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Perfect days

 

 

Nel panorama cinematografico dell’anno appena concluso registriamo una rara e felice anomalia. Un regista, Wim Wenders, firma due film dalla levatura pressoché identica e li porta al Festival di Cannes, uno in concorso e uno fuori. Sono creature diverse nel genere — un documentario, un lungometraggio di finzione — ed entrambe hanno per madre la poesia. La si scomoda troppo spesso per molto meno, ma in questo caso non temiamo rischi: Perfect Days e Anselm si collocano a tutti gli effetti tra le opere più evocative, commoventi e profonde del 2023.

 

I giorni perfetti del titolo sono quelli di Hirayama, un uomo non più giovane, ma certo non vecchio, che per lavoro pulisce i bagni pubblici di Tokyo. Abita solo, ma non è solo: vive in completa sintonia con il mondo che lo circonda. Nei giorni feriali, le sue giornate sono scandite dall’orario di servizio. Nei giorni festivi, dalle commissioni che deve sbrigare — il bucato al laundromat — e dai piccoli piaceri che si concede — un libro nuovo (rigorosamente usato), una cena al ristorante.

 

 

Sin dalle prime scene capiamo che Hirayama ha una sensibilità speciale. Non è una sveglia a farlo alzare dal futon la mattina. È il rumore del vento tra le fronde degli alberi accanto a casa, unito al fruscio di una scopa, che una vecchia vicina passa sul vialetto, sempre alla stessa ora. Appena esce di casa, Hirayama leva il capo al cielo, e il suo viso s’increspa in un impercettibile sorriso. Laddove un americano spalancherebbe ventiquattro denti di ottimismo — ricordiamo Truman di The Truman Show, vero? — il nostro giapponese accoglie il giorno con una velata, lieta riconoscenza.

 

Saliamo sul suo furgoncino insieme a lui e lo seguiamo nel giro di bagni che deve pulire. Ogni mattina sceglie accuratamente quale musicassetta inserire nell’autoradio — Van Morrison, Patti Smith, Lou Reed. Ha buoni gusti, Hirayama, ma non è un nostalgico, un patito di vintage: le musicassette arrivano dal suo passato, e lui le tratta con estrema cura, la stessa che usa nei riguardi di tutto. I libri che legge ogni sera, faticando alla luce fioca di una lampadina, ma mai desistendo. Le videocassette e i dvd, che vediamo disposti sugli scaffali nella sua piccola casa, in perfetto ordine. Le piantine che coltiva e nebulizza al mattino. Le fotografie che scatta con una macchina analogica, e il cui rullino porta a sviluppare la domenica, collezionando mesi e mesi di scatti giusti — cerniti da quelli sbagliati. Cura — estrema! — nella pulizia dei bagni, che frega e lucida come se fossero il suo, come se il fatto di doverlo ripetere daccapo giorno dopo giorno, non lo accostasse a un moderno Sisifo, come se la ripetitività, l’impermanenza del gesto non gli pesassero. Proprio il contrario, invece: nell’abnegazione con cui affronta il suo lavoro e tutto ciò che fa, Hirayama compie se stesso, mantenendo inalterate un’umanità e una delicatezza che lo avvicinano all’essenza di un personaggio miyazakiano, o di un Charlot al netto delle gaffes. Cura, quindi, nei riguardi di tutto e tutti. Un bambino che ha smarrito la madre. Un collega bislacco che gli chiede aiuto. La nipote adolescente fuggita da casa che cerca ospitalità. Hirayama è uno di quei personaggi della letteratura cinematografica con cui ci intendiamo subito e che non vorremmo lasciare più — proprio come certi personaggi miyazakiani o Charlot.

 

Nel corso del film al nostro eroe non succedono eventi eclatanti. Succede l’evento eclatante: la vita. La grandezza di Wenders sta nell’averla saputa cogliere. Catturare la vita nei momenti ordinari, era, per Virginia Woolf, il compito dello scrittore. Wenders pare aver seguito alla lettera le sue parole, e compreso che un giorno non è soltanto il susseguirsi di avvenimenti, la somma di semplici azioni, ma un tassello in cui realizziamo noi stessi nel grande quadro della nostra esistenza: attraverso i gesti svolti con estrema attenzione, il rispetto per gli altri, la premura, la curiosità verso il mondo, Hirayama realizza il suo.

 

Attratto dal poetico in tutte le sue forme — la chioma di un albero, la complicità di una coppia di vecchietti che si lavano al bagno pubblico, una canzone interpretata da una donna che forse gli piace, anzi, gli piace di sicuro — Hirayama non si esaurisce nel suo presente. C’è molto passato che sistematicamente affiora in momenti inconsci, dominati dall’ombra — un leitmotiv nel film — i dormiveglia in cui immagini in bianco e nero si alternano, sconnesse — e riemerge anche in momenti conosci. La nipote che trova rifugio a casa sua porta a galla il rapporto interrotto fra lui e la sua famiglia.

