filosofia. La ricerca della conoscenza» (2018, con R. Chiaradonna) e «Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni» (2021). Ha pubblicato due romanzi, «La vita lontana» (2018) e «Risorgere» (2019). Il suo ultimo libro è "Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra" (Sellerio 2024).

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