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La bête

Tempo di lettura: 6 minuti

Mamma, li francesi!


Eh sì, fanno paura, i francesi. Nel senso che sono bravi da far paura.
Dopo aver dedicato gli ultimi due Cine-gate al cinema francese, avrei voluto cambiare disco. Metter su musica d’altrove. E, croyez-moi, ci ho provato. Con Drive-Away Dolls di Ethan Coen. La chimera, di Alice Rohrwacher. Con altri film indipendenti, fra i quali salvo Lost Country di Vladimir Perišić. Nessuno mi ha spinto a scriverne, però.
E poi è uscito La bestia, di Bertrand Bonello, e rieccomi a sviolinare lungo la Senna.

La bestia
ha un debito di riconoscenza verso The Beast in the Jungle, un romanzo breve di Henry James del 1903. Il film non è un adattamento, e non è nemmeno una rivisitazione. Per dirla con la matematica delle proporzioni, La bestia sta al testo di James come La zona d’interesse sta all’omonimo romanzo di Martin Amis. Bonello e Glazer hanno estratto lo spirito madre dai due testi letterari, e poi hanno fatto tutto di testa loro. Bonello, in modo particolare, lo ha portato in dimensioni che non avremo mai osato immaginare.
Questo mi ricorda le parole di Godard. Parole che ripeto spesso, da scrittrice. “L’importante non è da dove prendi le cose, ma dove le porti”.
Ave, Jean-Luc.


Ne La bestia lo spettatore deve essere pronto a spostarsi fra tre epoche storiche diverse: il 1910, il 2014 e il 2044. La nostra navicella è Gabrielle, la protagonista. Accanto a lei Louis, satellite che le orbita attorno e per il quale tifiamo dal primo minuto al penultimo. L’ultimo, riserva un colpo di scena da cui rialzarsi è non poco gravoso.

Nel 1910 Gabrielle e Louis s’incontrano in una Parigi dolce di luci e Belle Époque.
Lei è una pianista di successo, felicemente sposata con un fabbricante di bambole, anche lui di successo. Non è Emma Bovary pronta a salire sulla prima carrozza che la porti via da Charles Bovary, e suo marito non è Charles Bovary, gretto medico di campagna. Sono una coppia complice e affiatata.
Ma Louis è un’altra cosa. Poemi epici dentro uno sguardo. Silenzi accesi di desiderio.
Prendono a frequentarsi. Una passeggiata. Una crêpe. L’opera. Siamo nel 1910: le convenzioni non permettono nulla di indecoroso. Ma questo non impedisce alla tensione erotica fra i due di riempiere ogni spazio che li divide. Fino a un giorno fatidico in cui la visita di Louis alla fabbrica di bambole vedrà i due fluttuare — letteralmente — verso un destino assolutamente inaspettato.

Nel 2014 Gabrielle è un’aspirante modella francese da poco sbarcata a Los Angeles per cercar fortuna — come Betty Elms, Mulholland Drive, sì. Fa anche la house-sitter, cioè risiede in una villa super lusso mentre i proprietari sono via.
In questo nuovo segmento temporale, Louis è un trentenne sul punto di esplodere — come William Foster, Un giorno di ordinaria follia, sì. Nessuna ragazza l’ha mai degnato di uno sguardo e lui riversa su Youtube tutte le sue pene d’amor cercate e mai godute. Il suo odio represso per ogni donna. Non ci vuole molto a capire che Louis ha il profilo dello psicopatico: un ragazzo originariamente buono di pasta, ma così amareggiato dalle cose da fare della vendetta la sua unica ragione di vita. Adocchia Gabrielle al 1972, un dancing club su cui torneremo, comincia a seguirla ovunque e a intravedere in lei la vittima sacrificale perfetta. Una scossa di terremoto gli darebbe la possibilità di stringere un rapporto umano — persino sentimentale — con lei. Ma lui rifiuta e…

Nel 2044 Gabrielle sta per sottoporsi alla purificazione del DNA.
Nel mondo degli anni ‘40 del 2000, immagina Bonello, gli umani si sottopongono a una procedura per rimuovere i traumi e i brutti ricordi del passato e vivere per sempre apatici e indifferenti come i perfetti automi che li circondano. Gabrielle ripercorre i traumi delle sue passate esistenze — lei nel 1910, lei nel 2014 — e si rende conto che l’unica cosa che vuole è rincontrare Louis.
Intanto l’Intelligenza Artificiale che governa il procedimento — e tutto il mondo, a quanto pare — la informa che la sua personalità non è compatibile con la procedura: fa parte dello 0,7% di casi in cui essa risulta inefficace. Gabrielle, dunque, non è fatta per rimuovere il dolore, per non sentire più nulla. Non è fatta per diventare una Kelly qualsiasi. Kelly è l’automa privo di emozioni che le è stato assegnato per prendersi cura di lei, e che ricorda tantissimo Klara di Klara e il sole, il romanzo bello e avverabile — sempre più avverabile — di Kazuo Ishiguro.
Gabrielle raggiunge allora il dancing club 1963 sperando di trovare Louis, e lo trova — nel corso del film tre dancing club, il citato 1972, il 1980 e il 1963 sono luoghi (ma anche epoche storiche!) in cui Gabrielle e Louis convergono, si sfiorano o si incontrano. Gabrielle è al culmine della gioia, convinta che anche lui sia pronto ad amarla, che anche il suo DNA non sia stato resettato per vivere una vita dominata dall’assenza di passioni, dall’atarassia. Così crede Gabrielle e così crediamo noi, ma…


La bestia è una creatura cerebrale, ma non fredda. Il romanticismo che alimenta l’amour impossible tra Louis e Gabrielle durante la Belle Époque, e la malinconia che sprigiona da Gabrielle, modella persa in una Los Angeles lynchiana, persino gli sproloqui di Louis nel 2014, tra il patetico, il comico e il ridicolo, emanano una strana tenerezza che fa di lui un personaggio tragico a tutto tondo, non il villain psicopatico, ed eliminano le distanze fra noi pubblico e loro personaggio.

