È interessante già dal titolo, Sad Jokes. La battute tristi infarciscono la nostra quotidianità. Ma un conto è viverla, la tragicommedia della nostra vita. Un conto è scriverla, girarla, montarla in un film. Quanti registi sono caduti tentando.
Fabian Stumm, no.
Scrive, gira, monta un film che, a prima vista, sembra fatto di quadretti a se stanti. Via via che ci scorrono davanti agli occhi, compongono una storia che abbraccia storie parallele senza creare una vera e propria gerarchia narrativa.
Il film si apre con un’infilata di barzellette ‒ anche quelle, in inglese, jokes ‒ raccontate da barzellettieri che poi non rivedremo nel film. Alcune sono delle felici freddure ‒ «come si dice un caffè triste?» «Depresso» ‒ altre più lunghe e articolate, ma sempre nella direzione del nonsense.
Questa introduzione sètta la temperatura umoristica che il regista ci vuol far trovare nella stanza. Calda, ma non troppo calda ‒ sono pur sempre freddure. Ridiamo sì, a crepapelle no. È, piuttosto, quel sorriso tenue che avanziamo quando ci troviamo al cospetto dell’assurdità del vivere.
Il primo quadretto che ci si presenta dopo questo prologo cabarettistico, è chiaramente drammatico. Joseph, il protagonista (interpretato da Stumm stesso), è in cucina con quella che crediamo essere la compagna, Sonya. C’è anche un bambino che piange, e che viene prontamente portato via dalla vicina baby-sitter. L’atmosfera è tesa. Dopo poco intuiamo che la ragazza non è la compagna di Joseph. Nei quadretti successivi capiremo che è la sua migliore amica, con la quale ha avuto un figlio: Joseph è gay. Capiamo anche che Sonya non sta bene, e che il male in questione è mentale.
Nei quadretti dopo raccogliamo altri dettagli. Joseph è un regista alle prese con il secondo film. Commissiona una testa gigantesca di se stesso all’insegnante del corso di disegno che ha appena cominciato a frequentare. Lei, Elin, una svedese con il sogno della recitazione nel cassetto, pian piano diventa una sua confidente.
Molto spesso questi quadretti sono delle vere e proprie vignette che si infilano in quel punto mediano tra commedia e tragedia sempre molto difficile da centrare.
In una di queste, un dito della mano sinistra di Joseph finisce incastrato in un distributore automatico ‒ senz’altro uno dei momenti più comici del film. Una passante cerca di aiutarlo, e la scena si trasforma in un classico della commedia slapstick: impaccio di Joseph e della signora che si ferma ad aiutarlo, goffe posture, tentativi falliti, peggioramento della situazione iniziale, irresistibile debacle finale. Joseph finisce al pronto soccorso, dove condivide la stanza con una donna che ha entrambe le braccia rotte e non vuole saperne di stare ferma. Istantanee semi-serie su istantanee semi-serie.
Nella scena dopo, Joseph incontra il produttore del suo film, che gli demolisce la sceneggiatura mentre tratta il suo cane con perversa gentilezza. Entriamo e usciamo da momenti teneri ‒ Joseph che prepara Pino, il figlioletto di due anni, per la scuola materna ‒ e momenti imbarazzanti ‒ Joseph alle prese con un appuntamento che viene continuamente interrotto sul più bello dal pianto di Pino.
E poi c’è il dolore, come la sequenza in cui Joseph incontra Marc, il suo ex amore. È una scena, quella tra i due, scritta e recitata molto bene: cattura il malessere che si prova rivedendo qualcuno che si è amato ‒ si ama ancora? ‒, il desiderio di saperne di più della sua vita senza di noi, la scintilla di speranza che potrebbe riaccendere il rapporto. È una scena cardine: gli ingredienti sono tutti pesati al milligrammo. La giusta quantità di dolcezza, la punta di rammarico, il pizzico di contenuta frustrazione, una bella dose di dispiacere. È faticoso, guardare Joseph e Marc procedere in quei cinque minuti: i chilometri rinchiusi in quei cinque minuti li abbiamo percorsi tutti, se nel nostro storico personale siamo passati per storie d’amore finite nel verso sbagliato.
L’abilità di un bravo sceneggiatore e regista sta nello scegliere cosa dire e cosa tacere. Se si dice troppo, ci si smarrisce nel melò, se si dice poco, nelle tundre di certo cinema cerebrale che non sgela mai. Sanno anche individuare, bravi sceneggiatori e bravi registi, i punti di rottura, sospensioni infilate nel fluire delle storie in cui non ti aspetteresti mai di imbatterti.
