Potrei dedicare il secondo Cine-gate alla divin creatura tutta terrena Bella Baxter, discendente evoluta di Eliza Doolittle, uscita prima dalla penna di Alasdair Gray e poi dalla cinepresa di Yorgos Lanthimos. Potrei spendere lodi su questo racconto di formazione in cui il rosa empowerment con cui Barbie ci aveva inondato ad agosto sfuma in tutte le tinte dark del gotico: nero (nerissimo), scarlatto (sangue, a fiumi, a fiotti), ciano (di cieli e cadaveri). Lo attendevo, Povere creature, sin da quando vinse il Leone d’Oro a Venezia. Ma l’aspettativa è subdola forza. Gonfia, gonfia, gonfia, e poi spesso, anziché far levitare il palloncino, tira fuori uno spillo. Il film non mi è certo scoppiato fra le mani, ma partiva già alto. Lì è rimasto, mentre io vagheggiavo quote empiree, la Candida Rosa dopo i nove cieli danteschi, per dire.
Allora, lascio da parte gli esilaranti, sfrenati appetiti di Bella Baxter, e rimango in regioni oscure. Quelle del male, nello specifico. Auschwitz, nel geografico.
La zona d’interesse. Jonathan Glazer.
Quando fu presentato a Cannes, lo scorso maggio, mi dissi, quel courage. Un film sull’Olocausto dopo Train de vie. Dopo Schindler’s List. Dopo La vita è bella e Bastardi senza gloria — se ne potrebbero citare altri, ma questi quattro hanno segnato la storia del cinema ciascuno attraverso un proprio linguaggio distintivo.
Pensi che il genere, con le pellicole di Mihăileanu, Spielberg, Benigni e Tarantino, abbia danzato attorno a vette inarrivabili. Dal comico-irriverente, al drammatico-tragico, al buffo-tenero, al grottesco-dissacrante.
Più di così?
Fortunatamente Glazer non si è lasciato intimorire. Ha preso l’idea alla base dell’omonimo romanzo di Martin Amis — La zona d’interesse (2014) — e una decisione audace. Ha spostato l’obbiettivo di pochi metri, spingendolo fuori dal campo di concentramento e dentro la casa del direttore del campo di concentramento, di là dal muro di cinta. Lo spostamento è minimo solo nella logistica: nella sostanza, aggiunge al genere una nuova pagina che si differenzia nettamente dalle precedenti.
Rudolf e Hedwig Höss, comandante del campo e consorte, hanno una famiglia modello di là dal muro. Moglie e marito complici, parlano di tutto, ridono, scherzano, e vantano una figliolanza da copertina: pargoli paffuti, sani, l’orgoglio del Terzo Reich. La loro routine è fatta di pasti condivisi, pomeriggi all’aria aperta, déjeuner sur l’herbe lungofiume (qual perverso omaggio a Monet, la scena d’apertura!), e quando l’acqua del fiume porta a galla orrorosi brandelli della realtà di là dal muro, c’è sempre la piscina — già, pure la piscina — nel giardino di casa. Sì perché, accanto all’inferno, gli Höss hanno costruito il proprio Eden. Con tanti fiori, tante verdure, persino la pergola: Frau Höss ha nostalgia del loro viaggio in Italia, quindi ha portato un po’ d’Italia ad Auschwitz. Amore di moglie.
Tutto scorre liscio e bovino nella vita degli Höss. Sylvia Plath parlava di «felicità mucchesca». Ecco. Il bestiale appagamento del piccolo quotidiano.

Tuttavia la realtà incombe e s’insinua nell’idillio in forma sonora e aerea. Siamo infastiditi da un frastuono indistinto, lontano, eppure continuo, interrotto ogni tanto da uno sparo. Un latrato di cani. Un grido. Lo spettatore è molto consapevole di questo sgradevole, — inquietante — sottofondo, e immagina che anche la famiglia Höss lo sia. Che la famiglia abbia accettato quell’inconveniente pur di avere così tanto in cambio — il villino, il giardino, la piscina. Certo, si tratta di urla, colpi di pistola ed esalazioni di carni umane gassate e cremate… Ma con tutti quei pro, chi non chiude un occhio davanti a qualche contro?