È un film che fa sorgere dilemmi con cui è difficile confrontarsi, a partire dalla bestia stessa. Ovvero la nostra capacità di sentire. Ovvero il fondamento della nostra umanità. Ovvero, contestualmente, la nostra prima sciagura, l’amore. Ce ne dobbiamo liberare una volta per tutte, di questa bestia, delle tribolazioni che ci causa? Oppure dobbiamo proteggerla giacché lei — lei e qualche manciata di geni — ci distingue dalle bestie propriamente dette? Dobbiamo subirne il bello e il cattivo tempo? Lasciarle partorire relazioni, e lasciargliele uccidere, per poi ricominciare daccapo?
 
Il film, l’avete capito, non segue uno sviluppo diacronico. È frammentato e discontinuo, e questo potrebbe spaventare. In realtà tutto riferisce al 2044: è da quel futuro che tutto parte e verso cui tutto tende. Lo spettatore non si smarrisce perché Bonello ha trattato il film come se fosse un testo dentro il quale è possibile — e bello — andare a caccia di isotopie: ha sparso sapientemente nella trama una serie di spie che possiamo cogliere, rimandi interni che danno coesione e struttura.
Un esempio. Il marito di Gabrielle nella Parigi anni ‘10 produce bambole. Bambole perfette, inespressive. La Gabrielle del 2014 cerca in internet una clinica per sottoporsi a una rinoplastica, e intervenire così sul proprio viso per conformarlo agli standard di bellezza imposti dallo showbiz losangelino. La Gabrielle del 2044 accetta di sottoporsi a un intervento di rimozione della memoria: è pronta a liberarsi da ciò che la rende umana.
Che si tratti di un difetto al naso o di un fardello di traumi, lo scopo a quello di rimuovere, omologare, de-umanizzare. Quale prop migliore di una bambola dalle fattezze antropomorfe per umanizzare, ma al contempo disumanizzare, questa intenzione?

E ancora. Il film si apre con Gabrielle, la Gabrielle del 2014 a cui viene chiesto di girare una scena con un green screen per sfondo — un inizio ironico dietro il quale immagino Bonello ridere sotto i baffi. La ragazza deve fingere di provare un grande spavento, come se fosse attaccata da una bestia, e poi afferrare un coltello per difendersi.
Per chi ama andar in cerca di ridondanze, questo è un ritrovamento troppo goloso per non essere colto: Gabrielle è minacciata sin dalla prima scena — che è una ripresa cinematografica, una finzione. È come se la scena contenesse già, e rifrangesse, lo sventurato destino che perseguita le Gabrielle delle tre epoche storiche.


Quanto alla finzione. Tutto il film è costellato di schermi, veri e metaforici. Lo schermo del computer di Gabrielle, per esempio, che a un certo punto, si ricopre di virus, banner, pop-up, video raccapriccianti e pubblicità di inquietanti medium pronte a predirle il futuro. Gli schermi televisivi che proiettano le immagini riprese dalle telecamere di videosorveglianza e mostrano Louis — versione psicopatico — mentre fa irruzione in casa di Gabrielle: noi lo seguiamo avvicinarsi alla stanza in cui lei è rifugiata, attraverso quelle immagini. Ciò che accade e ciò che vediamo si fonde in un glob indistinto che non permette più di capire quale sia il confine tra reale e rappresentato, tra vero e virtuale — la croce dei nostri tempi. È una scena montata magistralmente, il cui obbiettivo è quello di accendere in noi un senso di terrore per quello che sta succedendo (un terrore classico, hitchcockiano, da c’è uno sconosciuto in casa mia!) e di angoscia per quello che sta accadendo a livello informatico.

Ho lasciato la sala cinematografica con lo stordimento delle volte in cui vengo gettata in qualcosa di ignoto, inquietante e maledettamente audace.
Bonello ha preso i generi — distopia, fantascienza, melodramma, romance, thriller, horror — e li ha ibridati, senza il timore di spingere la creatività in zone estreme.
Julia Ducournau l’aveva fatto con Titan nel 2021, portandosi a casa la Palma d’oro. Thomas Cailley l’ha fatto l’anno scorso con Il regno animale.

Se cerco tra i film di autori italiani che sfidano le convenzioni stilistiche negli ultimi anni, ne trovo subito uno, Disco Boy di Giacomo Abruzzese — e ce ne saranno sicuramente altri. Ma non raggiunge questo livello di arditezza formale, stratificazione semantica, pedigree letterario, provocazione filosofica e sguardo obliquo a IA, futuro e presente.
È nella ricerca continua e temeraria di nuovi linguaggi espressivi, che non sminuiscono il contenuto, ma che nemmeno a esso sottostanno, è lì che vedo brillare il futuro del cinema.


Mamma li francesi, allora. Che si cimentano, azzardano, spadellano, e accanto a prodotti cinematografici che garantiscono l’effetto comfort food — rassicuranti e smaccatamente fait-en-France, tipo il risparmiabilissimo La passione di Dodin Bouffant — sanno servirci delizie sopraffine come La bestia.

Titolo originale: La bête
Regia: Bertrand Bonello
Attori: Léa Seydoux, George MacKay, Guslagie Malanga, Philippe Katerine, Parker Henry
Genere: Fantascienza
Anno: 2023
Paese: Francia, Canada
Durata: 145 min
Data di uscita: 7 febbraio 2024
Distribuzione: I Wonder Pictures

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