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El Jockey, still da video
El Jockey

El Jockey: un folletto di film

Tempo di lettura: 5 minuti

A volte ci sono uscite cinematografiche così piene di nulla che si sarebbe tentati a cedere al disfattismo dell’è già stato detto tutto. Il più grande sproposito per cui si possa optare: tutto non è mai stato detto semplicemente perché qualcosa ha ancora e sempre da venire.
È stato El Jockey dell’argentino Luis Ortega a tirarci su dalla china giù per la quale stavamo scivolando.
Il film passò alla Mostra di Venezia 2024, un’edizione che ha fatto brillare inutilità cinematografiche tipo Babygirl, e ha lasciato passare in sordina El Jockey.
Di ingiustizie è pieno anche il mondo del cinema, sì.

El Jockey, la storia di un fantino

Remo Manfredini è un fantino di successo. Osannato dal pubblico, un vero e proprio dio degli ippodromi. Ma qualche problema di troppo con alcol e droghe gli impedisce di continuare a vincere, e fa arrabbiare Sirena, il patron-strozzino che lo tiene sotto scacco. Abril, la compagna, fantina pure lei, ma senza problemi con le sostanze, cerca di convincerlo a tornare sulla retta via. In un guizzo imprevisto degli eventi, sarà un incidente gravissimo — si schianta cavalcando un purosangue giapponese — a farlo rinsavire. Non nel modo canonico del “rinsavire” che abbiamo in mente.
Nel modo autentico a cui dovremmo aspirare.

Dopo l’incidente, Remo si sveglia, si appropria di una pelliccia e di una borsetta da signora che trova in una stanza dell’ospedale, esce in strada e prende a vagare per le vie di Buenos Aires, così: pelliccia, borsetta e una voluminosa — irresistibile — fasciatura sulla testa che ricorda la messa in piega di Marge Simpson.
È cambiato, Remo. Fuori — una pupilla più scura, una più chiara. Ma soprattutto dentro. Nota quello che prima non notava. Il canto degli uccelli — per quanto finto. Le voci delle persone — anche quelle sentite attraverso l’apparecchio acustico di un cieco. Comincia a raccogliere oggetti dimenticati per la strada. Una musicassetta. Una forchetta. Un pesce rosso. Ripone tutto nella borsa sottratta in ospedale, nella quale ha trovato anche una trousse di trucchi.
Affascinato dalla trousse, Remo si trucca, a più riprese, mescolando il bell(ett)o ai lividi — un gesto allegorico che parla di come bello e male a volte possano fondersi in un’unica sostanza da cui si esce nuovi nuovi.
L’incidente ha rotto qualcosa dentro, facendo erompere il suo vero sé fuori.
Decide di liberarsi dagli scagnozzi di Sirena che gli danno la caccia sparandogli, e poi costituendosi.
In prigione la sua nuova identità femminile ha modo di sbocciare libera: Remo diventa Dolores, una creatura aggraziata di grande magnetismo che fa i colpi di sole ai carcerati, cammina sulle pareti e sul soffitto della cella e discorre da pari con il direttore del penitenziario.
L’idea che un sé possa volare libero in galera segna un punto concettualmente alto del film di cui dobbiamo far tesoro: la libertà del proprio essere può realizzarsi in qualsiasi momento, anche in contesti dove vige la massima repressione.

La sospensione dell’incredulità

È indubbio che per apprezzare El Jockey si deve adottare la sospensione dell’incredulità. Sin dai primissimi istanti, navighiamo in acque surrealiste — surreali e proprie del Surrealismo. Ortega è molto abile a far sì che lo spettatore molli la presa dalla realtà cartesiana e, in maniera molto naturale, si lasci andare in questo nuovo mondo sopra le righe che gli propone, attraverso un umorismo ora grottesco ora slapstick. A questo proposito, non si può non pensare al cinema di Aki Kaurismäki, richiamato anche da certe inquadrature fisse e dall’uso massiccio della musica. Anche il Wes Anderson de I Tenenbaum — e non de La trama fenicia, deo gratia — è presente in certe sequenze deadpan, improbabili e massicciamente esilaranti.

