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Immagine dal film Borgo
Borgo, Petit Film & France 3 cinema

Borgo: dalla parte di Mélissa

Tempo di lettura: 6 minuti

Abbiamo incontrato Stéphane Demoustier lo scorso inverno grazie a Lo sconosciuto del Grande Arco, molto più di un biopic su Otto von Spreckelsen, l’architetto danese che negli anni ’80 progettò l’Arco de La Défense di Parigi e le difficoltà che incontrò con l’Eliseo per realizzare il progetto. Un film ben scritto, ben diretto e ben recitato – con un inedito Xavier Dolan e il bravissimo Claes Bang – che consigliamo a tutti, non solo agli appassionati di architettura.
Borgo è un film precedente – del 2023 – che però, per le misteriose vie della distribuzione italiana, è arrivato da noi solo quest’estate, e testimonia la versatilità del regista che in questa nuova vecchia opera si cala in una giungla di generi diversi – prison-movie, poliziesco, thriller, noir, dramma morale, sociale e di coppia – e ne esce a testa alta e a tasche piene: apprezzatissimo dalla critica d’Oltralpe, ha conquistato il premio César 2023 per la miglior interpretazione femminile grazie all’interpretazione di Hafsia Herzi.
Se siete lettori attenti di Cine-Gate, il suo nome non vi suonerà nuovo: ne parlammo in occasione di La più piccola, opera che Herzi diresse nel 2025 e che passò da Cannes dove raccolse il plauso, la Palma per Miglior Film Queer e il premio per Nadia Melliti come Miglior Attrice. Herzi, dunque, oltre a essere un’attrice di grande talento, si è anche affermata come regista nel panorama cinematografico francese. Borgo deve moltissimo alla sua interpretazione, tutta modulata attorno a dolcezza, distacco, ambiguità.

Borgo è una cittadina della Corsica dove Mélissa si trasferisce con il compagno Djibril e i due figlioletti avuti da una precedente relazione. Mélissa lavora come guardia carceraria nel Blocco 2 del penitenziario del posto, un reparto soprannominato scherzosamente – ma non troppo – “ClubMed”, dove la malavita còrsa la fa da padrona, i detenuti sorvegliano le guardie, e dove, per questo, sono liberi di circolare, trascorrere tempo insieme, fare un po’ quel che gli pare. Sulle prime Mélissa si trova spiazzata. Prima a Parigi, poi ad Ajaccio, era abituata a un regime carcerario più severo, un protocollo molto meno permissivo. Piano piano però il legame con alcuni detenuti si fa più stretto, soprattutto con Saveriu, conosciuto in precedenza nel carcere di Ajaccio. I piaceri innocui che Mélissa concede loro – procurare sigarette e ventilatori – poco a poco diventano favori ben più pesanti: condivisione di informazioni riservate, vere e proprie soffiate, fino ad arrivare al riconoscimento di un pregiudicato per facilitarne l’omicidio – breve è il passo da favore a favoreggiamento.
È proprio su quell’omicidio che il film si apre, con due corpi sparati e riversi a terra, all’aeroporto di Bastia. “Stanno girando un film”, sentiamo dire all’assassino – senza vederlo – per tranquillizzare i passanti e allontanarsi indisturbato dalla scena del delitto.

Borgo si muove su due binari narrativi paralleli: il binario di Mélissa, con le sue grane in carcere e a casa, e il binario delle indagini sull’omicidio all’aeroporto che la Polizia còrsa sta cercando di risolvere. Nel corso del film i due binari si avvicinano sempre di più fino a sovrapporsi, in un finale smagliante che non ci si aspetta e che scarica sullo spettatore una quantità di dilemmi morali davanti ai quali è impossibile non vacillare.
Mélissa non è tranquilla sul lavoro ma non è tranquilla nemmeno nel quartiere dove si è trasferita. Lei è maghrebina, il compagno africano. Entrambi outsider. L’accoglienza che li aspetta è a dir poco ostile. Screzi, tensioni, ripicche a sfondo razzista con il vicinato – un casco di banane appeso alla porta d’entrata, per dire – sono all’ordine del giorno e rendono tesa l’atmosfera fra i due. In più Djibril non lavora; questo mina la sua autostima e fa di Mélissa la bread-winner di casa.
La situazione migliora quando i favori concessi da Mélissa a certi detenuti si trasformano come per magia in favori che Mélissa riceve sotto forma di intimidazioni ai razzisti del suo quartiere. La giovane donna comprende che la malavita in carcere opera indistintamente dentro e fuori il carcere. Ed è forse nel momento in cui realizza che dentro e fuori si compenetrano che vediamo Mélissa prendere una direzione completamente inaspettata per un agente penitenziario. Solitamente nel genere carcerario le guardie sono più o meno integerrime: solitamente cattive cattive o buone buone. Il gioco con cui cresciamo ha regole etiche precise, non siamo abituati a vedere una guardia – donna per giunta! – che passa dalla parte dei ladri. Il film affonda il dito nella piaga della nostra prevedibilità, ribaltando le parti: e se una guardia, for whatever reason, diventasse complice del ladro?
Nonostante parte della critica lo consideri una debolezza, il punto di forza del film, a nostro avviso, sta proprio nel non rivelare perché Mélissa passi dalla parte dei ladri. Che poi è lo stesso punto di forza di opere alte della letteratura, su tutti Lo straniero. Noi non sappiamo perché Meursault abbia ucciso l’arabo sulla spiaggia nel romanzo di Camus. È proprio quello l’enigma che il personaggio – sia Meursault sia Mélissa – porta con sé e che riflette l’enigma che l’essere umano incuba dentro, la sua ineffabilità, la sua assurdità, a cui Herzi dà forma eccellente attraverso il corpo della protagonista grazie a una recitazione distaccata, a tratti respingente, via via sempre più impenetrabile. Il personaggio che credevamo di aver inquadrato agilmente all’inizio – madre, compagna, agente carceraria, portatrice di un certo tipo di valori (integrazione, giustizia, etica, compassione) – cambia gradualmente sotto i nostri occhi attraverso un processo di estraniamento che la trasforma in un essere completamente diverso – spia, complice, collusa, opportunista.
Mélissa è l’enigma assurdo che siamo o possiamo diventare.