 

In una scena che è un saggio di come dovrebbero essere scritte le scene chiave di un film, pochissimo è detto, e moltissimo è lasciato inferire allo spettatore, che ricostruisce cosa è accaduto a Hirayama. Una famiglia abbiente, un padre ingombrante, un figlio che non si piega al suo volere, o che si è piegato per un po’ ma poi non più, un allontanamento, una nuova vita modesta ma autentica, poi la malattia del genitore, e la sorella che cerca di rimettere insieme i pezzi, invano. Tutto questo è semplicemente alluso in pochi sapienti tocchi, in pochi preziosi istanti, uno spaccato di grande intensità emotiva che culmina nell’abbraccio con la sorella, e ci conferma che l’essere umanissimo Hirayama non è nato così: ci è diventato, per scelta.

 

 

Perfect Days sarebbe un one-man movie, se non ci fosse una co-protagonista che accompagna l’one man dall’inizio alla fine. La città di Tokyo non è un semplice sfondo, un set che il personaggio attraversa con il furgoncino, a piedi, in bicicletta. Tokyo respira all’unisono con lui, attraverso i suoi alberi maestosi, le sue tangenziali ordinate, i marciapiedi lindi e la skyline da quieta metropoli. Per lo spettatore non giapponese, Perfect Days è un viaggio nel tempo circadiano del vivere orientale, ed è anche un tour nell’architettura della città, e delle sue incredibili toilette pubbliche — sfido chiunque a non sospirare di meraviglia al loro cospetto. Colorate, minimaliste, in legno, in cemento, squadrate, tondeggiante, in vetro iper-tecnologico (effetto opaco quando il bagno è occupato, effetto trasparente quando il bagno è libero — impariamo italiani, impariamo…). Il film rende omaggio alle creazioni di grandi architetti giapponesi, che hanno raccolto la sfida lanciata dai Giochi Olimpici del 2021: realizzare delle toilette che rimettessero in discussione l’immagine stereotipata del bagno pubblico — luogo sgradevole per eccellenza — e unissero alla funzionalità, un valore estetico di cui la città potesse beneficiare. Tra queste firme, spiccano giganti come Shigeru Ban, Tadao Andō, Toyo Ito, Kengo Kuma.

 

Mentre ammiriamo tutto questo bendiddio estetico, lasciandoci conquistare dall’aura zen che Hirayama sprigiona, diventiamo un po’ lui, mutuiamo quel suo candido stupore davanti alle cose che noi, disillusi occidentali, tendiamo a smarrire con l’infanzia. Forse anche per questo è così difficile lasciar andare il personaggio alla fine del film: siamo entrati in sintonia con la sua attitudine verso il mondo, la sua filosofia di vita e la sua forma mentis, fatte di premura, garbo, piccoli gesti nobili. Perfect Days è cinema di coscienza. Interiore e civile. Sicuramente d’immanenza — cosa c’è di più immanente di un bagno?? — che sublima in trascendenza.

 

Il titolo del film si presta all’interpretazione. I giorni sono tutti perfetti, sembrerebbe alludere il nostro protagonista. Guardate quell’acero, o il foglio lasciato in una toilette da qualcuno che cerca di stringere un contatto umano attraverso una partita a tris. Leggete Faulkner. Ascoltate Nina Simone…

 

In verità, Hirayama sa che i giorni non sono tutti perfetti. Dopo aver incontrato la sorella, dorme sonni agitati, si alza in ritardo, e per la prima volta nel film, i suoi occhi non si alzano a guardare il cielo. Nessun impercettibile sorriso increspa il suo volto. No, i giorni non sono tutti perfetti. Alcuni sono storti. Hirayama ha capito che sta a lui — a noi — raddrizzarli. E allora guardiamo un acero, leggiamo Faulkner, ascoltiamo Nina Simone…

È proprio con una sua canzone — Feeling Good — che il film si chiude. E su un primo piano di Hirayama cui nessuna mia parola potrà mai rendere giustizia. Sul suo viso scorrono tutti i colori dell’umano sentire. Tristezza, diletto, malinconia, speranza, dolore, gioia.

 

Scorre la vita.

 

 

Titolo originale: Perfect Days
Regista: Wim Wenders
Attori: Kôji Yakusho e Min Tanaka
Genere: Drammatico
Anno: 2023
Paese: Giappone
Durata: 124 min
Data di uscita: 04 gennaio 2024
Distribuzione: Lucky Red

 

Idee

  • Sara Fruner è docente di italiano presso il Fashion Institute of Technology di New York e alla New York University. Ha scritto di cinema, arti e letteratura su «La Voce di New York», «CinematoGraphie», «Magazzino 23», «Brick». Ha pubblicato i romanzi «L’istante largo» (Bollati Boringhieri 2020 e 2022, secondo classificato al Premio Nazionale Severino Cesari Opera Prima 2021) e «La notte del bene» (Bollati Boringhieri 2022) e alcune raccolte di poesia in inglese e in italiano.

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