Aprire un Cine-Gate su The Substance di Coralie Fargeat non era previsto. Previsto era A Different Man, di Aaron Schimberg, sofisticato sulla carta, Sundance in visibilio, Berlinale a porte aperte. Poi la sofisticatezza, a contatto con il grande schermo, è svaporata, lasciandosi appresso una spiacevole sensazione di occasione perduta.
In questi casi c’è un unico rimedio: trovare immediatamente un altro film che ripulisca la bocca e riconnetta alla tavola del cinema. In The Substance, le sfere dei sensi sono tutte sottoposte a continui shock. Il rimedio, pertanto, può risultare sgradevole dal punto di vista visivo, olfattivo, gustativo e uditivo, ciononostante, riesce brillantemente nell’intento: riconfermare la differenza tra un certo pretenzioso cinema accalappia-critici, e quello spregiudicato, a tratti folle, con l’acceleratore premuto fino in fondo — lo schianto sempre incombente, uno sprone a premerlo ancora di più.
Ha superato da un bel po’ la cinquantina, Elisabeth Sparkle alias Demi Moore. È la classica star di Hollywood sul viale del tramonto, che classicamente si rifiuta di imboccare. Dopo i fasti del passato — cinema, Oscar, la stella sulla Walk of Fame, sopra la quale il film si apre — Elisabeth nutre la sua fame di conferme insegnando aerobica in televisione. È ancora bella e in forma. Ma non tanto bella e in forma quanto una ventenne, quindi il direttore della rete televisiva — un meraviglioso eccessivo Dennis Quaid, mai così rivoltante, mai così in parte — la mette alla porta e cerca una sostituta.
Elisabeth non vuole saperne di ritirarsi e così, quando viene in possesso di una misteriosa chiavetta usb marchiata «The Substance», si lascia tentare. Le viene proposto di sdoppiarsi: una settimana sarà lei, Elisabeth, e una settimana sarà Sue, la sua nuova sé ventenne, una creatura che porta i tonici lineamenti di Margaret Qualley.
Elisabeth si sente stretta in un angolo — l’angolo dentro cui si riscrive Cartesio: appaio ergo sono — quindi accetta. Ma ovviamente per prendere parte al programma chiamato The Substance, ci sono delle regole ben precise dalle quali né lei né Sue possono sottrarsi: entrambe devono rispettare l’alternanza dei sette giorni, assumere uno stabilizzatore una volta al dì, e non essere troppo ingorde, per così dire. Elisabeth non ricorda l’ingordigia propria dei vent’anni, e firma questo insolito patto con un diavolo che risponde al telefono e organizza il ritiro dei kit bi-settimanali in un punto pick-up di periferia, come un Amazon qualsiasi.
Purtroppo la povera Elisabeth non può prevedere l’inferno in cui si è cacciata.
La mente diabolica dietro la sperimentazione è molto chiara con lei: tu e Sue siete una cosa sola. Nonostante la chiarezza, le due cominciano una guerra che da un lato ricorda molto un tipico rapporto madre-figlia — uno tipico degli ultimi anni, dove le madri vogliono apparire squinzie più delle figlie e le figlie si sentono in perenne competizione con loro —, dall’altro chiama in causa il conflitto inter-generazionale: su un fronte, la gioventù che combatte la maturità, lo spauracchio da allontanare il più possibile. Sull’altro, la maturità, che esiste e reclama il proprio spazio, il proprio diritto a esistere. Il confronto che ne esce è una farsa dai toni profondamente tragici: il sé giovane vuole tutto e subito e non si fa scrupoli a sabotare il sé maturo. Il sé maturo non ne vuole sapere di soccombere. In qualsiasi punto della nostra vita ci troviamo, l’agone che la regista ha predisposto con tanta originalità ci tira in mezzo. Indecisi per chi parteggiare, perdiamo di vista la regola numero uno di questo strano Fight Club: Elisabeth e Sue sono un’unica cosa. E come in una nuova versione body-horror del celebre romanzo di Oscar Wilde, gli sgarri dell’una nuocciono all’altra, entrambe contemporaneamente Dorian Gray e il ritratto che si sfigura in soffitta.