Borgo pertanto innesca tutta una serie di interrogativi, ragionamenti e contro-ragionamenti etici spinosi. Perché scivoliamo dalla parte sbagliata? Qual è la parte giusta e qual è la parte sbagliata? In fondo l’uomo che Mélissa aiuta a uccidere era un farabutto, e non è lei a ucciderlo. I centomila euro che la mala le offre le permettono di andare via dall’inospitale Corsica e ricominciare da zero. È sbagliato? È giusto?
Sono quesiti che, ancora una volta, la letteratura ci pone. Perché Pinocchio segue il Gatto e la Volpe? Certo la malia del Paese dei Balocchi, il miraggio di nuove mirabolanti avventure. Ma perché prende la decisione di lasciare la via nota per quella ignota? Non sarebbe stato meglio rimanere su quella nota? Non sarebbe stato meglio se Mélissa avesse evitato di dare confidenza ai detenuti? Ma d’altro canto, siamo esseri umani e cosa c’è di male nel dimostrarsi gentili e rendere la vita di un carcerato meno grama?
La parte giustizionalista che è in noi è propensa a stroncare il comportamento di Mélissa: in qualità di secondina, non doveva immischiarsi, non doveva lasciarsi coinvolgere nelle losche trame di un gruppo di criminali. Ma nel suo personaggio la luce e l’ombra si rincorrono, così come, allargando il campo, si rincorrono all’interno del sistema penitenziario, della Corsica tutta, territorio complesso che fatica ad aprirsi all’altro, al diverso. Demoustier è molto abile perché ci fa scordare la parte giustizionalista che è in noi; per quanto indecifrabile Mélissa possa apparire, sviluppiamo nei suoi confronti una sorta di viscerale umana comprensione.

La riuscitissima sequenza del doppio interrogatorio – la Polizia torchia lei e Djibril nello stesso tempo e in stanze diverse – ci mette davanti alla nostra contraddittorietà. Tifiamo per Mélissa, speriamo che la Polizia non la scopra, speriamo che riesca a cavarsi d’impaccio e a farla franca. Poi usciamo dalla sala e assistiamo a un fenomeno molto interessante che si verifica solo dopo la visione di un film di spessore, ovvero la transizione dei dubbi morali dal personaggio a noi. Perché io ho desiderato che la Polizia non scoprisse Mélissa? Perché ho tifato per lei? Perché volevo che se la cavasse e la facesse franca?
Ognuno approfondisce fin dove vuole o si sente di approfondire, e questa è la bellezza del cinema. Guardare estranei fare cose che noi giammai faremmo, per poi ritrovare noi stessi in mezzo a tutta quell’alterità.

Borgo è altresì un piccolo studio di antropologia sociale che ci permette di interfacciarci con un personaggio sul quale l’ambiente esercita un impatto decisivo: adattandosi ai meccanismi dell’ecosistema in cui si trova, Mélissa li acquisisce, li assorbe e ne subisce gli effetti. Sappiamo che nelle carceri di Parigi o di Ajaccio dove prima lavorava, non si è comportata così, era una guardia modello. Tuttavia, una volta immersa in un ambiente promiscuo, dove guardie e ladri coesistono senza regole precise e dove la malavita del posto regna incontrastata grazie a un sistema di favori in grado di corrompere anche gli incorruttibili, la protagonista si smarrisce eticamente, non sa più quale strada seguire. E questa promiscuità permea tutta Borgo, non solo il carcere, rendendo labili labili i confini tra cosa sia il bene e il male, la libertà e la sua privazione, la volontà e la coercizione.

La chaleur, il film del 2026 di Demoustier, è uscito in Francia lo scorso luglio.
Benché il regista non risulti molto corteggiato dai festival – va savoir pourquoi – speriamo che le misteriose vie della distribuzione contemplino anche una data italiana. Grande è la curiosità di vedere dove la sua ricerca l’abbia condotto, e dove ci condurrà dopo la notevole tappa di Borgo.

Titolo originale: Borgo
Regia: Stéphane Demoustier
Cast: Hafsia Herzi, Moussa Mansaly, Florence Loiret-Caille, Michel Fau, Pablo Pauly, Cédric Appietto
Genere: drammatico, thriller, noir
Anno: 2023
Paese: Francia
Durata: 118 minuti.

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