Nell’ultimo Cine-gate, dopo aver ammirato il buffo, avevamo promesso di scartare il cattivo e concentrarci sul buono uscito dal Rendez-Vous with French Cinema, il festival che fa circolare per il mondo il meglio del cinema francese dell’ultimo anno, e che approda, ogni marzo, al Lincoln Center di New York.
Passato per i festival di Cannes e di Torino — è stato anche il titolo d’apertura dello stesso Rendez-Vous — The animal kingdom (Il regno animale) di Thomas Cailley vanta un inizio folgorante.
Una macchina imbottigliata nel traffico. Padre al volante e figlio adolescente accanto, cane di famiglia sul sedile posteriore. I due si scambiano battute, sgranocchiano patatine e aspettano di ripartire. In un’ambulanza ferma poco distante qualcosa non va. Dal suo interno provengono dei forti colpi, come se qualcuno stesse cercando di uscire fuori con la forza. Tra un urto e l’altro, silenzio. L’ambulanza vacilla. La nostra suspense monta. Fin quando, a furia di picchiare, una strano essere, metà uomo, metà uccello — diciamo 70% uomo 30% uccello — sfonda il portellone e fa il suo ingresso in strada, e sullo schermo. È dotato di ali ricoperte di piume. Ma ha gambe e testa umane. Svolazza maldestramente in giro, cade, ci riprova e poi sparisce. Noi del pubblico sobbalziamo sulla poltrona, ma capiamo subito di essere gli unici: padre e figlio, e gli altri presenti in scena, benché colti di sorpresa, non si scompongono, come se assistere a una scena del genere fosse la normalità.
Scopriamo ben presto che sì, per loro, quella è una nuova normalità. Da qualche tempo alcune persone subiscono delle strane mutazioni che le trasformano in «creature» — una via di mezzo fra l’essere umano e l’animale. Non sono necessariamente pericolose, ma si sa, quando l’uomo si trova davanti a qualcosa di ignoto, si difende, accalappia, confina. Le creature vengono catturate — sulle prime da sanitari e poliziotti, poi dall’esercito — e rinchiuse in appositi centri di sorveglianza. François ed Émile, il padre e il figlio che si rimpallavano stupidaggini in macchina, vivono sulla propria pelle questa emergenza: Lena, rispettivamente moglie e madre di, è in stato di mutazione, e deve essere trasferita in una struttura specializzata nel Sud del paese. Per starle vicino, anche François ed Émile si trasferiscono. Ma il camion adibito allo spostamento delle creature si ribalta, e il carico di internati a bordo, fra cui Lena, si disperde nella foresta…
François vuole a tutti i costi ritrovare la moglie — o quella che un tempo era sua moglie. Mentre Émile non sa bene cosa volere. Ha sentimenti contrastanti verso la madre — o quella che un tempo era sua madre. La ama, ma è arrabbiato, la rabbia di un teenager che cerca di soffocare nel silenzio la mancanza. È un adolescente, trasferito in una scuola nuova ad anno scolastico avviato, gli piace una ragazza, ma non sa bene che fare. E poi da qualche giorno, i rumori sembrano più forti, e anche gli odori. Il suo corpo sta cambiando. Artigli al posto delle unghie, pelo sulle spalle, vertebre sporgenti sulla schiena… La mutazione può toccare a tutti. Nessuno è immune.
Non fatichiamo a distinguere tracce di un passato pandemico molto recente. Un virus che colpisce tutti e che fonde pericolosamente animale e umano. Un virus che obbliga alla distanza, all’isolamento, anche con le maniere forti. Come non pensare alle pagine di David Quammen, al salto di specie? Ai lockdown, ai militari per le strade?
Ma il film non parla del Covid, del mondo nel 2020. E soprattutto, non parla di licantropi.
Quale rischio ha corso Cailley! E con quanta classe è riuscito a smarcarsi da banali correlazioni. Il film sovverte in maniera a tratti brutale, a tratti lirica, la classica antitesi animale contro umano. Ed è nella zona di comunanza, non di differenza, fra l’animale e l’umano che lo sguardo del cineasta ci accompagna. L’anello che congiunge i due mondi è rappresentato proprio da Émile, che transita, non senza difficoltà, dall’uno all’altro, incorporando pregi e difetti di entrambe le specie. Fortunatamente non si trova solo a vivere questa strana esperienza. Ne fa parte anche Fix, la creatura 70% umano 30% uccello che abbiamo incontrato nella scena iniziale. Émile lo aiuta a imparare a volare. È tenera e struggente, questa tacita amicizia fra due esseri in transizione che tribolano, ciascuno a proprio modo, a percorrere questa nuova inaspettata strada su cui si sono ritrovati.
In superficie — o per semplici esigenze di distribuzione — The animal kingdom passa per fantascienza, distopia, coming-of-age, ma anche solo guardando questo rapporto tra Émile e Fix, due giovani in cerca della loro mutata identità, capiamo come la pellicola resista a ogni tradizionale e univoca categorizzazione.