Sue, giovane e insaziabile, non si fa scrupolo a eccedere, e il corpo di Elisabeth registra un rapido invecchiamento. Di contro, le vendette di Elisabeth si ripercuotono su Sue, riscrivendo macabramente certe leggi dell’anatomia che avevamo date per assodate: una coscia di pollo può passare attraverso un ombelico, canini e incisivi possono staccarsi da soli dalle gengive… Questo pingpong di ripicche avviene mentre la carriera di Sue decolla e raggiunge le vette del successo in tempi record: grazie a uno show televisivo di fitness che lascia ben poco all’immaginazione, spodesta la vecchia Elisabeth dal reame hollywoodiano e conquista l’immaginario collettivo.
Se vedendo la casta aerobica di Elisabeth, all’inizio del film, pensiamo con tenerezza a Jane Fonda in lycra e scaldamuscoli, il «Pump it up»” di Sue ci scaraventa inquietantemente davanti ai twerking selvaggi delle prime Cardi B, Nicki Minaj e Megan Thee Stallion. Non c’è differenza, non c’è esagerazione.
La regista mette in atto una strategia spietata e vincente. Ridicolizzando la vacua retorica di certi slogan femministi che piacciono tanto al terzo millennio social, disvela la coercizione cui i corpi femminili sono sottoposti ancora oggi e fa crollare la cartapesta del body empowerment dietro il quale opera il ben rodato meccanismo del dominio maschile, che pretende fisici sempre più esposti, tonici, disinibiti e disponibili. Il film è una macelleria en plein air dove il corpo femminile — il bocconcino di sempre — viene sezionato in quarti che la cinepresa riprende con insistenza e a distanza ravvicinatissima — seni, sederi, bassoventri. Porzioni di carne pronte per essere maneggiate dalla mano maschile che possiede quel corpo attraverso un regolare contratto — il direttore di rete, gli investitori dell’emittente — e pronte per essere concupite dall’occhio maschile — del vicino di casa, degli addetti ai casting, dei telespettatori.
Dev’essere complicato, per un uomo, guardare questo film perché gli ricorda che tipo di società ha costruito e sta ancora amministrando. Ma è altrettanto complicato per una donna, perché ci sbatte in faccia il trattamento che continuiamo — più o meno consapevolmente — ad accettare.
Quando a Elisabeth danno il benservito, potrebbe appendere le scarpe da ginnastica al chiodo, oppure aprirsi una scuola di aerobica e gestirla. Invece no, è disposta a rischiare la vita pur di conservare il più a lungo possibile un’immagine di sé biologicamente inconservabile.
Il film, con la sua strana voce tra horror, dramma, fantascienza e commedia nera, ci bombarda di domande. Perché accettiamo i Pump It Up, gli sculettamenti in perizoma, le poppe esposte? Perché le donne giovani non si ribellano? E perché le donne non più giovani continuano a essere schiave del loro aspetto fisico e accettano addirittura di inocularsi sostanze sconosciute pur di apparire come non possono apparire più? Lo strano elisir verde di The Substance è la sintesi cinematografica di botox, filler, siliconi, che circolano dentro una quantità sempre crescente di corpi femminili, maschili e tutte le declinazioni che s’inseriscono nel mezzo.
La regista ci mette in una posizione molto scomoda. Sa bene che queste domande assilleranno gli spettatori appartenenti a qualsiasi genere, età, classe sociale: l’ossessione per l’immagine di sé dilaga ovunque, non risparmia nessuno. Fargeat sa anche che le risposte non sono da trovarsi sullo schermo, ma dentro di noi. The Substance è un dispositivo — un bulldozer, di fatto — programmato per buttare giù le impalcature che ci sostengono. E sarà proprio un crollo, anzi, un’autentica disintegrazione, a sancire il destino delle due donne.
Elisabeth e Sue finiscono per distruggersi a vicenda e a ricomporsi in una perversa sintesi di entrambe, una terza creatura, Il Mostro Elisabeth-Sue, che si presenta sul palco dello Show di Capodanno davanti a un pubblico in adorante attesa della sua beniamina.