Un esempio, in questo senso, è lo splendido monologo tratto dalla Giovanna d’Arco di Dreyer che Elin, l’amica con il cuore d’attrice, recita, come se niente fosse, seduta sugli scalini di un parco, con un caffè in mano. Il monologo è in svedese, e non viene sottotitolato in inglese. Chi guarda è obbligato a concentrarsi sulla resa interpretativa, l’intensità emotiva che fuoriesce da un personaggio a cui, fino a quel punto, non abbiamo riservato particolare attenzione: una presenza tiepida, laterale, che tuttavia, grazie a questo momento-incantamento si prende la scena e l’accende. E questo è anche un piccolo grande memento che ci portiamo via dal film: a volte il tiepido è solo tiepido, a volte è brace che aspetta di diventare fuoco.
Sad Jokes si distingue dalla massa di commedie prodotte là fuori non solo per una coerenza di tono ‒ delicato, un sussurro ‒ ma anche per un linguaggio formale molto preciso che caratterizza il film dall’inizio alla fine. La macchina da presa è piantata, in tutte le scene-vignette che si avvicendano, a mezza altezza.
Il cinema degli ultimi anni ci ha abituati alle montagne russe: riprese a svariate quote, prospettive azzardate, stravolte, sottosopra. Siamo talmente assuefatti da questa semantica da mal di mare che ormai è diventata canone.
Poi però ci capita un film in cui la cinepresa è piantata alla stessa altezza in tutte le scene, ed è come reimparare una lingua visiva che conoscevamo, parlavamo, gustavamo e che abbiamo dimenticato. Le riprese scorrono via in un flusso regolare che ricorda le strisce dei fumetti ‒ il film stesso potrebbe essere visto come un fumetto lungo 96 minuti. Questo affiancare la stabilità della forma alla vivacità del contenuto ‒ l’alternarsi continuo di ambientazioni e personaggi ‒ produce, nello spettatore, un piacevole effetto di calma apparente.
La macchina da presa non si schioda di un millimetro, eppure non ci si annoia un secondo. Vi si potrebbe leggere una piccola dichiarazione d’intenti del regista: per tenere avvinto un pubblico, non serve il mirabolante. Basta semplicemente un po’ di struttura.
In Sad Jokes c’è qualcosa di Truffaut. Il Truffaut di Baci rubati. Non per la trama. Per l’atmosfera dolce e un po’ assurda che emana dall’adorabile sregolato Antoine Doinel, che richiama molto l’aria dolce e un po’ assurda emanata dall’adorabile impacciato Joseph.
Fabian Stumm stesso, al termine della proiezione ‒ il film rientrava nella selezione del Festival New Directors New Films organizzato dal MoMA e da Film at Lincoln Center ‒ ha confessato di riconoscere in Truffaut e Lubitsch due grosse figure di riferimento per il suo cinema. Il moderatore, per metterci del suo ‒ che avrebbe potuto benissimo risparmiarci ‒ ha aggiunto, “E Woody Allen, naturalmente”.
Stumm, con grande garbo, ha elogiato il regista newyorkese, ma ha glissato sul fatto che sia una fonte d’ispirazione per lui.
Truffaut e Woody Allen hanno comicità diverse, e non serve essere dei dottori in cinematografia per capire che Sad Jokes si avvicina, per tatto, amabile tristezza e certa levità sopra le righe, alla poetica truffautiana più che al puntuto, ironico cinismo di Allen.
E per concludere. Stumm ha realizzato un film con una famiglia queer e un personaggio gay, non per fare un manifesto della genitorialità non-tradizionale, o per sbandierare la loro eccezionalità, ma piuttosto per mostrare l’assoluta normalità dei nuclei affettivi che racconta. Normalizzare è il miglior modo per ridurre la distanza tra noi e loro, e provare che noi siamo loro, loro noi. Le esperienze emotive ed esistenziali che si attraversano sono le medesime: l’amore tra un padre e un figlio, l’amicizia tra due persone, il disagio fra due ex che si sono molto amati, la salute mentale che può vacillare e che può essere curata con l’affetto e la vicinanza. La barzelletta triste della vita di cui possiamo sorridere tutti, un po’.
| Titolo originale: Sad Jokes Regia: Fabian Stumm Cast: Ulrica Flach, Jonas Dassler, Godehard Giese, Marie-Lou Sellem, Anne Haug, Knut Berger, Hildegard Schroedter. Genere: comedy-drama Anno: 2024 Paese: Germania Durata: 96 minuti Distribuzione: Edition Salzgeber |
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