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Form-porn

Tempo di lettura: 6 minuti

Cortazar diceva che la lingua non è un mezzo. È tre quarti.
Sono così d’accordo con lui da appropriarmi di questo guitto d’intuizione bello e vero, ed estenderlo alla forma.
La forma è moltissimo, sia nei letteratura che nel cinema. Più di moltissimo. I libri e i film non sono solo storie. Sono come le storie sono raccontate.
In una narrazione, cosa e come dovrebbero coesistere pacificamente, lavorare insieme verso un obbiettivo comune — massimizzare le potenzialità dell’opera — non farsi la guerra per prevaricare.

Negli ultimi tempi ho visto due film dove la forma ha preso il potere, e il contenuto è finito, per così dire, ai margini del regno. Ciò mi ha spinto a riconsiderare la relazione tra cosa e come e, per una volta, a prendere le parti del cosa. Addirittura, dedicarvi un Cine-gate.
In entrambi i casi sono uscita dalla sala con una certa insoddisfazione, e l’insoddisfazione non è mai un buon carburante quando si vuole far partire una riflessione critica — o chissà, forse è il migliore dei carburanti.


Il primo film è Il gusto delle cose, di Tran Anh Hung, titolo che la Francia ha candidato agli Oscar nella sezione miglior film internazionale. Se vi chiedete come abbia potuto, la Francia, segnare l’autogol del secolo evitando di proporre Anatomia di una caduta, film riconosciuto urbi et orbi come il migliore dell’anno 2023, sappiate che Justine Triet non è una che le manda a dire al suo governo.


Il gusto delle cose dovrebbe raccontare l’amore maturo fra il gastronomo Dodin Buffant e la sua cuoca personale, Eugénie. In realtà sono più che altro due ore e quindici minuti di ricette tipiche della tradizione francese eseguite, impiattate, degustate, tutto a favor di camera e spettatori.
Più che spettatori, gourmand. Più che gourmand, voyeur.
Se non siete per i tutorial su Youtube e volete sapere come eviscerare una carpa, oppure preparare la pot au feu (una ribollita fait-en-France), l’omelette alla norvegese (un dolce con il gelato dentro e il fuoco fuori) oppure un perfetto bouillon di pesce, siete nel posto giusto.
Tutto è ripreso in una di quelle cucine così provenzali — pentole di rame lustrissime, tavoloni in legno massiccio, stufe da fiaba, salviette da cucina linde linde — mentre fuori lussureggia la campagna francese. Raggi di sole tra le fronde, rivi incontaminati accanto a orti generosi, cinguettii d’uccelli e mucche mugghianti, fiorame in primavera, foliage l’autunno.
La quintessenza della francesità nella Francia di fine ‘800.

Il gusto delle cose fonda la sua fortuna sulla spettacolarizzazione del cibo e del gesto culinario, un cavallo di battaglia cavalcato da altri registi prima di Hung. Solo che, mentre ne Il pranzo di Babette, in Chocolat, o nel mai dimenticato Come l’acqua per il cioccolato, il cibo non era l’unico motore che muoveva la storia, qui, oltre all’effimero, perverso piacere di guardare Juliette Binoche sventrare un gallo per la coq au vin, o decorare l’omelette di cui sopra, ci scontriamo con dei problemi di congruenza narrativa.

Dodin ed Eugénie non sono sposati. Tra loro batte uno di quegli amori che non hanno bisogno di ufficializzazioni. O di questo sembra essere convinta Eugénie per tre quarti del film, salvo poi rivedere le certezze di una vita e capitolare, a un passo dalla morte.
L’alchimia fra loro è evidente, ma così calcata da rasentare lo stomachevole — un po’ di miele va bene, troppo, non tanto. E con dei luoghi comuni difficili da digerire, figurarsi perdonare: Dodin-cuoco che prepara una cena tutta manicaretti per Eugénie-commensale e le fa trovare l’anello di fidanzamento nel piatto del dessert — per carità, sotto cotanta cialda lavorata a mano, ma questo livello di luoghi comuni.
Il finale, poi, ha lo stesso effetto di un soufflé che si sgonfia: a ridursi, è l’amore smisurato che Dodin ci lascia intendere di provare per Eugénie.


Il titolo originale del film è La passion de Dodin Bouffant. Ci promette la storia di una passione. E noi per buona parte del film crediamo a questa promessa: sguardi sdilinquiti tra i due, momenti di complicità dove le parole non servono, quel genere di cose. La passione è certamente quella sentimentale verso la donna amata — e il cibo amato — ma è anche il calvario vissuto da Dodin nell’ultima parte del film, quando non trova pace dopo l’uscita di scena della compagna.
Passione più tormento uguale Romanticismo. Questo conto risulta a tutti.

Il finale, però, sterza bruscamente e va da tutt’altra parte: verso il trionfo del “tutto muore e tutto rinasce”, un credo molto Positivistico, molto sanamente lavoisieriano, ma non certo verso il piano su cui poggiano le storie Romantiche in cui l’amore ci viene raccontato come assoluto, totalizzante, sublime e sciaguratamente tragico: l’incontro esclusivo di due anime che il destino divide. Heathcliff e Catherine, Romeo e Giulietta, Tristano e Isotta.
Il film è tutto costruito per indurci ad affiancare Dodin ed Eugénie a questi nobili amanti.

Ed ecco la brusca sterzata.
L’amato in pena è sempre inconsolabile. Werther, senza Lotte, si uccide — e milioni di lettori dal 1774 a oggi capiscono perché.

Dodin Bouffant?
Dodin Bouffant trova un’altra Eugénie.

