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Immagine: Jason Eppink CC BY 2.0

Ceci n’est pas une pipe

Tempo di lettura: 5 minuti

Ceci n’est pas une pipe.

Il Cine-gate numero 3 potrebbe sembrare dedicato a Povere creature. Ma diffidate dalle apparenze: non lo è. Esattamente come la pipa di Magritte, che era una pipa sulla tela, ma non lo era nella realtà — in pochi ricordano che il titolo del dipinto è Il tradimento delle immagini.

La pipa che mi interessa, dunque, non è l’ultimo film di Yorgos Lanthimos, bensì la relazione che esso intrattiene — ovvero non intrattiene — con la sua produzione precedente. Finirò poi a ragionare sulla digeribilità del cinema degli ultimi tempi.

Se mi avessero detto, guarda questo film dal titolo Povere creature!, e indovina chi l’ha diretto, difficilmente avrei fatto il nome di Lanthimos. La presenza di Emma Stone sarebbe stata un buon indizio. E anche l’uso insistito del grandangolo, che avrebbe senz’altro richiamato alla memoria La favorita. Ma per il resto, Povere creature!, è un oggetto cinematografico che si fatica a inserire nella filmografia altamente disturbante del regista greco.

 

E non ti pare disturbante, Povere creature!?, strilla il novantanove su cento degli spettatori che l’hanno visto.

Certo, come no, disturbante lo è. A livello cutaneo. Con quei corpi dalle epidermidi incise, dalle carni sezionate, tra i quali Bella Baxter cresce, divertendosi a infierire su di loro, piantandogli un bisturi in viso con lo stesso discolo candore di un bambino che affonda le dita nella marmellata e poi le osserva, incantato.

Disturbante anche a livello uterino. Perché Bella Baxter è perversamente madre e figlia di se stessa, in un corto circuito pre-primiparo davanti al quale è difficile rimanere indifferenti. Il suo corpo è il corpo di una donna incinta morta suicida, il suo cervello, il cervello del feto che portava in grembo, estratto e reimpiantato nella sua scatola cranica per mano di Godwin Baxter — un dottore che proprio bello da guardare non è.
Disturbante, senza dubbio.

Tuttavia, siamo immersi da subito in un’ambientazione che più smaccatamente lovecraftiana non si può, una favolaccia nera in tutto e per tutto: stringiamo in mano le istruzioni per l’uso sin dal primo gotico minuto.
Questa è la grandissima differenza fra Povere creature! e il cinema di Lanthimos che l’ha preceduto, dove le istruzioni non erano affatto incluse nel pacchetto, e lo spettatore doveva scriversele da solo dopo aver smontato e decodificato quello che aveva appena visto.

In Kinetta, Alps, Dogtooth, The Lobster, The Killing of the Sacred Deer e, in misura minore, La favorita, si entra — con l’inconsapevolezza d’un agnello — nello scioccante mattatoio creativo del regista. Per cogliere un barlume di luce — ovvero, per capirci qualcosa nello scellerato mondo in cui viviamo — devi attraversare molta tenebra, questo sembra dirci Lanthimos con il suo cinema.
E di tenebra, con Dogtooth, ce ne aveva fatta attraversare parecchia.

Due genitori segregano i tre figli in casa. Per “proteggerli” dalle grandi insidie là fuori, li tengono chiusi dentro. Stravolgono il linguaggio che gli insegnano, rinominando gli oggetti; impongono divieti e riti folli spacciandoli per norma; manipolano tutto il manipolabile possibile, stroncando ogni minima libertà di movimento, espressione e pensiero. Un incubo senza via di scampo che ricorda gli ambienti di coercizione psico-fisica proposti da Arancia meccanica, Funny Games, Il nastro bianco, Eyes Wide Shot. Lo scopo? Mostrare quanto potente e castrante sia ancora il ruolo esercitato dalla famiglia e dai rapporti di coppia nella nostra società — di sicuro riconoscerete qualcosa di spiccatamente buñueliano in questo intento.

Nel cinema di Lanthimos pre-Povere Creature tutto è distopico, grottescamente assurdo, altamente simbolico. Spiazza, smarrisce. Siamo indotti a rapportarci di continuo con il metaforico, a fare la spola tra l’universo proposto e quello a cui rimanda. Il malessere che ci assale quando veniamo calati in contesti domestici (Dogtooth), interfamigliari (The Killing of the Sacred Deer) e relazionali (The Lobster) così degenerati, ha consistenza metafisica. Non è il disgusto fisico che proviamo davanti al mostruoso di Povere creature!

Povere Creature!, dunque, lascia gli abissi per viaggiare in superficie, e sbarcare nelledutainment. Ci divertiamo come matti a osservare il percorso di formazione linguistico, culturale, motorio e soprattutto sessuale di Bella Baxter. Ci incantiamo davanti ai mondi fantastici che attraversa — un lavoro di artigianato estetico impressionante, le scenografie. Siamo, in sostanza, Team Bella Baxter. Assistiamo divertiti alle schermaglie verticali e orizzontali con l’avvocato Wedderburn. Plaudiamo il sodalizio tra lei e Max, il giovane dottore dalle vedute progressiste che la supporta nel suo cammino di conoscenza ed emancipazione. Siamo al suo fianco quando l’ennesimo lupo travestito d’agnello vuole gettare lei, futur-Bella, nelle muffite segrete del convenzionale vittoriano. Lei. La reinventrice di se stessa, opera d’ingegno in moto perpetuo! L’oltraggio varrà al lupo una bruttissima fine.

