Idee

Locandina del film La più piccola
Locandina del film La più piccola

La più piccola: il cinema della vita secondo Hafsia Herzi

Tempo di lettura: 5 minuti

Il fatto che la visione di La più piccola di Hafsia Herzi sia stata vietata ai minori di quattordici anni ci dice molto del poco che la Commissione per la Classificazione Opere Cinematografiche del Ministero della Cultura veda in certo cinema di qualità. Le scene di intimità che si vedono nel film sono molto meno audaci di certe sequenze a cui i giovani si trovano esposti guardando serie televisive o prodotti commerciali di facile accessibilità.

Decidere di penalizzare il film per i “riferimenti sessuali espliciti” che conterrebbe, ignorando la riflessione educativa che intelligentemente propone, significa trattare la fetta di pubblico dei giovani adolescenti come infanti privi di discernimento; significa impedire loro di affacciarsi su un racconto dove poter rintracciare qualche punto di contatto, o scoprire realtà che potrebbero aver bisogno di scoprire e di cui non sanno nulla.

Il cinema è anche una scuola di vita senza la scuola.

La più piccola è passata lo scorso anno per Cannes, dove non si è aggiudicata soltanto la Palma per Miglior Film Queer, ma anche per la miglior interpretazione femminile. Di solito quando i giovanissimi vincono questi riconoscimenti che in genere tendono a consacrare attori e attrici dopo anni di fatiche, si storce il naso – era capitato con l’Oscar a Mikey Madison per Anora. Ma in questo caso, la giovanissima Nadia Melliti si merita il premio in tutto e per tutto: il diamante non grezzo che è, brilla già d’una luce forte, ed è giusto sfilarlo dalla massa opaca che molto spesso occupa le scene senza accendere alcunché. È giusto riconoscerlo.
Il film è Nadia Melliti, lo capiamo da subito: non riusciamo a toglierle gli occhi di dosso. E questo non è merito della sceneggiatura, della trama, della regia. È una forza che scaturisce da certi esseri dotati di una presenza tale da scavalcare la macchina da presa, bucare la quarta parete, arrivarci vicini vicini e rimanerci al fianco anche dopo lo scorrere dei titoli di coda.

Melliti è Fatima, una diciottenne di origini algerine che abita nella periferia parigina. È alle prese con la preparazione della maturità. È circondata da amici rumorosi, da due sorelle maggiori che un po’ la tiranneggiano, ma che in realtà stravedono per lei – la piccola di casa – così come il padre e la madre. Pur essendo una famiglia tradizionale con la cucina che funge da centro di ritrovo e scambio – madre e figlie sono quasi sempre sedute al tavolo a mangiare, o a preparare da mangiare, o a studiare – non è il classico modello famigliare devoto all’Islam. Il padre non impera patriarca. Piuttosto, sonnecchia sul divano in soggiorno, scherza con Fatima e si coalizza con lei contro le sorelle maggiori nelle loro baruffe quotidiane. La madre è senz’altro la madre chioccia, ma che non impone alla figlia minore il decalogo della futura brava moglie. Ha già capito tutto della figlia, anche se nulla dice, e così facendo entra a far parte della categoria “genitori che hanno maggiori probabilità di riuscire nel mestiere del genitore”: quelli che intuiscono e non spingono, sentono e non premono, ci sono ma non si intromettono. Semplicemente aspettano.
Il finale del film è un esempio molto toccante, molto ben riuscito, di questo abbraccio di silente comprensione materna che avvolge la protagonista e la fa sentire accettata, voluta.

Da poco Fatima ha capito che le piacciono le ragazze. Ha provato a stare con un amico, ma non funziona. Qui il film potrebbe prendere la strada battutissima del queer melò, puntando l’obbiettivo sulle difficoltà che la scoperta di un orientamento sessuale diverso dalla norma comporta. Quindi, discriminazione subita intergenerazionalmente, emarginazione sociale, tensioni fra le pareti domestiche. Fortunatamente Herzi volge lo sguardo suo e nostro altrove: non sui traumi “di genere”, per così dire, ma sull’educazione sentimentale che una ragazza gradualmente si costruisce, incontro dopo incontro.
Fa ben sperare, vedere un film in cui la protagonista, per una volta, non subisce il proprio orientamento, ma lo avvicina, lo esplora pian piano e infine lo accoglie. E fa ben sperare che l’ambiente in cui questa rivelazione identitaria si compie, non la osteggi, bensì la normalizzi. Accanto ai film di sacrosanta denuncia, c’è bisogno di questo tipo di storie. Finché i giovani che attraversano questo percorso vedranno soltanto ostacoli, patimenti e traumi, non immagineranno alcuna realtà diversa da ostacoli, patimenti e traumi. Rappresentare l’alternativa fornisce un orizzonte di possibilità che meritano di avere.
Persino l’Imam, da cui Fatima si reca per cercare di sanare l’insanabile conflitto religione-omosessualità – la religione islamica, che pratica con convinzione, condanna ogni pratica non eterosessuale – persino l’Imam non è il solito Imam che intima perdizione e invoca fiamme dall’inferno.
Forse questo è davvero il grande pregio di La più piccola: proporre una visione del mondo in cui è possibile essere se stessi.