Be’, qualcuno c’è, pare risponderci, sornione, Glazer. Tipo la madre di Frau Höss. Giunta in visita, capisce ben presto una semplice verità della fisiologia umana: così come certi suoni non si possono silenziare, l’aria non si può non inspirare. Inizialmente ammaliata dal nido bucolico costruito dalla figlia e dal genero, la donna comincia dopo poco a manifestare strani sintomi: prende a tossire, gli occhi a lacrimare. Nella grettezza della piccola borghese che è, la signora avverte che dietro il profumo delle gardenie, puzza la cenere, dietro la cenere, altro, non legna da ardere. Ne rimane talmente sconvolta da non poterlo sopportare, e se la squaglia — letteralmente, classicamente — a notte fonda, senza dire niente, senza nemmeno attendere il risveglio della famiglia. Lascia un biglietto, il cui contenuto intendiamo dalla reazione furibonda della figlia quando si accorge che la madre se n’è andata. Una fuga che per lei è un tradimento: la madre ha osato mostrare la crepa nella porcellana di vita con cui lei e il marito — ma soprattutto lei, diciamocelo — si sono scrupolosamente circondati. Sandra Hüller, da grandissima attrice qual è, sparisce del tutto e ci lascia Hedwig, la ruspante, fumantina, mammifera Hedwig.
E certo anche lui, Rudolf, è tutto fuorché l’immagine del classico comandante delle SS. Padre premuroso, marito attento, amante degli animali e della natura. L’intento di Glazer non è quello di sbatterci in faccia il mostro nella sua alterità, bensì di normalizzarlo, spogliandolo dagli elementi che ci permettono di distanziarci da lui, e rendendolo molto molto simile a noi, comuni cittadini, brava gente. Così facendo, Glazer accorcia pericolosamente la distanza fra noi e il male.
«Volevo far filtrare il presente nel film, intrecciare il qui e ora con il là e l’allora. Volevo che il film risultasse scomodo, così come volevo evitare la sicurezza che ci deriva quando ci spingiamo nel tempo allontanandoci dal presente». Così ha dichiarato il regista a noi, platea di spettatori del MoMA, lo scorso dicembre a New York, in occasione di una proiezione seguita da un Q&A.
Ma questo film, contrariamente a quanto detto e scritto, non è sulla banalità del male. È, invece, un case study efficacissimo sull’indifferenza. Non solo — non tanto? — quella dei coniugi Höss e del popolo tedesco dell’epoca, ma della nostra, esseri umani moderni che eccelliamo nella micidiale arte del compartimentalizzare. Noi che riusciamo a vivere nel nostro giardinetto tranquillo, a preoccuparci del nostro piccolo io, mentre il mondo fuori brucia — non è un caso che Christian Petzold, con il suo piccolo splendido Il cielo brucia (Afire), inchiodi lo spettatore contemporaneo allo stesso modo di Glazer.
La zona d’interesse è un film profondamente disturbante perché disturba il nostro quieto vivere contemporaneo, non perché mostra brutalità del passato attraverso immagini di repertorio, o mucchi di cadaveri finemente riprodotti. In questo ricorda molto la violenza nascosta della cinematografia di Haneke: calma apparente in superficie, demoni scalpitanti sotto.
