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Il libro delle soluzioni

 

Il 10 marzo si è concluso, al Lincoln Center, Rendez-Vous with French Cinema 2024, il festival che porta a New York il meglio del cinema francese uscito durante l’anno. In questa edizione s’è visto del buffo, del buono e del cattivo. Parlare del cattivo — Les Indésiderables (Ladj Ly) e, in certa misura, L’amour et les forêts (Valerie Donzelli) — non ci edifica, quindi parleremo del buffo e del buono. In entrambi i casi si tratta di molto buffo e di molto buono.

Partiamo dal primo, Il libro delle soluzioni di Michel Gondry.

Il prossimo Cine-gate si occuperà del molto buono: non ve lo perdete.

 

 

Tutti quelli che hanno visto Se mi lasci di cancello (2004), dopo l’immancabile brivido di disgusto davanti alla traduzione del titolo in italiano, si sciolgono in un mare di apprezzamenti. È uno di quei film che diventano tappa obbligatoria nel percorso di formazione emotiva, prim’ancora che cinematografica, di ciascuno. Un po’ come leggere Il giovane Holden. Essere lasciati. Lasciare.

Michel Gondry ha marcato altre tappe dopo Eternal Sunshine of the Spotless Mind — il disgusto si scaccia ricorrendo al soave originale. Io m’era invaghita di L’arte del sogno (2006), una piccola grande folie d’amore e d’immaginazione con un Gael Garçia Bernal e una Charlotte Gainsbourg così complici da non farci rimpiangere Kate Winslet e Jim Carrey. Avendo visto Il libro delle soluzioni, l’ultima delizia firmata dal regista francese, e presentata al Festival di Cannes nella Quinzaine 2023, capisco quanto L’arte del sogno l’abbia precorsa.

Ne L’arte del sogno, il protagonista Stéphane, alter ego di Gondry, era un creativo, sognatore, romantico e pasticcione che confondeva reale e onirico, e si innamorava di Stéphanie, ineffabile creatura fatta della sua stessa pasta. Ne Il libro delle soluzioni, il protagonista Marc, è uno Stéphane cresciuto e combinaguai, un alter ego di Gondry sempre meno alter e sempre più Gondry, il cui sfrenato talento artistico non viene osservato solo nella sua cifra comico-ludica, ma anche negli effetti collaterali che questo suo modo di essere comporta.

 

 

Marc ha fatto della passione creativa un lavoro, il regista — sempre più Gondry, si diceva — e ha spinto l’eccentricità nelle zone della nevrosi. Lo si potrebbe definire con molte psico-etichette: bipolare, ossessivo-compulsivo, affetto da ciclotimia, iperattività, AHDH, tutte le sigle della neurodiversità che ci vengono in mente, insieme a tutti i medicinali che Marc, a inizio film, smette di prendere. Ma a Gondry non interessa la cartella clinica del suo protagonista. Interessa metterci di fronte un soggetto unico dotato di un ingegno strabordante, una macchina che fatica a mantenersi sulla carreggiata del buonsenso e si lancia in tour de force immaginifici, trascinando con sé chi gli sta attorno, spettatori compresi. Con ovvie, assurde, divertentissime conseguenze.

Incontriamo Marc nel momento in cui i produttori di Chacun tout le monde, film di cui è co-regista, gli danno il benservito di comune accordo con l’altro co-regista. Del tuo film, gli dicono, non si capisce nulla. Marc non ci sta. Sottrae il materiale girato, imballa l’attrezzatura di scena, prende il suo fido gruppo di collaboratori e, molto rocambolescamente, si rifugia dall’amata zia Denise, in un paesino fra le montagne delle Cévennes. L’obbiettivo: montare il film e finirlo, alla faccia dei produttori e del co-regista passato al nemico.

Ma Marc è un fiume in piena di idee che esulano dai suoi doveri di regista, e parallelamente alla lavorazione del film, sforna un progetto nuovo dietro l’altro. Fra questi, il libro delle soluzioni del titolo: un quaderno bianco su cui Marc appunta “soluzioni” ai problemi che gli si presentano e che gli permettono di far filosofia sulla vita e sulle cose — quel far filosofia poetico, spiritoso, strampalato e irresistibilmente à la Gondry che amiamo tanto.

Sempre fra i progetti. Diventare sindaco del paese. Comprare una casa fatiscente, ristrutturarla e farne il nuovo Municipio. Costruire una sala montaggio nell’abitacolo di un camion, il camion-tage (!), con tanto di meccanismo per mandare avanti e indietro la pellicola azionato dal volante — un’invenzione che sarebbe piaciuta tantissimo a Méliès.

Gli viene anche in mente di montare il film in modo palindromo, facendo incontrare le due metà nel mezzo, e raccordandole con un cortometraggio animato in cui la protagonista è una volpe di carta dalle orecchie a forma di forbice che tagliano la carta da cui spunta un salone da parrucchiera che poi aprirà davvero nel paese e che Marc, in veste di sindaco, inaugurerà… Come potete intuire, tutto è molto sopra le righe, concitato, al limite dell’improbabile, eppure non impossibile, giacché nulla è mai impossibile in questo film, né peraltro, nel cinema di Gondry, dove il confine tra finzione e realtà si fonde sempre, e i due mondi sversano organicamente l’uno nell’altro.