È di cruciale importanza, quando ci si addentra in universi simili, spegnere il meccanismo delle cause e degli effetti, altrimenti si passa tutto il tempo a chiedersi il perché di certi accadimenti e ci si sciupa l’esperienza complessiva — come chiedersi ma perché il lampione acceso di Magritte è sovrastato da cielo azzurro e nuvole bianche?
Chi crede alla coerenza diegetica nel cinema ha vita difficile con El Jockey, ma l’avrebbe anche con il cinema di Jodorowsky, o di Lynch, che per altro il film ricorda nei suoi tocchi di realismo magico e in certe sue sequenze oniricheggianti con personaggi-apparizioni che sanno in tutto e per tutto di Strade Perdute.

Eppure, nonostante il film rievochi atmosfere reminiscenti di altri registi, Ortega non cade mai nel citazionismo fine a se stesso o nella mimesi pedissequa. Prende le lezioni imparate da quei grandi, e fa qualcosa di suo. I balli scatenati — spassosissimi — di cui si fa largo uso e che potrebbero ricordare il recente Kinds of Kindness o il più classico Tarantino, non sono appendici da rimuovere dal corpo del film, bensì organi vitali attraverso i quali la propria indole e il represso hanno modo di sfogare. La presenza, poi, di personaggi con evidenti menomazioni, affetti da nanismo oppure da cecità, entra organicamente nella poetica di un film che risulta inclusivo nell’essenza, non nell’apparenza — quella spesso finalizzata a spuntar caselle ai festival — e che parla di transizione identitaria in maniera artistica, senza farne un cavallo di battaglia politico.
In questo quadro di accoglienza della diversità senza retoriche, si inseriscono anche l’apertura delle relazioni, la fluttuanza dei sentimenti e la mutevolezza degli stati emotivi. Abril, che aspetta un bambino da Remo, scopre l’intesa con una collega fantina, e con lei molto probabilmente alleverà il figlio. Un figlio che, nell’ultima inquadratura, prende il posto di Dolores/Remo, in un circolo dell’esistenza che altri non prova se non il ricircolo delle esistenze: Remo padre è Dolores, che è Remo, che è il proprio figlio.
La vita è un cerchio aperto e noi siamo parti mutevoli di uno scorrere che non è singolo ma collettivo.

L’atmosfera sospesa che Ortega decide di infondere a El Jockey — potrebbe rievocare gli anni ’70, ’80, così come i ’20 del 2000 — contribuisce a trasformarlo in un oggetto atemporale che non deve farsi carico di intenti platealmente politici. Eppure il film gioca con il passato sanguinario dell’Argentina, prendendosene intelligentemente e amaramente gioco. In una breve scena, Remo assiste a un attentato: un tiratore spunta dal nulla e spara a freddo a un altro uomo. Ma l’episodio non accade veramente, è una scena di un film che due attori stanno interpretando in un set per strada. Ortega traveste di finzione la realtà dell’Argentina ai tempi della dittatura, una realtà a lungo travestita, camuffata, negata.
Così sottile può arrivare a essere il cinema di Ortega, che usa il variopinto per farci vedere il nero che nasconde l’anima della Storia.   

Inoltre, benché il protagonista del film sia Remo, i personaggi che si muovono attorno a lui, non gli sono in alcun modo da meno nella piacevole e poliedrica eccentricità con cui vengono delineati. Abril è una donna forte, volitiva, talentuosa, perfettamente in grado di andare avanti con la propria vita sentimentale pur mantenendo un forte affetto per Remo/Dolores. Il patron Serena è un personaggio certo ridicolo e assurdo, ma anche misterioso e intrigante: alleva fantini, ne possiede di tutte le età ed etnie, è un po’ innamorato di Remo ed è un po’ innamorato di Dolores, mentre i suoi scagnozzi fanno un po’ da placidi baby-sitter e un po’ da sanguinari killer. Ortega costruisce un piccolo cosmo di individualità sui generis che danno coerenza, e contribuiscono a normalizzare l’anormale.

El Jockey è un folletto di film con cui avventurarsi in una strana foresta urbana ed extra-urbana — andro-uterina si potrebbe dire — senza però volerlo acciuffare: sfugge, meravigliosamente, alle interpretazioni simboliche a cui siamo abituati.
Non piacerà a chi cerca una trama classica, un linguaggio comune, un sapore familiare.
Piacerà a chi cerca fuori dalle strade battute.
Cine-Gate ama molto l’off-road, e questo tipo di folletti.


 


Titolo originale: El Jockey
Regia: Luis Ortega
Cast: Nahuel Pérez Biscayart, Úrsula Corberó, Daniel Giménez Cacho
Genere: commedia
Anno: 2024
Paese: Argentina, Messico, Spagna, Danimarca, Stati Uniti d’America
Durata: 96 min

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