E le ore passate occhi-negli-occhi? L’agonia davanti all’amata che si spegne poco a poco?
Gli scatti d’ira contro il fato avverso? Passione più tormento?

Alla fine il nostro gastronomo si rivela essere un Albert: la convenzione, la norma. Fortunatamente la grande letteratura sa sempre da che parte rivolgere il suo sguardo, e infatti noi leggiamo I dolori del giovane Werther, e di Albert, il suo convenzionale, normoconforme rivale, non ricordiamo neppure il nome.
La stessa fine toccherà a Dodin. L’ennesimo vedovo che si rifà una vita.

Questo è, alla fin fine, Il gusto delle cose. Una ricercatissima grandeur sensoria-formale che lievita e lievita fra grandi sospiri, vapori acquei e vol au vent fuorimisura, per poi collassare sul piano della coerenza della storia. 
E anche dei piatti cucinati e pornograficamente ripresi, esibiti, serviti e consumati per oltre due ore, cosa rimarrà?

La stessa domanda mi è sorta dopo aver visto Challengers.
Al posto dell’ossessione sensoriale per il cibo, nel film di Guadagnino c’è l’ossessione estetica per il corpo — i corpi — attraverso il tennis e un triangolo amoroso che non punge veramente mai, né mai s’incastra in qualche luogo piacevolmente inaspettato.
Gli attori sono bellissimi, attraversano le scene con grazia anche quando il copione li pretende goffi, a sgranocchiare un churro, ingozzarsi di hotdog o divorare una banana — non proprio vagamente alluso, il fallocentrismo…

Zendaya incede come una dea della passerella. Una sua camminata al rallenti, verso la fine, sembra presa direttamente da una sfilata, un video musicale o uno spot pubblicitario. La pubblicità, del resto, è imperante: i marchi di abbigliamento sportivo, macchine, vestiti e cosmetici sono smaccatamente esibiti. È come trovarsi a scivolare fra le pagine patinate di una rivista di life-style super lusso.
I brand fanno hype — sicuramente aiutano i budget — ma distraggono. Più che della storia in sé, si finisce a pensare alla marca della crema che Zendaya si spalma sulle gambe, o a quale griffe si nasconda dietro la maglietta “I told ya” — che i personaggi/attori si passano fuori e dentro il set cinematografico.
Distraente è anche la musica. Una techno raffinata di Trent Reznor e Atticus Ross, senz’altro di gran pregio e impatto, di certo molto molto cool, ma così insistente, così pompata e ubiquita, che a furia di sentirla — anche in parti del film dove non è necessaria — perde in coolness e fa agognare un po’ di benedetto silenzio.

Guadagnino è sedotto dal bello e dalla ricerca formale, ed è deciso a perseguirli sia quando sono in forma organica (negli esseri umani) sia quando sono in forma inorganica (negli oggetti) — il fatto che qualche anno fa abbia aperto un suo studio di architettura d’interni non è dettaglio da poco.
Visi madidi da cui le gocce di sudore stillano al rallentatore. Corpi di uomini nudi negli spogliatoi, adoni inutili su cui la cinepresa si sofferma, compiaciuta. Racchette impugnate sensualmente e palline roteate con voluttà. Non ci vuole molto a tracciare una riga fra inquadrature ad alto contenuto erotizzante e intento del film: osservare un affaire à trois — tropo erotico per eccellenza — l’attrazione di due uomini verso la stessa donna e l’attrazione reciproca fra i due uomini, aspetto questo, ben più intrigante, ma purtroppo solo sfiorato. Altri film hanno investigato il rapporto a tre scendendo in altre profondità — The Dreamers, Y tu mama tambien, ma ci guardiamo bene dallo scomodare Truffaut (Jules et Jim) e Godard (Bande à part). Leghe, leghe e leghe separano superficie e profondità.

Il virtuosismo salta all’occhio anche nella costruzione delle scene, nelle riprese sicuramente sorprendenti, con punti di vista inconsueti — le soggettive dalla prospettiva della pallina da tennis sono obbiettivamente spettacolari. I primissimi piani al rallentatore alternati a fasi di gioco molto veloci beneficiano di un montaggio accattivante.

Ma i virtuosismi nel cinema sono un po’ come gli stunt. Stupiscono, esaltano, passano e non lasciano traccia — con rarissime eccezioni: Tom Cruise, alias Ethan Hunt, lanciato nel vuoto in sella a una moto probabilmente rimarrà negli annali.

Solo che il cinema dovrebbe lasciarla, una traccia.
Un bellissimo involucro vola via con un nonnulla.

Tornando in cucina, da dove eravamo partiti. In Challengers c’è troppa poca carne al fuoco. C’è molto fuoco, moltissimo fumo e troppa poca carne. Si giunge alla fine storditi da una parte, e ancora affamati dall’altra. La sensazione che ci riporta a Il gusto delle cose, e conferma una conclusione.

Quanto lascia insoddisfatti, il form-porn.

Titolo originale: La Passion de Dodin Bouffant
Regia: Tran Anh Hung
Attori: Juliette Binoche, Benoît Magimel, Emmanuel Salinger, Patrick d’Assumçao, Galatéa Bellugi
Genere: Drammatico
Anno: 2023
Paese: Francia
Durata: 145 min
Data di uscita: 9 maggio 2024
Distribuzione: Lucky Red
Titolo originale: Challengers
Regia: Luca Guadagnino
Attori: Zendaya, Josh O’Connor, Mike Faist, Scottie DiGiacomo, Faith Fay
Genere: Drammatico
Anno: 2024
Paese: USA
Durata: 131 min
Data di uscita: 24 aprile 2024
Distribuzione: Warner Bros Italia

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