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Die My Love, still da video
Die My Love, still da video

Die My Love: guardate lei

Tempo di lettura: 6 minuti

È un fuoco che apre Die My Love di Lynne Ramsay. Un incendio che si mangia una foresta. Dopo qualche istante consumato dal drama delle fiamme, passiamo alla statica di una scena a camera fissa piantata davanti a un interno domestico. Una casa nel bel mezzo del nulla americano. Una di quelle case di legno con i mobili vecchi più che vintage, i pavimenti logori più che vissuti, lo sporco imperante. Fuori e dentro dai bordi dell’inquadratura sfilano prima le voci e poi i corpi di Grace, una giovane donna, e Jackson, un giovane uomo, intenti a perlustrare la loro nuova vecchia casa per la prima volta. La commentano – accennando allo zio di Jackson che vi è morto – scherzano, si prendono in giro, soccombono alla passione incontenibile delle giovani coppie in procinto di affrontare l’avventura del cominciare tutto altrove, giacché si sono sradicati da New York, Jackson e Grace, per trapiantarsi nel middle-of-nowhere Montana.

Poi saltiamo in groppa ai miracoli del cinema e ci ritroviamo con Grace e Jackson genitori, il piccolo Harry fra loro. Ma qualcosa non va. Dovrebbe essere una giornata di festa: una torta per celebrare il bambino appoggiata sui gradini del portico. Una torta troppo dolce che Grace non ha preparato ma che ha comprato, la prima spia che la inchioda come cattiva madre – le brave madri sfornano dolci perfetti. Fa troppo caldo, il sole batte troppo forte. L’elettricità che avevamo visto percorrere i corpi nudi di Grace e Jackson in quell’amplesso selvaggio sul pavimento si è trasformata in altro. Una tensione che s’intensifica durante le scene successive e che ha mantenuto il selvaggio, ma le ha tolto la carica positiva. Litigi per motivi futili. Scoppi d’ira. Porte sbattute e chiuse a chiave. Oggetti lanciati. Urla scagliate da una parte all’altra della casa. Harry che piange nel mezzo. C’è come una terza presenza che si è infilata tra questo giovane uomo e questa giovane donna e che cresce fra loro, allontanandoli emotivamente, estraniandoli.

È la depressione, di cui Grace rimane vittima dopo la nascita del bambino. Ma la regista si guarda bene dal cadere nella disamina esteriore della depressione post-parto. A Ramsay interessa la soggettività incostante, distorta e distorcente, vulnerabile e a tratti incomprensibile della donna che la sta vivendo. Della donna, più che della madre. E questa distinzione è cruciale, nonché il grande punto di forza e di novità del film: osservare quello che capita alla donna Grace. Il bambino è collaterale, lo si vede poco, e anche la maternità, tutto sommato, è marginale. È come se Ramsay ci dicesse: guardate lei. Concentratevi su quello che sta capitando a questa giovane donna, cosa sta provando e vivendo. Vediamo quindi le sue fantasie, anche erotiche, prendere forma così come le vede prendere forma lei: il bel motociclista che sfreccia per i campi è frutto del suo desiderio – insoddisfatto da Jackson, che la rifiuta e la trascura.

Non è tanto una discesa nell’abisso. È la realtà che piano piano le cambia intorno, sotto i suoi occhi. Le cose diventano pesanti o difficili o semplicemente inafferrabili. Le reazioni si fanno balzane, i comportamenti incoerenti.
Jackson cerca di starle accanto, nel modo goffo e impreparato di chi ama e si trova totalmente sprovvisto di strumenti adatti a gestire uno scenario così stravolto. Mette un piede in fallo dietro l’altro. Si assenta per lavoro troppo a lungo, la lascia sola — nel middle-of-nowhere Montana. Dice quello che non dovrebbe dire – «questa casa è un porcile». Non la desidera più. Le porta un cucciolo di cane che definire insopportabile è l’eufemismo degli eufemismi, e che fa piacere a lui, dando lavoro extra a lei.
Anche gli amici e la suocera cercano di supportarla, ma le loro parole suonano fuori luogo, di circostanza. Insensibili, la maggior parte delle volte. «Come va la scrittura, Grace? Hai ritrovato l’ispirazione? Blocco dello scrittore?». Domande del genere non si dovrebbero mai rivolgere alla più sana delle scrittrici, figurarsi a una scrittrice depressa.

L’intento è molto ben riuscito: far emergere lo stato di profondo sconforto e solitudine che un soggetto in depressione vive, e farlo vedere dalla prospettiva del soggetto stesso. Siamo noi in sala che prendiamo nota di tutto e consideriamo fuori luogo le parole di amici e parenti perché noi in sala siamo diventati Grace. Vediamo con i suoi occhi, sentiamo con le sue orecchie, percepiamo le disturbanze che interferiscono con le sue lunghezze d’onda emotive. Questo è possibile grazie a un finissimo lavoro di scrittura della regista e delle sue sceneggiatrici, e a una straordinaria interpretazione di Jennifer Lawrence, forse la più intensa ed estenuante mai affrontata – insieme a quella in Mother! di Darren Aronofsky, film che tanti hanno preferito spingere nel dimenticatoio ma che a noi preme invece riportare alla luce. Grazie a questa combinazione – scrittura e interpretazione – gli atteggiamenti più incomprensibili risultano comprensibili, i momenti di caos, dolorosamente chiari.