Fatima conosce ragazze, donne. Sperimenta. Incontri occasionali, promiscui. Divertimento puro. Storie più serie. L’amore, e tutto quello che si porta appresso. Estasi, timore, quando si frattura, dolore. E se si riaggiusta, prima risentimento, poi sollievo, poi quello strano vigore che si prova quando ci rendiamo conto che l’amore non è esaurito, ancora sgorga.
La cinepresa segue questa giovane donna a cavallo tra superiori e università, tra calcio e dating app, senza giudicare. La osserva, ne cattura i silenzi, ce li fa amare – quando amiamo i silenzi di un personaggio significa che amiamo il personaggio.
Non è in conflitto con il mondo, Fatima. È in cerca di se stessa.

Ovviamente, non può non tornare alla memoria quell’opera seminale che fu La vita di Adele (2013) di Abdellatif Kechiche: ricordare poi che nel 2007 Hafsia Herzi recitò in Cous Cous – era l’indimenticata danzatrice del ventre – ci suggerisce che Kechiche è parte integrante della sua formazione cinematografica.
Mentre però ne La vita di Adele ci struggiamo – come poche altre volte ci siamo strutti – davanti alla nascita di un amore (anche in quel caso lesbico), alla sua devastante fine e alla dimostrazione di come ci si possa fare del gran male in amore, ma proprio del gran gran male, e poi però come si possa uscirne, superarlo, e ricominciare a vivere, in La più piccola, l’interesse risiede nella costruzione dell’identità emotivo-sessuale del soggetto non-etero, più che nell’amore e nelle sue pene. Sono, pertanto, due viaggi diversi: uno più universale-esistenziale, l’altro più particolare-personale.

Di La più piccola, alcuni spettatori potranno non apprezzare certi silenzi, certe scene non indispensabili, i tempi lunghi. Noi però li apprezziamo, molto. Perché la vita è esattamente questo. Silenzi, scene non indispensabili e tempi lunghi. “Life is what happens to you while you’re busy making other plans”, cantava Beautiful Boy. John Lennon aveva ragione. Il cinema francese riesce a catturare la vita nel suo farsi in modi che il cinema italiano si sogna. Il cinema italiano, per qualche ragione, deve sempre manifestare la propria artefazione, come se il mezzo, gravato com’è dai suoi orpelli, fosse troppo lento per star dietro alla vita, e se la lasciasse sfuggire via. Il cinema francese, invece, si muove agile, si scrolla di dosso le sovrastrutture estetizzanti, resiste al tarpante barocco dei virtuosismi, e corre dietro alle piccole storie, che poi sono le storie di tutti noi esseri umani, etero, lesbiche e tutte le declinazioni in-between che siamo.
Un altro film fuoriuscito da Cannes 2025 e uscito in Italia nello stesso periodo de La più piccola, e che riesce a cogliere con naturalezza – ma anche naturalismo – una storiaccia di abuso di potere da parte della polizia francese ai danni di un manifestante durante le proteste dei Gilets Jaunes, nel 2018, è Il caso 137 di Dominik Moll. La materia è completamente diversa da quella che Herzi ha per le mani, ma entrambe le opere mantengono quell’aderenza al reale, quella “terreità”, che ci tiene incollati allo schermo per due ore, desiderosi che quel tempo si protragga, non finisca.

Un altro aspetto che colpisce de La più piccola, è la trasversalità religiosa, culturale, sessuale che lo caratterizza. Fatima è di religione islamica, frequenta donne di diverse nazionalità – oriunde francesi, tedesche, coreane – entra in contatto con culture diverse, orientamenti diversi. Tra di loro si frequentano senza problemi, ridendo dei propri pregiudizi – “ma è vero che mangiate i cani?”, chiede un’ingenua Fatima alla ragazza di origini coreane di cui si innamorerà, e che le risponde, appunto, con una risata spensierata, priva di biasimo.
Quest’entrare e uscire tra le frequentazioni, la fluidità che scaturisce senza bisogno di evocarla, istituzionalizzarla, sbandierarla né di tramutarla necessariamente in slogan politico, la totale assenza – thanks god – di political correctness e di americaneggianti spiegoni, dovrebbero bastare a considerare La più piccola come spazio di riflessione artistica da promuovere. Non da censurare.


Titolo originale: La petite dernière
Regia: Hafsia Herzi
Cast: Nadia Melliti, Park Ji-min, Amina Ben Mohamed, Melissa Guers, Aloïse Sauvage
Genere: drammatico
Anno: 2026
Paese: Francia, Germania
Durata: 120 minuti

Idee

Le lampadine di Claudio Morici

Gli incendi di Maicol&Mirco

Dharma in azione

Casa editrice

Ultima
Uscita

Casa discografica​

La casa discografica dell'Unione Buddhista Italiana

Ultima
Uscita

Iscriviti alla newsletter di GATE

Resta aggiornato con tutte le ultime novità

In caso di consenso conferito spuntando le caselle sopra riportate, i suoi dati saranno trattati da Unione Buddhista Italiana - UBI, con sede in Circonvallazione Clodia 163/167– 00195 Roma, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali al fine di inviarle all’indirizzo e-mail da lei fornito la nostra newsletter e invitarla a partecipare a eventuali sondaggi. I dati che saranno trattati sono quelli da lei inseriti nel modulo sopra. Potrà in ogni momento revocare il consenso disiscrivendosi tramite il link riportato in calce alla newsletter. Maggiori informazioni in tema di finalità del trattamento, base giuridica, destinatari, termini di conservazione e diritti dell’interessato potranno essere consultati nell’informativa privacy (https://gategate.it/privacy/).

Casa editrice

Casa discografica