E il presente evocato dal regista è una scheggia che, in un punto ben preciso del racconto, si conficca nel corpo del film, facendo trasalire noi, spettatori 2.0. Osserviamo degli addetti alle pulizie rassettare Auschwitz oggi. Spazzano il pavimento nella sala dei forni crematori, puliscono i vetri delle teche che contengono centinaia di scarpe e valige. È una sequenza che ci mette estremamente a disagio perché prosegue sulla via della normalizzazione. Cosa c’è di più normale delle pulizie? E quella scheggia di presente ha un doppio effetto — extradiegetico e diegetico, potremmo dire — ovvero su noi in platea e sul Comandante Höss, il cui stomaco, poco dopo aver ricevuto l’ordine di dirigere una maxi operazione stermina-ebrei, non regge e si rivolta.
Contrariamente a quanto si possa immaginare, c’è pochissima notte in La zona d’interesse. Tutto accade alla luce del sole. Perché tutto, se ci pensiamo, accadeva alla luce del sole. Per le poche scene in notturna, Glazer ha avuto la felice intuizione di adottare la termografia. Mentre il buon padre di famiglia legge le favole della buonanotte ai figli, noi vediamo una ragazzina del movimento partigiano ebraico uscire di nascosto e lasciare dei frutti là dove i prigionieri possano trovarli. I nostri occhi vedono una sagoma chiara muoversi furtiva in mezzo al nero, una ragazzina molto simile ad un’Alice senza Paese delle Meraviglie, pronta a rischiare la vita per aiutare la sua gente nel paese degli orrori. Sono immagini di grande forza emotiva e simbolica. Se la mai dimenticata bambina dal cappottino rosso di Spielberg denunciava l’indifferenza del mondo davanti al genocidio, ma anche il candore perduto dell’innocenza irrimediabilmente macchiata di sangue, la bambina di Glazer, punto luminoso sprofondato nella tenebra, è la speranza attiva e combattiva che si rimbocca le maniche e agisce. Quale scelta migliore di una termocamera per rilevare, e trasmettere, calore umano? Certo non basta a stemperare la glacialità del film — aspetto rilevato da pubblico e critica — ma ci ricorda che laddove la disumanità arriva a imperare di giorno, l’umanità può continuare a lavorare ostinata, non vista, in cuore alla notte.
Da oggi, insieme a Train de vie, Schindler’s List, La vita è bella e Bastardi senza gloria, brilla, nero, La zona d’interesse.
| Titolo originale: The Zone of Interest Regista: Jonathan Glazer Attori: Sandra Hüller, Christian Friedel, Ralph Herforth, Max Beck, Sascha Maaz Genere: Drammatico, storico Anno: 2023 Paese: Gran Bretagna, Polonia, USA Durata: 105 min Data di uscita: 22 febbraio 2024 Distribuzione: Wonder Pictures |
- The animal kingdom
- Il libro delle soluzioni
- Ceci n’est pas une pipe
- C’era una volta in Bhutan (The Monk and the Gun)
- La zona d’interesse
- Perfect days
- La bête
- Form-porn
- Kinds of Kindness
- Io & Sissi
- Borgo: dalla parte di Mélissa
- L’Odissea secondo Christopher Nolan
- L’attachement: i legami che scegliamo
- La più piccola: il cinema della vita secondo Hafsia Herzi
- Un poeta: ballata amara per anime disallineate
- Dead Man’s Wire
- Sirāt: non sapere dove si sta andando
- Die My Love: guardate lei
- The Ugliest Stepsister: un film che non assolve le donne e che condanna gli uomini
- Alpha: un film sulla cura, sulla solitudine, sull’amore
- If I Had Legs I’d Kick You: primo piano su una donna
- Enzo: un piccolo miracolo
- El Jockey: un folletto di film
- Il sale della terra: scrivere con la luce
- The Clock: alla ricerca del tempo, per perderlo e ritrovarlo
- Sad Jokes: le battute tristi infarciscono la nostra quotidianità
- Comme le feu: sulla via del disturbante
- The Girl with the Needle: il mondo è un posto orribile
- Here
- Parthenope
- Risemantizzare il musical: Emilia Pérez e Joker: Folie à deux
- Dahomey
- The Substance
- Dostoevskij