Ci sono due momenti di struggente delirio, dietro i quali i quali riusciamo a tracciare le montagne russe emotive su cui Grace si trova a viaggiare. La festa di matrimonio – Grace e Jackson si sposano – ovvero l’estremo tentativo di delegare all’istituzione il compito di far tornare il sereno là dove non fa che diluviare. La coppia balla in mezzo alla pista, e tutto sembra dolce e normale, finché non si scivola gradualmente verso la degenerazione. Grace comincia a scatenarsi troppo, a bere, a scollarsi completamente dalla realtà. La sua euforia diventa incontenibile, e lei si perde completamente. Non c’è nulla di più penoso di vedere un personaggio percorrere la strada dell’autodistruzione, che avverrà nel bagno di casa – una scena agghiacciante – in cui Grace distrugge tutto quello che le capita a tiro, sradica il lavello, spacca i mobiletti, svuota flaconi, prende a graffiare la tappezzeria fino a farsi sanguinare le unghie. Un autolesionismo che è al contempo trionfo di un ripiegamento dell’io in se stesso, e lancinante grido di aiuto all’esterno. Grace ci prova, a chiedere aiuto, ma lo fa attraverso un linguaggio che il resto del mondo non intellige.
A una festa di compleanno in casa di amici, in mezzo a bambini che giocano a bordo piscina, Grace si toglie i vestiti, rimane in slip e reggiseno, e si butta in acqua, lasciando interdetti gli invitati. Poco prima, Grace si era sentita ripetere per l’ennesima volta le parole delle sue conoscenti. «I primi mesi sono i peggiori…. Non ti senti più tu… è tutto difficile… E la scrittura come va?».

Noi spettatori, in quel momento, ci rendiamo conto, per l’ennesima volta, che la buona fede è un lenzuolo troppo corto. Non arriva a coprire i lunghi arti che dolgono al soggetto depresso. E così solidarizziamo con lei, capiamo che quelle parole, per quanto ben intenzionate, suonano vuote, manchevoli. Soprattutto, tagliano. Grace avrebbe piuttosto bisogno che qualcuno semplicemente le stesse accanto, in silenzio. Invece tutti intorno a lei parlano, parlano, parlano. Jackson, la suocera, i parenti, la cassiera al supermercato. Il ricovero in ospedale le regala la quiete di cui ha bisogno, il tempo per trovare una propria via d’uscita, e la possibilità di riprendere in mano la penna. Ma anche quello può non bastare.

Lo si vede nel finale, che riallestisce la struttura con cui il film si era aperto. La penultima scena è speculare alla seconda scena. Camera fissa sullo stesso interno della casa. Questa volta Grace ha sfornato e decorato la torta per festeggiare Harry, non l’ha comprata. Eppure, nonostante questo gesto da brava madre, nonostante Jackson abbia fatto dei lavori di ristrutturazione e gli ambienti abbiano un aspetto nuovo e pulito, abitarli dovrebbe essere piacevole, nonostante tutto ciò, Grace esce di casa. Cammina nel bosco. E qui arriviamo alla scena di chiusura, gemella di quella d’apertura. Un fuoco sta divorando la foresta in mezzo alla quale Grace si sta inoltrando. Possiamo leggere ciò che vogliamo in quelle fiamme. Fine. Fuga. Purificazione. Una nuova fase. Certo è che non è il fuoco che ardeva la foresta dell’inizio: la passione, l’amore, la possibilità.
Possiamo anche azzardare una lettura più generale: Die My Love ci fa addentrare nella selva di un argomento che ancora oggi è fra i più oscuri, spingendoci nel cuore ardente di verità che non vorremmo sentire: alcune donne, dopo il parto, non torneranno più come che erano prima. Oppure, alcune donne non si sentiranno mai madri, non apparterranno mai a quell’esperienza – non apparterranno mai alla casa, per quanto ristrutturata, alle torte, per quanto sfornate. Verità scottanti che si devono tacere. Grande plauso a Ramsay per averle espresse, e rappresentate con tanta sottigliezza, sensibilità allegorica e forza visiva.
E pazienza se Die, My Love, passato un po’ in sordina al Festival di Cannes 2025, è stato descritto come “disturbante”, “non per tutti”, “sopra le righe”, “sbalestrato” (sbalestrato?). I film che hanno qualcosa da dire lo sono sempre. Dal classico Taxi Driver al recente Una battaglia dopo l’altra.

Rincuorante notare che le registe, in questi ultimi due anni, non si avvalgono solo dell’horror nella sua declinazione body per riflettere su istanze a loro care – come abbiamo visto in Emilie Blichfeldt o Coralie Fargeat. Possono anche imbastire trame cinematografiche che viaggiano per due ore in quella striscia grigia dove oggettivo e soggettivo si confondono, e sfociare nel simbolico, pur rimanendo incredibilmente realiste, come fanno Mary Bronstein e Lynne Ramsay.

Più linguaggi adottiamo, più strumenti usiamo per scardinare non-detti e sviscerarli, più occasioni abbiamo per lasciare il segno nella mente di chi guarda, uomo, donna, e chicchessia. Far riflettere sui pesi invisibili sopra le spalle altrui.


 


Titolo originale: Die My Love
Regia: Lynne Ramsay
Cast: Jennifer Lawrence, Robert Pattinson, Lakeith Stanfield, Sissy Spacek, Nick Nolte
Genere: thriller
Anno: 2025
Paese: USA
Durata: 118 minuti

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