Permea la storia una forte tensione non già verso il politico, bensì verso l’allegorico, in virtù della quale il film si scrolla di dosso ogni etichetta, ogni messaggio, si schiera dalla parte della non-violenza, invita al rispetto fra le specie umana, animale, vegetale, senza per questo diventare un manifesto. E quanti ne vediamo oggi nelle sale, di film-manifesto! Per l’empowerment femminile, per la differenza di genere, di razza, di religione, di età. Tutti con la loro bella tesi spiattellata dal primo all’ultimo minuto. Il regno animale non prende parti: mostra la prospettiva dell’uomo, spaventato — anche comprensibilmente — da questo mutato stato delle cose; e mostra la prospettiva delle creature, inermi, che da un giorno all’altro si trovano dalla parte dei braccati. Il regno animale non prende parti perché lascia allo spettatore la libertà, e il compito, di farlo.
Alleluya.
I film ogni tanto — troppo raramente — regalano delle sequenze che paiono sospese, dei capitoli a se stanti, la cui funzione è, da un lato, irrobustire l’anima della storia, e dall’altro, proiettarla in una dimensione universale.
Verso la fine di The animal kingdom ci ritroviamo per qualche minuto immersi nel verde. Una foresta che sembra appartenere all’epoca prima degli ominidi, quando fra le selve si aggiravano solo animali, nelle acque nuotavano solo pesci — e il nostro incanto, da spettatori, è pari a quello dei due scienziati che arrivavano a Jurassic Park e vedevano un brachiosauro vivo. Émile, sprofondato in questo eden pre-antropizzato, osserva tutte le creature libere di muoversi ed esistere, gli alberi svettare, la natura respirare tranquilla. Da quella manciata di minuti, sprigiona un grande senso di armonia.
Cailley riesce ad evocare una comunione tutta terrena, e al contempo ultra-terrena, tra le forme della natura, un’ipotesi di coesistenza in cui noi antropocenici figli di cemento e confini, per un attimo, ci beiamo. Purtroppo quella visione d’un possibile ecosistema pristino e incontaminato in cui coabitare armoniosamente ha vita breve. L’esercito incombe. Elicotteri, camionette, soldati armati fanno irruzione nel locus amœnus — che altri non è se non il nostro mondo! — e spezzano il simbiotico equilibrio che vi regna. Cominciano a sparare. Ferire. Catturare. Le parti si confondono, e le domande fioccano. Chi è la bestia? Chi è l’umano? Cosa rende umano un umano? Cosa succede quando l’uomo — letteralmente, il portatore di umanità — si comporta in maniera brutale, e legittima questo comportamento a livello istituzionale? Simili quesiti si sganciano pressoché istantaneamente dalla finzione cinematografica, e istantaneamente si applicano al nostro reale quotidiano.
Di bello da vedersi, nel film, c’è anche il rapporto che unisce padre e figlio — va detto che entrambi gli interpreti, Romain Duris e Paul Kircher, se fanno bene il loro lavoro quando recitano da soli, lo fanno benissimo quando recitano insieme. Mentre Émile deve fare i conti con la mutazione fisica, il padre deve accettare il cambiamento — l’ennesimo — del suo assetto famigliare. E forse il cambiamento è la chiave che schiude Il regno animale. La fatica che tutti facciamo ad accettarlo, sempre. François realizza, con non poca pena, che la sua famiglia non sarà mai più la stessa. E che la libertà dell’altro viene prima di tutto. Anche se l’altro è carne delle tua carne. Anche se devi infrangere la legge e straziarti il cuore per lasciarlo libero.
Oltre a mantenere un ritmo serrato da action movie, e l’intensità emotiva del dramma, il film si fa apprezzare anche per il lato tecnico. Il regista non ha voluto ricorrere a effetti speciali. Tutti gli stunt, i voli, le scene d’azione, la riproduzione dei versi e le sembianze dei personaggi, sono frutto di un’intensa preparazione fisica degli attori, training speciali per ricreare i suoni e i movimenti, sedute di trucco — non di ritocco al computer. Anche per questo, la lavorazione del film ha richiesto sette anni.
Ci congratuliamo con Cailley. Non solo per la tenacia, ma anche per raver intuito che il modo più coerente per raccontare questa storia sulla natura come biosistema, i rischi che le stiamo facendo correre, la civiltà e l’inciviltà che abitano le nostre società e il nostro animo, era impiegare i mezzi che la natura stessa ci offre: i corpi, la voce, gli sguardi, le sintonie che si creano fra tutti gli esseri viventi.
| Titolo originale: Le règne animal Regia: Thomas Cailley Attori: Adèle Exarchopoulos, Romain Duris, Paul Kircher, Nathalie Richard, Nicolas Avinée Genere: Avventura Anno: 2023 Paese: Francia Durata: 130 min Data di uscita: 13 giugno 2024 Distribuzione: I Wonder Pictures |
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