Ma l’edutainment non è solo fun, è anche edu. Per Bella stessa, e per noi del pubblico. All’inizio la giovane viene formata da Godwin Baxter, pigmalione-padre-mentore-creatore, che le insegna come parlare, come comportarsi, cosa osservare, cosa studiare. Poi, nel momento in cui decide di esplorare il mondo da sola, diventa padrona della propria formazione. Legge i libri che vuole leggere. Vive le esperienze che vuole vivere. È attraverso la fase da autodidatta che Bella si affranca dalle regole sociali che la vorrebbero in un certo modo — mansueta, timorata, inibita — e diventa quella che desidera diventare — colta, emancipata, indomita.
Noi del pubblico beneficiamo per interposta persona: Bella impara, noi impariamo vedendo lei che impara. Il più classico dei principi d’identificazione alla base del Bildungsroman. E infatti, la storia di Bella è la più classica delle storie. Per quanto steampunk, goth e assidua praticante di furious jumping, Bella Baxter è Pinocchio. Alice in Wonderland — letterariamente, se la guardiamo in controluce, intravediamo in lei anche Jo March (Piccole donne) e Modesta (L’arte della gioia).

Ma come?

Lanthimos che sceglie la più classica delle storie?

Che prepara un piatto a così alta digeribilità?

Sono questi gli interrogativi che mi tormentano, non le avventure di Bella Baxter, l’amica quirky che tutti vorremmo avere — la polimata disinibita che tutte vorremmo essere? Perché se anche Lanthimos fabbrica un prodotto che, per essere assimilato, non richiede alcuno sforzo epistemologico come avevano preteso i suoi film precedenti, se anche lui sceglie la strada dell’istantaneo favolistico — abbiamo visto, con C’è ancora domani, quanto quella strada si lastrichi magicamente d’oro — se le cose stanno così, allora comincio a interrogarmi sulla salute del cinema, e non solo. Il fenomeno della leggibilità spinta sta dilagando anche nella letteratura, nella musica. Più il mondo si complica, più la rappresentazione che ne viene data tende a semplificarsi.

Tre brevi anamnesi a questo proposito. Barbie è un piacevolissimo bignami in technicolor sul patriarcato made-in-USA. C’è ancora domani, una sua infelice malacopia in bianco e nero, versione Testaccio. American Fiction è il volume dedicato agli stereotipi afroamericani nell’editoria d’oltreoceano.

Fortunatamente, i Kaurismaki, gli Hamaguchi, le Ducournau — i Radu Jude, gli Alexandre Koberidze, i Nuri Ceylan, i Cristian Mungiu — sono sempre all’opera, là fuori, e continuano, con le specialità complesse che sfornano, a porci domande, a scioccarci, a spingerci le testa nel buio: prima o poi, a furia di guardare, vedremo qualcosa.
Ci aspettavamo che Lanthimos rimanesse nel gruppo.

E quasi spiace rimarcarlo, ma adattare una storia tratta da un romanzo, per altro di molto semplificandolo, non costituisce un’attenuante: Jonathan Glazer ha adattato il romanzo di Martin Amis e guardate che articolata meraviglia è La zona d’interesse.

Speriamo che il prossimo film, riporti il regista greco sui suoi passi.

Perché il cinema d’autore resiste, e ritorna.

Sapete quale film è stato nominato il migliore di tutti i tempi dalla prestigiosa rivista Sight & Sound del British Film Institute? (Dal 1952, una volta ogni dieci anni, il periodico conduce un sondaggio fra i più autorevoli critici cinematografici: la classifica, diventata un’istituzione, ha incoronato, nel corso di un settantennio, giganti come Ozu, Hitchcock, Welles).

Il miglior film di tutti i tempi decretato dall’ultimo sondaggio (edizione 2022) è Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles. Di quella maestra mai abbastanza applaudita di Chantal Ackerman. Tre ore e venti minuti di camera fissa puntata su una donna e sulla sua micidiale routine domestica, nelle quattro stanze del suo appartamento a Bruxelles, negli anni ’70. Tre ore e venti che denunciano i silenti scempi commessi dal patriarcato, senza filtri né retorica, morali e spiegoni, che ci obbligano a condividere il disagio di una casalinga completamente fagocitata da un sistema oppressivo, e alla lunga fatale tanto per le donne quanto per gli uomini.

Questo Cine-gate voleva scavalcare le favole nere, le favole rosa, le favolette in bianco e nero, e arrivare qui, al cospetto di Jeanne, progenitrice di Bella Baxter, e di tutte noi.

Ve l’avevo detto, no?

Ceci n’était pas un pipe.

 

 

Titolo originale: Poor things
Regia: Yorgos Lanthimos
Attori: Emma Stone, Mark Ruffalo, Willem Dafoe, Ramy Youssef, Christopher Abbott
Genere: Commedia, drammatico
Anno: 2023
Paese: USA
Durata: 141 min
Data di uscita: 25 gennaio 2024
Distribuzione: Walt Disney Pictures

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