Sul corpo quasi umano accanto a lui sembrava che le piccole fiamme trasparenti ridessero. Appoggiò la maglia sul torace di quel corpo per spegnerlo, ma non appena l’incendio dalla pineta prese a muoversi in direzione contraria per via del voltarsi del vento, il fuoco sul corpo regredì lasciando la pelle gialla miracolosamente intatta. Aveva posato la mano appena ustionata sulla fronte del ragazzo, doveva avere la sua età più o meno, e ne aveva ricavato un fresco, un piacere. Il ragazzo era nudo, ma questo era il meno per un extraterrestre giallo e ignifugo.
Appare così Italo Orlando, nel romanzo di Carola Susani Il dio delle genti (minimumfax 2025). È la terza volta che questo giovane giallo e apparentemente indistruttibile viene trovato, nella trilogia che questo romanzo conclude dopo La prima vita di Italo Orlando e Terrapiena. Le sue vicende incrociano quelle di diverse comunità del Sud Italia in diverse epoche, negli anni Cinquanta, Settanta, Ottanta, ma lui non ha età. Interviene quando la popolazione è colpita da qualche evento distruttivo, come il terremoto o il crollo di una palestra, e deve risollevarsi. Lavora duramente, è accolto, salva, confonde. Nel Dio delle genti, lo troviamo immerso in un fiume, sotto un palazzo crollato, in una fornace, in un bosco, in luoghi di soglia tra la vita e la morte, da dove esce illeso, e spesso salva alcuni degli altri personaggi, rimettendoli alle loro vite sempre strappate e affannose, esposte al malanno e alla povertà, colpite dall’ingiustizia ma sempre voraci di nuove esperienze, dove le fragili comunità sembrano essere la sola protezione.
Chi è Italo Orlando? Questa domanda, che ci si pone leggendo, è anche esplicitamente formulata nei libri, ma le risposte non tolgono l’incertezza, anzi la rilanciano:
«Giallo, il viso niente di speciale, le iridi gialle di una tonalità più scura, attraente sì, ma attraente come una cosa calma, una ninnananna».
«A me sembrava tipo David Bowie, l’uomo caduto sulla terra», disse Ignazio, «una specie di angelo. Cosmico.»
Un extraterrestre, un angelo, un essere dal corpo giallo e incorruttibile che appare e scompare in momenti di soglia, di rottura nella vita della comunità. Mentre proseguo nella lettura del romanzo, provocato dal titolo, mi fisso su questa indagine. Riapro altri libri; prima di tutto: Mimesis di Erich Auerbach, uno dei più bei libri di critica letteraria di tutti i tempi, dove si ripercorrono le vicende del realismo nella letteratura occidentale. Si comincia con la cicatrice di Ulisse, un segno del corpo che individua il personaggio, lo rende riconoscibile quando da vecchio torna a Itaca, lo rende vivo e incarnato ben oltre quanto potessero il nome e il mito. In Auerbach, il primo capitolo che rileggo è quello su Dante, dove si trova il concetto che mi sembra poter essere la chiave per accedere all’identità di Italo Orlando: la figura.
Nella Commedia, i personaggi incontrati dal poeta sono, per un verso, individui dotati di corpo – un corpo fatto di una materia diversa di quello mortale, ma identicamente formato – ma, per altro verso, rimandano a simboli e valori cristiani, e a una vicenda che si compie nell’aldilà. La figura è quindi un essere ambivalente, sia mondano sia trascendente, la cui apparizione si iscrive in un ordine superiore. Ancora Hegel se ne ricorderà, intessendo di “figure” la storia filosofica del mondo. Ma proprio in quanto è mondano, in Dante, l’individuo figurale offre “una mescolanza di sublime e d’infimo”: nella sua presenza, luce divina e poesia sono accostate a particolari come il sanguinamento e il prurito della rogna. Il modello di questa compresenza, che Dante esprime con una lingua miracolosa, è proprio la narrazione biblica, la storia della salvezza, che culmina nella figura di Cristo. La mescolanza dantesca di sublime e d’infimo sembra appropriata a caratterizzare Italo Orlando. È dunque una figura? La veste, in parte, gli calza. Appare per salvare i mortali, ne viene offeso, sembra morire e ritorna…
Ma questa affrettata ipotesi cristologica va scartata, per diverse ragioni. Per esempio, Italo Orlando ride. Riapriamo Mimesis, al capitolo su Shakespeare, che inizia con un dialogo dall’Enrico IV dove il principe dice di avere voglia di birra. Auerbach: «nel secolo XVI in quasi tutta Europa la concezione cristiana figurale perdette la sua rigidità; non si rinunciò completamente a far sfociare l’azione nell’aldilà, ma andarono perdute la sicurezza e la forza persuasiva». Comincia insomma il tempo in cui la trascendenza è un’incognita, una x che potrebbe stare per qualcosa, o per niente e nessuno. Un tempo che arriva al romanzo del Novecento: Al Faro di Woolf, dove il punto di vista della narratrice si scinde in quelli dei diversi personaggi e non sa più di loro sul significato delle loro azioni; l’Ulisse di Joyce, dove ogni personaggio sembra alludere a un ordine superiore, ma si legge con un “dubbio sempre rinascente e mai soddisfatto” riguardo a questo supposto ordine. Lo stesso smarrimento – come l’ombra di una certezza perduta che sfida chi legge a scrutare l’inconoscibile – dilaga nella narrativa successiva, letteraria e cinematografica. Si ritrova per esempio in Flannery O’Connor, Raymond Carver, Cormac McCarty, Don DeLillo, nel personaggio silenzioso che s’incontra in ogni episodio del Decalogo di Krzysztof Kieślowski e Krzysztof Piesiewicz, e certamente si ritrova nei romanzi di Susani.