 

 

Altre idee balzane che Marc insegue e incredibilmente realizza? Chiedere a Sting di comporre e interpretare una canzone per la colonna sonora del suo film. Oppure comporre un pezzo di proprio pugno — lui che musicista non è — improvvisandolo dal nulla, e convincere un’orchestra a eseguirlo seguendo i movimenti del suo corpo — scena esilarante che si colloca fra Chaplin, Buster Keaton, Jacques Tati e il primo Wes Anderson.

Ma è chiaro fin da subito che l’incontenibile esuberanza artistica di Marc nasconda risvolti oscuri. Come succede a tante menti geniali, alle fase di high, di grande hybris creativa, seguono picchi di down in cui l’autostima precipita, l’equilibrio psicofisico salta. Allora è tutt’un susseguirsi di tremende sfuriate, cellulari lanciati, spaghetti che volano giù per le scale. E poi ripensamenti, passi indietro, scuse più o meno sentite. Fino ad arrivare a vere e proprie depressioni, con il barricarsi dentro casa a vegetare davanti a un portatile, risucchiati — letteralmente — dal letto. Il telefono si lascia squillare, l’incuria avanzare, e la casa diventa il campo di battaglia del proprio malessere interiore. Gondry è molto onesto, non censura nulla, non dipinge l’estro creativo come un dono che l’artista riceve gratuitamente. Il prezzo si paga, e anche salato. Dopo l’ennesima scenata, Marc rimane solo. Come se la solitudine fosse una condizione in parte fisiologica e in parte autoindotta, una profezia che finisce per avverarsi sempre.

Posti davanti alla fragilità psichica del protagonista e alle pene che gli procura, siamo portati a riconoscere quanto complicata sia l’esistenza dei Marc Becker là fuori, soggetti che camminano costantemente sull’orlo del precipizio, quasi sempre incompresi dall’industria — cinematografica qui — in cui sono costretti a lavorare, e incapaci di adattarsi alle sue logiche. Epperò Gondry non martirizza il suo personaggio, né lo compatisce, o giustifica. Quando Marc comincia a prendersi troppo sul serio, o ad autoincensarsi, succede sempre qualcosa che lo fa cadere dal piedistallo su cui è salito — ed è solitamente qualcosa di molto comico.

A un certo punto, esasperato per l’ennesima volta dal suo prossimo, annota categorico sul libro delle soluzioni: “Non ascoltare mai gli altri”.

Poche pagine dopo, l’appunto, parimenti categorico: “Ascolta sempre gli altri”.

Il film di Gondry sfata anche i luoghi comuni sui creativi, spesso tacciati d’inconcludenza, di mancanza di spirito pratico. Nel suo modo tutto alternativo — “il metodo Marc Becker”, lo definisce all’inizio, pentendosene subito — Marc, di fatto, concretizza. Diventa sindaco del paese. Pubblica Il libro delle soluzioni e lo distribuisce ai cittadini. Riesce a collaborare con Sting, zittendo i suoi increduli collaboratori — insieme a noi del pubblico: chi si aspetta un cameo del frontman dei Police? — e regalando così un momento di rivalsa a tutti i tacciati d’inconcludenza del mondo. Finisce il suo film senza averlo mai visto, un primato che potrebbe comparire fra i successi di qualche personaggio beckettiano. Salva la vita alla zia mandandola in ospedale per sottoporsi a degli accertamenti. Conquista la ragazza di cui è innamorato, le apre il proprio mondo, ed è entusiasta di accogliervi un secondo altro da sé quando la compagna rimane incinta. Riesce persino a non vedere il suo film alla prima del film stesso, scavandosi un buco nella poltrona in platea pur di sottrarsi alla visione, un finale coi fiocchi, tra François Truffaut e Charlie Kaufman, due rêveur di professione in mezzo ai quali Gondry si è sempre trovato molto a suo agio.

Il libro delle soluzioni è una spinta gentile al fare le cose diversamente, ma senza la retorica motivazionale dei contenuti a sfondo be-yourself e you-do-you che assillano questo nostro tempo egocentrato. Non c’è nulla di esaltante nel profilo che Gondry dipinge del proprio personaggio — né di se stesso. Gli preme rivelare the other side of the moon: le manie, le nevrosi, gli eccessi, e tra essi, far scorgere le sorprendenti creature che l’immaginazione può generare se lasciata correre, libera dalle briglie della prevedibilità, della fruibilità a ogni costo: film palindromi, libri di soluzioni e sale editing negli abitacoli dei camion. Lo fa con quella giusta misura di drôlerie, nonsense e umanità che permettono a Marc Becker di guadagnarsi un posto nella letteratura cinematografica dei gentle weirdos a cui non possiamo resistere — Charlot, Monsieur Houlot, Forrest Gump, Amélie…

 

Titolo originale: The book of solutions
Regia: Michel Gondry
Attori: Pierre Niney, Blanche Gardin, Frankie Wallach, Camille Rutherford, Françoise Lebrun
Genere: Commedia
Anno: 2023
Paese: Francia
Durata: 102 min
Data di uscita: 1 novembre 2023
Distribuzione: I Wonder Pictures

 

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