«Voglio essere la versione migliore di me stessa voglio essere la versione migliore di me stessa voglio essere la versione migliore di me stessa», ripete parossisticamente Sue — un tormento/ne, questo del be the best version of yourself, sempre molto pompato nella società americana. Ebbene, contrappasso dei contrappassi: la versione migliore di sé stessa che Sue genera, è l’aberrazione delle aberrazioni, l’anti-cristo dell’estetica, un essere deforme a metà fra se stessa ed Elisabeth, un ammasso sfigurato di carne che rigurgita mammelle e strascina cordoni ombelicali giganti.
È il colpo di grazia assestatoci da Fargeat, che allestisce un’abominevole apoteosi dello sfacelo in prime time: il mostro rovescia sul pubblico esterrefatto una pioggia di sangue così abbondante e biblica che Kubrick e la sua scena dell’ascensore in Shining tornano subito alla memoria — fra gli omaggi al regista, anche un corridoio arancione molto Overlook Hotel, e l’Also Sprach Zarathustra di Strauss, ripreso dalla mitica sequenza del monolite.
La donna che Elisabeth era, e che Sue sarebbe diventata, implode-esplode in un maciullo di ossa, cartilagini e sogni infranti, a poca distanza dalla Walk of Fame e da quella stella dove tutto era cominciato, chiudendo perversamente il cerchio. Una macchia non-più umana dall’inquietante forma di testa medusea, che verrà spazzata via dalla prima idropulitrice del mattino.
The Substance non è perfetto: è troppo lungo, la parte del Mostro Elisabeth-Sue interrompe il gioco della suspense che tanto godibilmente aveva tenuto banco nei primi tre quarti del film, e spinge l’ultimo quarto nella scontata platealità dell’iper splatter. Si arriva a un estremo cui forse la regista poteva arrivare passando per un’altra strada.
Tuttavia, The Substance è estremamente spiritoso, cattivo, avvincente. Soprattutto potentissimo. Una macchina con un motore del genere difficilmente non sbanda. E sbandi pure, allora! C’è talmente tanto di buono, vivo e promettente. Le trovate tecniche, per esempio. Inquadrature ravvicinatissime, movimenti di camera arditi ma con un loro preciso rigore. E poi una simbologia senza didascalismi che permea tutta la sceneggiatura attraverso contrasti cromatici che vanno a comporre una sapiente palette allegorica, e un album di figurine femminili su cui l’uomo fantastica da sempre: il giallo del tuorlo infilzato da una siringa nella bella scena d’apertura, lo stesso giallo del cappotto sartoriale che Elisabeth indossa in tutto il film — figurina della donna sofisticata; il rosa glitterato e pop dei body dentro cui Sue ancheggia — figurina lolitescha, un po’ Barbie un po’ Katie Perry ai tempi di California Gurls; il nero della sua mise in pelle, stivali dal tacco assassino e tuta aderente — figurina femme fatale/dominatrix; l’abito celeste da Cenerentola che Sue indossa per lo show di Capodanno — figurina principessa. I più noti e arci-noti ruoli femminili che da sempre riempiono gli albi privati del desiderio erotico maschile.
Fargeat si è fatta beffe di tutto con una tale ragionata inventiva e una tale impudenza, da guadagnarsi il premio per miglior sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes.
Certo, The Substance scuote, repelle, disgusta. E se si è suscettibili a scrocchi di ossa e dolorosi tonfi, o alla vista di schiene divelte, carni ricucite, aghi spinali conficcati tra vertebre purulente, fauci maschili che divorano gamberi unti, The Substance potrebbe essere difficile da digerire.
L’aveva fatto — scuotere, repellere, disgustare — anche Julia Ducournau, prima con Raw e poi con Titane.
Intorno a noi vedo muoversi una nuova brigata di registe che non chiedono scusa, permesso, posso. Spalancano la porta, entrano nella stanza, la occupano. Poi la sventrano.
Unapologetically.
Avanti così.
| Titolo originale: The Substance Regia: Coralie Fargeat Attori: Dennis Quaid, Margaret Qualley, Demi Moore, Edward Hamilton-Clark, Gore Abrams Genere: Drammatico Anno: 2024 Paese: Gran Bretagna, USA Durata: 140 minuti Data di uscita: 30 ottobre 2024 Distribuzione: I Wonder Pictures |
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