Ma anche questo vestito è troppo largo per calzare l’imprendibile Italo Orlando. Il quale è più caratterizzato, ci invita a proseguire il gioco dell’identikit. Per esempio, è divisivo. Dopo il crollo della palestra che, uccidendo otto bambini, avvia le vicende del Dio delle genti, Italo scompare e la comunità si divide, tra chi lo assolve e chi lo infanga. Ennesima ambivalenza (o piuttosto: indefinitezza), stavolta morale e non metafisica, che non si risolve. Ma che spinge oltre l’indagine, verso un episodio cruciale.
Un altro tema ricorrente nelle descrizioni di Italo è la fisicità, tutta umana e a tratti esuberante. Di lui si dice, per esempio: «Italo aveva le gambe, le braccia, scopava come chiunque altro». La scena a cui mi riferisco è raccontata da diversi punti di vista. Durante una festa, Italo si apparta con Costanza, nei pressi di una fornace. Costanza a un certo punto appare nuda, ricoperta di macchie rosse, dopo il contatto col corpo di Italo. Viene portata in ospedale.
Uscì rivestita facendo ballare la camicia da notte. Scoprendo la spalla fino al braccio mostrò la pelle ad Alfonso: «Mi hanno gonfiato di cortisone». La pelle stava tornando bianca.
«Ma che hai fatto?»
«Allergia: graminacee, acari, lattosio, boh».
«Ti sei buttata sull’erba con quello?»
«No». Alzò gli occhi e mirò lontano, sognante: «Siamo entrati nel forno».
Una fitta attraversò il petto di Giuliano, si immaginò di vederli dalla bocca del forno: nudi, lei bianca, lui giallo, le gambe confuse, tirò a sé Gina, le infilò una mano sotto la maglietta, Gina lo scansò. «Ma cosa ti ha fatto allergia?»
«Forse lui», Costanza sorrise, «l’avete visto com’è giallo? È velenoso».
Giuliano, che è tra i testimoni della scena, si avvicina a Italo:
«Sei stato tu? […] Cazzo le hai fatto?»
Italo gli mise il braccio attorno al collo e strinse delicatamente e Giuliano si ritrovò senza più rabbia, senza slancio.
Non sappiamo se effetti come questi sono intenzionali. Italo Orlando parla poco, non spiega, non si spiega. Quando entra in scena, è soprattutto il suo corpo ad agire: mangia cornetti, beve, si spoglia, solleva pesi, eccita, s’incendia, irrita la pelle. Il suo tocco può essere cura o veleno. Se devo associarlo a un dominio – come fosse un dio egizio dalla pelle d’oro – la sua è una potenza sotterranea, subconscia, indifferente alla morale, che di volta in volta colpisce e risolleva i mortali, che arde, scompare e poi rinasce, senza illuminare chi lo incontra sul significato delle sue azioni. Non è un messaggero celeste; piuttosto, è un messaggero terrestre, come un agente chimico, come un batterio che contagia inevitabilmente chi vive, un ormone della crescita e della distruzione.
Dietro la sua maschera si nasconde un dio? Mi pare infine che – come accade nei casi migliori in letteratura – la domanda cada, risulta un tentativo troppo facile di sciogliere il nodo della vita.
Un cartello che Italo solleva in Terrapiena sembra rivolto a chi legge e vuole sapere di lui.
Basta ipocrisia, siamo animali; cosa insegnate se non sapete.
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